Ricerca made in Italy

Sono tra i primi 100 economisti al mondo, ma in Italia guadagnano 1.300 euro

Federico Belotti e Andrea Piano Mortari, 39 anni, sono nella top 100 degli economisti. Nonostante le offerte dall’estero, hanno deciso di continuare a fare ricerca al Ceis di Tor Vergata. Da precari. Il motivo? “Vogliamo continuare a lavorare in questo team”

University

(Getty/Afp/Stringer)

25 Febbraio Feb 2016 0943 25 febbraio 2016 25 Febbraio 2016 - 09:43
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Sono due tra i cento migliori giovani economisti al mondo. Ma da sette anni si barcamenano tra i rinnovi degli assegni di ricerca. Per stipendi che vanno dai 1.300 ai 1.400 euro al mese. E presto saranno costretti a lasciare l’Italia se vorranno continuare a fare ricerca, visto che gli assegni non sono più rinnovabili. A meno che qualche università non proponga loro un contratto regolare. Federico Belotti e Andrea Piano Mortari, 39 anni tutti e due, sono ricercatori al Centre for Economic and International Studies (Ceis) dell’Università di Roma Tor Vergata, guidato da Vincenzo Atella. Entrambi hanno sviluppato software innovativi per l’analisi dei dati economici, scaricati migliaia di volte in tutto il mondo.

Federico è entrato nella top 100 del sito Ideas Repec da qualche mese, piazzandosi al 48esimo posto. Andrea da poche settimane è all’80esima posizione tra i migliori cento economisti la cui prima pubblicazione risale a non più di cinque anni fa. Gli italiani presenti nelle due classifiche sono in tutto 13 (sei nella prima, sette nella seconda). Ma oltre ai ricercatori di Tor Vergata, solo altri due sono rimasti in Italia (uno alla Banca d’Italia, l’altro alla Statale di Milano). Il resto, all’estero, espatriati tra Inghilterra e Stati Uniti.

Andrea e Federico hanno studiato a Tor Vergata, e nella stessa università hanno fatto il dottorato. Il primo è specializzato in economia teorica, il secondo in econometria. Insieme hanno ideato XSMLE, un programma che permette di analizzare i dati spaziali. Tradotto: «Il modo in cui unità vicine si influenzano tra loro», spiegano. «Prendiamo ad esempio la spesa sanitaria di Asl nella stessa regione o in regioni vicine, come il Lazio e la Toscana: con questo programma si possono valutare le eventuali correlazioni». Il software e i materiali collegati sono stati scaricati oltre 2mila volte dai centri di ricerca di tutto il mondo.

Gli altri programmi ideati e scritti da Belotti sono Sf Panel ed Sf Cross, che permettono di analizzare l’efficienza delle istituzioni, dagli ospedali alle imprese. In questo caso, tra abstract e download, ci sono state oltre 15mila manifestazioni di interesse, che gli hanno permesso di risalire la classifica.

Da sette anni Federico e Andrea si vedono rinnovare di anno in anno gli assegni di ricerca. Con stipendi di 1.200-1.400 euro. E per arrotondare fanno anche altri lavori

Diverse istituzioni e università all’estero hanno proposto ai due economisti contratti e stipendi che farebbero gola a chiunque, ma loro per il momento hanno preferito restare in Italia. «Avrei potuto trasferirmi in Francia, Inghilterra, o anche negli Stati Uniti», racconta Andrea. «Ma sono rimasto qui per continuare a fare ricerca in questo team, nonostante le prospettive di reddito all’estero fossero certamente migliori». Da sette anni il suo assegno di ricerca viene rinnovato annualmente, senza variazioni nella busta paga. L’assegno di ricerca, nato come contratto temporaneo, nelle università italiane è diventato l’unico modo per restare dentro. E con poco più di mille euro al mese, Andrea è costretto a fare consulenze e analisi per aziende e istituzioni. «Sottraendo tempo al mio lavoro principale», dice.

Federico ha una storia simile. Il suo primo assegno di ricerca risale al 2009. Durante il dottorato, è stato anche per sei mesi a New York. «Avevo la possibilità di tornare lì o andare in Inghilterra», racconta, «ma ho preferito restare in questo gruppo di ricerca, leader in Italia e nel mondo nel suo settore. Questa è un’isola felice».

Ma i sacrifici non sono pochi. Non solo per gli stipendi bassi e i secondi lavori. Ma anche perché al Ceis i fondi per fare ricerca se li devono trovare da soli, soprattutto tra le aziende private. «A parte la borsa per il dottorato, dal ministero dell’Istruzione non ho mai ricevuto un euro», dice Andrea. La metà del lavoro di Vincenzo Atella, direttore del centro di ricerca, è dedicata proprio al fundraising. Lui stesso è ancora professore associato, nonostante abbia tutte le carte in regola per essere ordinario. Ma con il blocco del turnover nelle università che dura ormai da dieci anni, prospettive di avanzamento professionale per il momento non ce ne sono. Anche per chi nella scala gerarchica è più in alto. Figurarsi per i ricercatori.

«Al momento stiamo assumendo due nuovi giovani ricercatori nel nostro gruppo», racconta Federico. «Sembra assurdo: da precari stiamo assumendo altri precari. È così che funziona l’università italiana». È un cane che si morde la coda, un muro di gomma che non permette di avanzare. Nonostante i due siano ormai alla soglia dei 40 anni. «Il sistema sta collassando», commentano. «Gli assegnisti di ricerca precari superano ormai quelli confermati». Eppure, «l’attività didattica è svolta prevalentemente dagli assegnisti precari, mentre molti professori ordinari si vedono poco o niente, tenendo la qualifica solo per il bigliettino da visita».

“Sono i baroni che bloccano lo sviluppo dell’università italiana. Se solo una piccola parte dei ricercatori superproduttivi e superefficienti che ci sono in Italia sostituissero la metà dei baroni, gli atenei italiani sarebbero di sicuro più efficienti e produttivi”

Nel corso degli anni, più di uno nel team di ricerca del Ceis ha mollato. Ed è volato all’estero, nei migliori centri di ricerca economica di tutto il mondo. Con tanto di ringraziamenti agli atenei italiani per aver formato ottimi economisti. Federico e Andrea potrebbero essere i prossimi della lista. «Sono i baroni che stanno bloccando lo sviluppo dell’università italiana», denuncia Belotti. «Se solo una piccola parte dei ricercatori superproduttivi e superefficienti che ci sono in Italia sostituissero la metà del baroni, gli atenei italiani sarebbero di sicuro più efficienti e produttivi». La domanda alla fine sorge spontanea: chi glielo fa fare a due dei migliori economisti al mondo a restare in Italia a queste condizioni? «La bellezza del lavoro di ricerca che facciamo qui. Entriamo alle 9 e non usciamo prima delle 18.30-19, lavorando spesso anche sabato e domenica. Lo facciamo perché ci piace fare il nostro lavoro. Al contrario dei baroni».

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