Tutti pazzi per il petrolio libico

Non solo Eni: in Libia ci sono le compagnie petrolifere di tutto il mondo. Oggi sono lì per difendere i pozzi dall’Isis e dai predoni e la produzione è ai minimi termini. Basterà per giustificare un intervento militare?

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FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

7 Marzo Mar 2016 0821 07 marzo 2016 7 Marzo 2016 - 08:21
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Mentre la Libia continua a non avere un governo e prosegue la lotta per il potere e il riconoscimento internazionale, il mondo non aspetta altro che le fazioni trovino un accordo per intervenire militarmente: «Non è all'ordine del giorno la missione militare italiana in Libia perché la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità di chiamare un intervento della comunità internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato», ha detto Matteo Renzi domenica 6 marzo alla trasmissione televisiva Domenica Live.

Il motivo? Sconfiggere l’Isis, sicuramente. La fine dell’anarchia successiva alla guerra civile e all’intervento militare internazionale del 2011, certo. Ma anche perché gas e petrolio della Libia sono fondamentali per il mercato globale dell’energia.

Non è un mistero che l’economia libica dipenda principalmente dal petrolio, che rappresenta oltre l’85% del suo prodotto interno lordo, così come la quasi totalità delle sue esportazioni. Non solo: è in Libia che si trovano le più vaste riserve petrolifere del continente africano. Peraltro, si tratta di “olio leggero”, pregevole per l’elevata percentuale di frazioni a basso peso molecolare e con buone rese nella produzione dei derivati più pregiati come benzina e diesel. All’estrazione di olio si aggiunge quella del gas naturale, che costituisce la seconda maggiore ricchezza del Paese.

Fu quest’abbondanza a permettere a Mu’ammar Gheddafi di trasformare la “Repubblica Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” da quello che negli anni ’50 era uno dei Paesi più poveri del pianeta al Paese africano con il più alto reddito per abitante, già nel 1977. Gheddafi raccolse i proventi della nazionalizzata industria petrolifera e li reinvestì nell’industria leggera, nell’agricoltura e nella sicurezza sociale, attirando manodopera dalle nazioni vicine e portando così la popolazione da poco più di un milione di abitanti agli attuali 6 milioni e mezzo. Strade, ospedali, acquedotti, industrie e intere città sono sorte accanto agli impianti di estrazione, alle raffinerie ed ai porti da cui partivano le petroliere.

Con la guerra civile culminata nell’eliminazione fisica della “guida della rivoluzione”, il Paese è precipitato nel caos: i lavoratori stranieri sono fuggiti, così come le compagnie petrolifere che avevano stretto rapporti con la Libia. Sono tornate più o meno tutte - dall’italiana Eni, alla francese Total francese, dalla spagnola Repsol spagnola alla tedesca Wintershall, sino all’americana Occidental - ognuna delle quali per ripristinare gli impianti sopravvissuti e proteggerli con proprie forze di sicurezza. La produzione, che aveva superato 1,7 milioni di barili al giorno prima della guerra civile nell’estate del 2011 era scesa sotto i 0,5 per poi risalire a 1,4 prima dell’arrivo del Califfato. Oggi è tornata ai minimi del 2011.

I terroristi del califfato non sono in grado di prendere stabilmente il controllo di pozzi, oleodotti, raffinerie o terminali petroliferi. A differenza di quanto avviene fra Iraq e Siria, il loro obiettivo in Libia è quello di distruggere le infrastrutture

L’Isis, come aveva già fatto in Siria ed in Iraq, ha approfittato dell’anarchia attraendo alcune delle numerose tribù in lotta fra di loro, offrendo loro il proprio “marchio” e consolidandosi in numerose aree strategiche. Andando da Est ad ovest, in questo momento, le bande in franchising del Califfato hanno il controllo di oltre 200 km di costa dall’estremità orientale di Derna fino alla provincia di Al Bayyadah, di una vasta area nell’entroterra di Benghasi dal quale partono gli attacchi alla città, di quasi 300 km di costa che vanno da Al Sidr fino a 60 km a Est di Sirte – la città dove si trovano i centri nervalgici del Califfato. A queste roccaforti si aggiungono aree isolate, tra cui Sabrata, a ridosso dell’assediata raffineria e terminale petrolifero di Mellitah, dove sono stati rapiti Gino Pollicardo e Stefano Calcagno, i tecnici della Bonatti rapiti otto mesi fa in Libia insieme con altri due colleghi, Salvatore Failla e Fausto Piano che invece sono rimasti uccisi mercoledì 2 marzo.

