A22

L'asse Delrio-Trento-Bolzano: il patto del cemento corre lungo l'Autobrennero

Il dossier per l'A22 crea problemi fra Roma e Bruxelles e fra Roma e le province (ma non dovevano sparire?) come Mantova: che vuole vendere le sue quote da due anni, il 4,2 per cento, ma le viene impedito. Mentre la regione del ministro “baratta” infrastrutture in cambio dell'appoggio al Governo

Delrio

Elisabetta Villa/Getty Images

16 Marzo Mar 2016 1210 16 marzo 2016 16 Marzo 2016 - 12:10

La Provincia di Mantova, da un anno e mezzo, prova a vendere la sua quota di partecipazione in Autobrennero Spa: il 4,2 per cento del capitale sociale, per un totale di 64.494 azioni. E ne ha ben donde a volerle vendere. Per una ragione molto semplice: le province, così come le abbiamo conosciute, dovrebbero sparire alla fine di quest'anno.

Salvo colpi di coda del lungo autunno caldo che ci aspetta sul fronte del referendum abrogativo per le riforme costituzionali volute dal governo Renzi, dovrebbe arrivare la nuova “infornata” di Città Metropolitane con le competenze trasferite ad altri enti. Semplicemente, le province spariscono. O, almeno, questo era l'urlo di battaglia degli ultimi ventiquattro mesi e una delle principali narrazioni del biennio renziano.

La Provincia di Mantova da due anni prova a vendere il suo 4,2 per cento di quote in Autobrennero Spa. E ne ha ben donde. Perché? Perché le province dovevano sparire, ma per qualche ragione il ministro Delrio, che ha firmato la riforma degli enti locali, adesso ha cambiato idea

Il ministro che due anni fa, come massima carica del Ministero agli Affari Regionali, varrò la legge, che porta il suo nome, per ridisegnare l'assetto degli enti locali era Graziano Delrio. Si tratta dello stesso che oggi siede alle Infrastrutture – dopo gli scandali giudiziari che travolsero il dicastero di Maurizio Lupi – e che nella sua nuova veste ministeriale si oppone alla dismissione, da parte della “moribonda” Provincia di Mantova, di quel 4,2 per cento della società che gestisce i 315 km di asfalto da Modena al confine austriaco. Perché si oppone? Perché in ballo c'è la grossa partita delle concessioni autostradali dove l'A22 rappresenta una fetta importante di quella torta. Con la Commissione europea che da anni preme perché venga indetta una gara pubblica mente i vertici trentini e altoatesini di Autobrennero si oppongono a questa soluzione.

Lo Stato avrebbe solo da guadagnarci da un'asta pubblica ma evidentemente stanno vincendo logiche differenti. Tanto che la soluzione, ormai in dirittura d'arrivo, è quella dell'affidamento diretto della concessione ad una nuova società “in house” al 100 per cento pubblica – è questo infatti l'unico escamotage per aggirare il diritto comunitario in materia di infrastrutture e trasporti. E se la nuova società “in house” deve essere completamente a capitale publbico – incluso quel 14 per cento di Autobrennero che oggi è in mano a privati – ecco perché alle province e ad altri enti locali, come le Camere di Commercio, è impedito di cedere le loro quote per fare cassa.

Le quote di Mantova valgono 44 milioni di euro. Soldi utili, in tempo di tagli, per svolgere le funzioni e i servizi che sono rimasti ancora in campo alle provincia: scuole e strade provinciali

Quote di partecipazione al capitale di Autobrennero che, se liquidate, potrebbe valere bei soldi. Quella mantovana è stata stimata, infatti, dal responsabile Settore Patrimonio e da un advisor esterno, in 44 milioni e 290mila euro. Soldi che sarebbero potuti servire, per esempio, a mantenere in condizioni decenti le scuole e il manto delle strade provinciali negli ultimi due anni post riforma Delrio.

Perché dal 2014 in poi è successo un fatto curioso: alle provincie che sarebbero dovute sparire, nel frattempo, è stat imposto di mantenere sostanzialmente inalterate le loro funzioni e i servizi da offrire a cittadini e contribuenti. Con quali soldi? Le stesse risorse di prima? Proprio per niente.

Perché quell'anno Roma decise di tagliare i trasferimenti agli enti sulla via del tramonto e, allo stesso tempo, la legge di stabilità approvata a fine 2014, impose alle province un contributo da destinare al governo centrale. Pari a circa un terzo del bilancio: nel caso di Mantova 11 milioni di euro sui 30 milioni totali di entrate proprie. Contributo che quest'anno raddoppia ulteriormente schizzando a 20 milioni di euro e mettendo in seria difficoltà gli enti che, nonostante i proclami governativi, hanno ancora l'obbligo di fornire ai cittadini diversi servizi essenziali. Il tutto con un bilancio mutilato, le cui entrate derivano solo dal gettito fiscale dell'IPT (Imposta Provinciale di Trascrizione) e Rc auto.

È chiaro che, in questo contesto di cordoni della borsa tirati, quei 44 milioni di euro facevano comodo. Difatti, a Mantova, la politica locale ne era consapevole e ha mosso le pedine sulla scacchiera in direzione di un'uscita da Autobrennero: prima, la maggioranza di centrosinistra in consiglio provinciale, il 26 novembre 2014, votò una delibera per stabilire che la partecipazione in Autobrennero “non era più strettamente necessaria al perseguimento delle proprie finalità istituzionali”, perché la provincia era destinata a trasformarsi in un ente di secondo livello, di supporto a Comuni e Regioni, e non c'era dunque alcun motivo per mantenere una partecipazione, peraltro esigua, in una società che gestisce autostrade, trasporto intermodale e opere connesse.

