bilinguismo

Italia-Südtirol 4 a 3: la battaglia altoatesina per cancellare l'italiano

“Bolzano” esiste realmente? Per qualcuno esiste solo “Bozen”. Nel 2012 la Provincia Autonoma di Bolzano varò una legge per abolire il nome italiano di 135 località. Il governo Monti non la prese bene e si è finiti in Corte Costituzionale. E non è nemmeno la prima volta

Rivera Goal

Popperfoto/Getty Images

5 Marzo Mar 2016 1439 05 marzo 2016 5 Marzo 2016 - 14:39

Bolzano” esiste realmente? Se a chiederselo è un filosofo, che si interroga sulla natura ontologica della città, non c'è nulla di male. Se a chiederselo è invece un giurista o, meglio ancora, chi le leggi le scrive, questa domanda pone più di qualche problema. Se il giurista è un po' di parte stabilisce che no – “Bolzano” non esiste – mentre esiste solo “Bozen”, nell'unica e inimitabile dicitura tedesca.

Nel 2012 la Provincia Autonoma di Bolzano e il suo altrettanto autonomo Consiglio provinciale vararono una norma che cancellava il nome italiano di 135 località – per lo più piccoli sentieri di montagna, malghe, ruscelli e tutto ciò che rende il Südtirol una terra meravigliosa anche agli occhi di chi lo chiama semplicemente Alto Adige.

“Bolzano” esiste realmente? Per qualcuno esiste solo “Bozen”. Nel 2012 la Provincia Autonoma di Bolzano varò una legge per abolire il nome italiano di 135 località. Il governo Monti non la prese bene e si è finiti in Corte Costituzionale

La motivazione? Nel parlato comune i nomi italiani non venivano usati mentre quei luoghi sarebbero “esistiti” solo in lingua tedesca – o meglio, nel loro tedesco, perché a discutere di purezza linguistica del “Deutsch” tirolese con un abitante della Westfalia (o Westfalen? Chissà) ne vengono fuori delle belle.

A Roma – dove vige l'antica regola di non disturbare il manovratoren – qualcuno si accorse di questa bizzarra decisione bolzanina e decise di rispolverare vecchi documenti impolverati nei cassetti del Ministero degli Affari Regionali. Si tratta dello Statuto Speciale per la Regione Trentino-Alto Adige del 1972 – concordato lungo l'asse Roma-Trento-Bolzano, non imposto – ed elevato a rango di norma costituzionale. L'articolo 99 recita: “Nella regione, la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato”.

“Nella regione, la lingua tedesca è parificata è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato”

Statuto Speciale Trentino-Alto Adige, art. 99

Nello Statuto al tedesco vengono riconosciuti tutta una serie di usi anche ufficiali, per esempio nei rapporti con la pubblica amministrazione – come del resto previsto dall'articolo 6 della Costituzione che tutela le minoranze.

Ma la legge provinciale voluta da Bolzano rappresenta un pericoloso precedente nella toponomastica e quell'espressione – “l'italiano è la lingua ufficiale dello Stato” – suscita più di qualche dubbio fra i funzionari capitolini. Così l'allora governo Monti impugna la legge provinciale che faceva tabula rasa di 135 siti italiani davanti alla Corte Costituzionale.

Cosa decide la Consulta? Niente, perché nel frattempo subentra il governo Letta e alla poltrona degli Affari Regionali e Autonomie si siede il ministro Graziano Delrio. Che decide di chiudere privatamente – come per gli incidenti in auto, con constatazione amichevole e pacca sulle spalle – la questione con i vertici bolzanini.

Si apre un tavolo delle trattative – su cosa non è chiaro – e la vicenda viene congelata e declassificata dai livelli di rischio. In cambio si ottiene eterna fedeltà da parte dei parlamentari altoatesini. Del resto i provetti schützen e gli emiliani, come il ministro Delrio, vanno spesso d'accordo. Almeno da quando esiste l'A22 che collega, come un ponte fra culture, Modena con la frontiera austriaca del Brennero – fra chi versa il sangue per la propria indipendenza e chi preferisce versare le colate di cemento è facile trovare una duplice intesa.

Che cosa accomuna un sudtirolese e un emiliano? Risposta: l'AutoBrennero. C'è che i patti li sigla col sangue e chi con il cemento

Questa storia può sembrare singolare, addirittura grottesca, ma lo è solo in apparenza. A scartabellare gli archivi della suprema Corte si trovano diversi incidenti di percorso del bilinguismo: ordinanze, sentenze, dottrina e massime che, di volta in volta, stabiliscono la soluzione a problemi reali e altri più o meno inventati: come vanno chiamati i farmaci (o le loro descrizioni) sulle confezioni? – perché il rischio di confondere una supposta con una boccia di collirio è pur sempre attuale.

O, ancora, in che lingua si svolge il giusto processo a un imputato della minoranza linguistica tedesca, si chiede nel 2006 il Tribunale di Bolzano – sezione distaccata di Merano – dinnanzi a un uomo che di finire in gattabuia con rito pronunciato nell'odiato idioma italico proprio non ne vuole sapere. E se si accetta il tedesco in un'aula di tribunale allora l'avvocato dell'imputato di quale madrelingua deve essere? Perché il cittadino sudtirolese magari è un lazzarone che detesta il codice penale della Repubblica, ma di certo adora i Principi del Foro di Napoli usciti con lode dalla Federico II. Non gli si può certo negare la consulenza del miglior penalista del Mezzogiorno. Siamo pur sempre in territorio italiano – per l'appunto.

E se la Corte è chiamata a esprimersi su una disputa – quella fra italiano e tedesco – molto affascinante quando si ferma agli almanacchi o ai retroscena Beckenbauer-Rivera, quanto noiosa, sia de jure che de facto, non appena esula dal rettangolo verde di un campo da calcio, è giusto precisare che le dispute territoriali – non vere, quelle sui nomi da apporre alle mappe – fra italiani-non-altoatesini e italiani-altoatesini, proseguono da tempo.

La Corte Costituzionale si è espressa decine di volte sul bilinguismo: che nome devono avere i farmaci? In che lingua si svolge il giusto processo a un madrelingua tedesco?

Il primo relatore di un prontuario di toponimi italiani in Alto Adige fu Ettore Tolomei, geografo irredentista, nato in Welschtirol che mappò 8mila nomi già nel 1916, prima ancora della conclusione della Grande Guerra e dell'annessione territoriale. Tolomei era considerato un eroe e padre della patria a sud di Trento ma uno schifoso traditore a nord di Salorno e la sua tomba è stata più volte devastata dai militanti dei movimenti indipendentisti tirolesi nel secondo dopo guerra – a dimostrazione di una superiorità della stirpe senza eguali.

Forse agli altoatesini servirebbe una buona iniezione di sangue freddo, prendendo spunto dai loro vicini di casa trentini. Che non hanno la minima voglia né di diventare un protettorato austriaco né di passare le loro giornate a discutere con i giudici della Corte Costituzionale. L'Italia, ai trentini, va bene così: con il 90 per cento delle imposte pagate che rimangono sul territorio e i cartelli scritti in anche in aramaico, se necessario. Che tanto le strade s'imparano a memoria, solo i furesti hanno bisogno delle indicazioni.

Potrebbe interessarti anche