Per ora i terroristi del califfato non sono in grado di prendere stabilmente il controllo di pozzi, oleodotti, raffinerie o terminali petroliferi. A differenza di quanto avviene fra Iraq e Siria, il loro obiettivo in Libia è quello di distruggere le infrastrutture che costituiscono la ricchezza del Paese per fare collassare entrambe le fazioni governative. Proprio al petrolio sono connesse le uniche due istituzioni riconosciute da tutte le fazioni, peraltro: la National Oil Corporation (l’azienda di Stato libica) e la Central Bank of Libya. La prima, direttamente o attraverso le sue controllate come la Waha Oil Co. la Zuetina Oil Co. e la Arabian Gulf Oil Co., possiede metà dei giacimenti del Paese e gestisce i rapporti con gli operatori e i partner stranieri. La seconda incamera e ridistribuisce le ricchezze accumulate con le esportazioni.

L’italiana Eni è la compagnia straniera maggiormente coinvolta: la sola produzione libica sotto il suo controllo copre più del 70% della produzione libica complessiva odierna. Per tre quarti si tratta di gas e per un quarto di petrolio. Di questo pacchetto, il 55% viene dai giacimenti in terraferma e il 45% dai pozzi offshore. La Libia ora costituisce il 20% della produzione totale Eni.

Tutti i campi off-shore - protetti dalla Marina Militare - sono attivi, ma la guerra civile impedisce il funzionamento di tutti i campi sul territorio con l’eccezione del solo campo di Wafa. Il campo Elephant è stato chiuso a maggio mentre quelli nella zona orientale hanno cessato i lavori nel luglio 2013. Ora le uniche attività sono quelle di presidio. Oggi, non sono presenti dipendenti Eni italiani o di altre nazionalità. Gli impianti sono gestiti e protetti da personale locale in coordinamento remoto con personale italiano.

Non solo Eni, però. Perché in Libia c'è il mondo. La francese Total ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale e collegato con la raffineria e il terminale di Es Sider, ma anche – insieme alla spagnola Repsol - nei campi occidentali di El Sharara collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. In mare c’è il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah. La russa Gazprom segue i campi di As Sarah/Jakhira e Nakhla nel centro est e collegati al terminale di Ras Lanuf, ma anche, nello stesso quadrante, il campo Nakhla collegato a Zuietina.

E ancora: dagli USA, la Conoco Phillips, la Marathon e la Hess, hanno interessi nei campi di Waha, Samah, Dahra, e Gialo nella regione centro-orientale e collegate con il terminale di Es Sider. La tedesca Wintershall è partner di Gazprom in tutti i campi e terminali che fanno riferimento a quest’ultima in territorio libico. Le canadesi Suncor e PetroCanada sono nei campi centro orientali di Amal, Naga e Farigh, collegati al terminale di Ras Lanuf. L’americana Occidental e l’austriaca OMV hanno interessi nei campi di Intisar e NC74, nel centro est e collegati a Zuietina. Infine, la NOC, direttamente o tramite le sue controllate, gestisce i campi orientali di Sarir, Messla, Beda, Magrid e Hamada, le raffinerie di Ras Lanuf, Tobruk e Sarir ed il porto di Marsa al-Hariga vicino a Tobruk. Nel quadrante centro orientale NOC gestisce anche il complesso Brega (Nafoura/Augila), Nasser (Zelten), Raguba, e Lehib (Dor Marada) collegati alla raffineria e terminale di Marsa al-Brega.

La maggior parte di queste strutture sono ferme e oggetto delle scorribande dei predoni. Difficile immaginare lo rimangano ancora per troppo tempo.

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