Poi, il 28 novembre dello stesso anno, sempre il consiglio provinciale ha conferito mandato al Presidente, Alessandro Pastacci, e al dirigente del Settore Tecnico, di indire un'asta pubblica per la vendita della azioni: prezzo base fissato a 686 euro ad azione, divieto di offerte frazionate e platea dei concorrenti aperta solo ad altri enti pubblici, per via di un vincolo statuario.

Il prezzo fissato dalla Provincia di Mantova è 686 euro per azione: l'asta va deserta

L'asta va deserta, nonostante Autobrennero sia una società estremamente profittevole, che viaggia su un margine operativo lordo di 150 milioni di euro all'anno. A quel punto Mantova decide di esercitare una clausola di rescissione, già inserita in finanziaria 2013, che imponeva agli azionisti di maggioranza di “liquidare in denaro il valore della quota del socio, entro dodici mesi successivi alla cessazione”. Una liquidazione “coatta” che è stabilita anche dal codice civile. E infatti basandosi su quel articolo del c.c. (il 2437-ter) che il Tar Lombardia deposita, il 15 ottobre 2015, una sentenza che dà ragione ai mantovani. Per i giudici amministrativi della sezione distaccata di Brescia, Mantova ha ragione e ha diritto ai suoi 44 milioni di euro.

Ma a questo punto a Roma e nel partito democratico mantovano c'è già chi si muove per “boicottare” anche la decisione del Tar: con un carpiato doppio, parte dei consiglieri del centrosinistra mantovano cambiano idea e decidono che ora non è più tempo di vendere le quote. I rumors parlano di pressioni da parte degli onorevoli mantovani come Marco Carra, che in in un'intervista “striglia” il pd mantovano esortandolo a trovare “solide alleanze col Pd di Verona, Trento, Bolzano, come la Svp del Südtirol e con gli emiliani, perché sul piano politico sono questi i soggetti che governano l'autostrada”.

Pressioni romane dal gruppo di onorevoli “Amici dell'Autobrennero” per mantenere le pastecipazione nella società autostradale. Perché così facendo il rinnovo di concessione potrò essere dato per affidamento diretto a una nuova società “in house” 100 per cento pubblica, senza gara europea. Questo è il motivo delle tensioni con Bruxelles sul dossier autostrade

Ma le pressioni arrivano anche da più in alto, direttamente del Mit e da Gianclaudio Bressa, sottosegretario agli Affari regionali del governo Renzi. Nella città della pianura padana vengono organizzate serate informative e di raccolta fondi, alcune nelle ultime settimane, da parte dei parlamentari dem romani riuniti in un gruppo, poco noto ma influente nelle stanze di Montecitorio e Palazzo Madama, chiamato “Amici dell'Autobrennero”. E a questi galà partecipano anche i vertici altoatesini come Walter Pardatscher – amministratore delegato della società autostradale. Insomma si fa squadra contro chi vuole cedere le partecipazione nella società e contro chi vorrebbe indire una gara europea per l'affidamento dell'A22.

Quello che in questa vicenda si capisce meno è l'atteggiamento delle altre province e degli enti locali, sopratutto emiliani, che detengono quote non strategiche di AutoBrennero. Perché anche loro sono da due anni sotto la mannaia dei tagli ai trasferimenti da Roma e avrebbero tutto l'interesse a “fare cassa” abbandonando la società. Eppure a ben guardare si intravede un “patto del cemento” dietro a questo silenzio. Difatti Autobrennero ha garantito investimenti sui vari territori in cambio dell'affidamento diretto della concessione, anche se per il momento nel protocollo d'intesa questi investimenti sono piuttosto vaghi e non specificati né in termini di risorse né in termine di tipologia di infrastruttura.

Tuttavia ci hanno pensato il governo e il Mit a togliere le castagne dal fuoco, sbloccando una serie di dossier infrastrutturali fondamentali per l'Emilia Romagna: sbloccata la Cis Padana Rolo-Reggiolo-Ferrara sud; il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi e infine i 26 km di bretella Campogalliano-Sassuolo. Per tutte e tre queste opere c'erano (e rimangono) grossi dubbi sull'impatto ambientale, che vengono fugati con un tratto di penna governativa. In buona sostanza gli enti locali emiliani hanno barattato la firma del protocollo sull'affidamento in house ad Autobrennero (e la rinuncia a vendere le loro partecipazioni) chiedendo in cambio lo “sblocco” di queste infrastrutture incompiute che attraversano il loro territorio.

Il patto del cemento: gli enti locali dell'Emilia Romagna hanno deciso di appoggiare il governo e i trentini. Ma in cambio si sono fatti sbloccare le infrastrutture sul loro territorio da anni al centro di polemiche ambientali: Cis Padanaì, Rolo-Reggiolo-Ferrara e Campogalliano-Sassuolo. Praticamente un baratto

Infrastrutture al cui completamento partecipa proprio anche Autobrennero – ad esempio in Cis Padana detiene il 51 per cento delle quote.

Un patto di fratellanza che corre fra Bolzano e Modena, siglato non con l'inchiostro, né col sangue, ma col cemento. Proprio sotto la supervisione dell'emiliano Graziano Delrio. Per chi crede alle coincidenze.

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