L’Italia ha un problema coi giovani e se n’è accorta pure l’Europa

Secondo il Country Report della Commissione Europea dedicato all’Italia la produttività del lavoro è il nostro problema principale. E la carenza di giovani nel mercato del lavoro, siano essi all'estero o a casa, una delle sue principali cause. Chi glielo spiega, a Renzi?

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1 Marzo Mar 2016 1154 01 marzo 2016 1 Marzo 2016 - 11:54
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Messe Frankfurt

Venerdì 26 febbraio la Commissione Europea ha pubblicato i Country Report sullo stato dei paesi dell’Unione Europea. Lo studio mira ad evidenziare le principali criticità rispetto ai fondamentali macroeconomici delle economie dell’Unione, fornendo indicazioni utili alla prevenzione ed alla correzione dei relativi squilibri. Per quanto riguarda l’Italia, è stata posta enfasi – come spesso accade ultimamente – sulla precarietà dell’impianto riformista costruito dal Governo Renzi, a partire dai segnali equivoci sul fronte della lotta all’evasione – come nel caso dell’aumento a 3mila Euro del tetto ai pagamenti in contanti – evidenziando poi l’inefficacia dell’attività di spending review, nonché la possibilità che le nostre debolezze strutturali finiscano per accrescere il rischio sistemico per l’intera Unione Europea.

Fin qui tutto normale, insomma. Ciò che sorprende è l’attenzione riservata ad aspetti intimamente legati alla qualità ed alla quantità del nostro capitale umano, come la crescente fuga dei cervelli ed i conseguenti rischi per la qualità dell'offerta di lavoro, la crescita potenziale e lo stato delle finanze pubbliche: «La disoccupazione prolungata unita a un forte sentimento di scoraggiamento possono ripercuotersi sulla partecipazione al mercato del lavoro e in ultima analisi sulla crescita potenziale», si legge nel Report. E ancora: «La fuga di cervelli può causare una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell'Italia».

Questi rilievi sono indicativi di una certa attenzione di Bruxelles alle cause della scarsa produttività dei fattori – e del lavoro, soprattutto – principale responsabile del nostro declino economico. Un recente studio della Commissione ha infatti analizzato diversi indicatori strutturali attinenti al lato dell’offerta, quali il capitale umano, la regolamentazione dei mercati dei beni, la struttura della tassazione e l’innovazione, rivelando che negli ultimi 15 anni il ritardo accumulato rispetto ai partner europei è aumentato a dismisura, in particolar modo per quanto attiene al capitale umano. L’Italia si distingue infatti per la più bassa quota della popolazione in possesso di istruzione universitaria o equivalente, posizionandosi invece al quarto posto rispetto alla popolazione in possesso di istruzione primaria.

«La fuga di cervelli può causare una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell'Italia».

Questo studio ci dice anche che riforme atte a stimolare la crescita economica ci darebbero la possibilità di riagganciare il gruppo di testa. Le “vere” riforme strutturali – un mix di misure volte a ridurre i costi d’ingresso nei mercati dei beni e dei servizi, rimodulare il carico fiscale, individuare sussidi all’attività di ricerca e sviluppo, accumulare capitale umano – sarebbero in grado di indurre una crescita del PIL reale nell’ordine del 24% nell’arco di 50 anni. Circa metà di questa crescita incrementale rispetto allo status quo (12.1%) sarebbe ascrivibile ad una maggiore produttività. L’aumento dell’occupazione farebbe il resto. Tuttavia, nel breve termine i vantaggi derivanti da questa massiccia opera riformista sarebbero ben pochi. Ed è qui che ci si scontra con il principale incentivo avverso rispetto all’attività dei decisori politici: la gestione del consenso.

Per tornare al presente, è chiaro che i nostri ritardi non possano ascriversi nella maniera più assoluta all’attuale Governo. Tuttavia, lo stato dei nostri fondamentali macroeconomici e la complessità dello scenario politico-economico a livello planetario impongono un supplemento di responsabilità rispetto al sentiero delle riforme da intraprendere. In quest’ottica, appare evidente come nessuna delle misure in atto agisca in maniera decisiva sui nodi gordiani della scarsa produttività italica. Pur non potendo negare il piglio riformista di Renzi, va rilevato che il governo si è principalmente concentrato su provvedimenti in grado di generare un ritorno elettorale, o se non altro compatibili con la gestione del consenso, come ad esempio il bonus da 80 Euro, l’abolizione della Tasi, il bonus da 500 Euro ai diciottenni ed una spending review incapace di incidere sulla spesa improduttiva.

Scongiurare il declino significa operare scelte ben più difficili, forti dell’onestà intellettuale che si dovrebbe avere nello spiegare all’elettorato che problemi generati ed alimentati nel corso di un ventennio non possono risolversi in una legislatura. Dobbiamo davvero aspettare che sia l’Europa a chiedercelo?

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