8 per mille alle moschee? Ecco perché ha ragione D’Alema

Le moschee wahabite annaffiate dai soldi degli emiri arabi sono pericolose. Per combattere la loro proliferazione, serve contrapporvi un Islam europeo. E serve finanziarlo, come dice l’ex Presidente del Consiglio. Quello croato è un esempio da seguire

D'alema

FETHI BELAID/AFP/Getty Images

25 Marzo Mar 2016 1008 25 marzo 2016 25 Marzo 2016 - 10:08
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Tutto si può dire di D’Alema tranne che sia banale: «Se in Italia c’è l’otto per mille per la Chiesa cattolica, perché non fare qualcosa di simile per un milione e mezzo di musulmani che non sono riconosciuti e istituire quindi un otto per mille per le moschee?», ha proposto ieri a Radio Anch’Io. Questo, dice l’ex presidente del Consiglio per favorire la nascita di un«Islam europeo» che possa essere «più aperto, più moderno di quello fondamentalista che viene da certi Paesi d’origine».

Come prevedibile, su D’Alema è piovuta una tempesta di critiche. Basti, a titolo di esempio, la fatwa di Matteo Salvini, che ha espresso il suo dissenso con un tweet piuttosto didascalico

Eppure D'Alema ha ragione da vendere, con buona pace di chi prefigura un futuro simile a quello descritto da Michel Houellebecq in “Sottomissione” o a chi, come il Giornale, vorrebbe “Cacciare l’Islam da casa nostra”. Immaginando, quindi, che l’occidente democratico e illuminista non abbia altra strada per sopravvivere al cancro islamista delle deportazioni e della limitazione della libertà di culto. D'Alema ha ragione, diceva, e per comprenderlo è proprio al Belgio insanguinato e ferito che bisogna guardare.

Un bellissimo articolo di qualche giorno fa su Il Foglio, a firma di Giulio Meotti, descriveva il processo storico di islamizzazione delle terre fiamminghe e vallone. Un processo cruciale per comprendere perché sia proprio il Belgio il cuore pulsante dell’eurojihad: «Nel 1974, i musulmani in Belgio erano alla prima generazione, lavoravano nelle miniere e volevano spazi per pregare nelle moschee - racconta Meotti -. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di 99 anni (e) l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio».

È così che il wahabismo e la sua visione dell’Islam allergica alle innovazioni e a tutto ciò che non è musulmano e propensa invece alla lotta armata contro i miscredenti e gli infedeli si sono affermati in Belgio, formando imam che sono poi andati a predicare nelle centinaia di moschee del Paese, facendo proseliti e trovando consenso in quartieri come Molenbeek, che è solo il più tristemente famoso ghetto del Paese, non certo l'unico: «Una scelta, quella fatta dal Belgio quarant’anni fa, criticata oggi anche dal ministro francofono belga Rachid Madrane, musulmano, - continua Meotti - che al giornale La Libre ha detto: “Il peccato originale del Belgio consiste nell’aver consegnato le chiavi dell’islam nel 1973 all’Arabia Saudita per assicurarci l’approvvigionamento energetico”».

Oggi, la Croazia è l’unico Stato europeo dal quale nessun cittadino è partito per arruolarsi nei ranghi dell’ISIS. Di musulmani in Croazia ce ne sono più di sessantamila, per la cronaca. E hanno luoghi di culto finanziati con le tasse dei cittadini croati, figli di convenzioni e accordi con lo Stato croato.

Vediamo allora in cosa consiste quel peccato originale. Partiamo da un assunto fondamentale: di islam non ce n’è uno solo, né c'è una sola autorità religiosa per ciascuna delle diverse confessioni musulmani, come invece accade in quelle cristiane. Ergo, se si sceglie l'interlocutore sbagliato, com'è accaduto col Belgio, sono guai. Se non lo si sceglie è addirittura peggio, perché vince chi ha più soldi e da sempre chi ne ha di più solo i wahabiti arabi e degli emirati del Golfo. Interessati sì a diversificare i loro investimenti comprando squadre di calcio o a finanziare investimenti immobiliari, ma anche, con un livello di ambiguità mai abbastanza criticato - i soldi, ahinoi, non puzzano mai - a finanziare la predicazione anti-occidentale e, a quanto pare, pure formazioni militari e terroristiche come l’Isis: «Il quartiere (Molenbeek, ndr) che lamenta il 30% di giovani disoccupati, è preda, da almeno mezzo secolo, dei soldi avvelenati di ideologia, pompati a milioni dagli alleati wahabiti - spiega su Vita.it Wahel Farouk, professore egiziano che insegna all’Università Cattolica di Milano -Oggi, non a caso, questo quartiere contribuisce con il più alto numero di foreign fighters alla guerra settaria wahabita in corso in Iraq e Siria»

Farouk racconta anche l'esempio opposto, però: «Oggi, la Croazia è l’unico Stato europeo dal quale nessun cittadino è partito per arruolarsi nei ranghi dell’ISIS», racconta. Di musulmani in Croazia ce ne sono più di sessantamila, per la cronaca. E hanno luoghi di culto finanziati con le tasse dei cittadini croati, figli di convenzioni e accordi con lo Stato croato. La libertà di culto non solo è garantita, insomma, ma anche incentivata. Il patto è reciproco e di mutua responsabilizzazione, però. Le moschee, in Croazia, sono infatti luoghi in cui si predica un Islam di pace e tolleranza - esiste, cari miei, fatevene una ragione - in cui i valori e i costumi occidentali sono visti come qualcosa da interpretare e con cui integrarsi, non certo qualcosa da rifuggire, autoescludendosi o peggio combattendoli: «L’unica soluzione al problema dell’islam in Europa è un islam europeo - conclude Farouk - L’islam non è una religione araba, ma uno spazio aperto a tutte le culture che possono arricchirlo e allargare i suoi orizzonti. I precetti dell’islam hanno sempre subito mutazioni con il tempo e lo spazio, è il solido fondamento alla base di tutti i contributi che l’islam ha dato alla civiltà umana. Il musulmano europeo, oggi, deve dunque restituire all’islam il suo spirito pluralista». L’unica strada per farlo è quella prefigurata da D’Alema. Il resto sono chiacchiere e ululati.

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