Referendum, le ragioni dell’astensione: «Chiudere le piattaforme, un regalo a russi e arabi»

Parla Piercamillo Falasca, portavoce del fronte dell’astensione al voto del 17 aprile: «Macché trivelle, stiamo condannando l’Italia alla dipendenza energetica. Il fronte del sì? Emiliano e Speranza pensano solo a fare le scarpe a Renzi»

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David McNew/Newsmakers

4 Aprile Apr 2016 1430 04 aprile 2016 4 Aprile 2016 - 14:30

«Quante bugie che si stanno dicendo su questo referendum». Piercamillo Falasca, economista e direttore editoriale di Strade, sta girando tutti i salotti tv da settimane. È lui, liberale di ferro, il volto della campagna per l’astensione al cosiddetto «referendum sulle trivelle» del prossimo 17 aprile: «Che poi questa cosa delle trivelle è la prima grande bugia», spiega.

In che senso?
Il referendum riguarda le piattaforme estrattive che già esistono e stanno estraendo gas e petrolio entro le 12 miglia dalla costa. Non c'è nulla da trivellare, insomma. Anche perché già oggi lo Stato vieta di trivellare per cercare e sfruttare nuovi giacimenti entro tale distanza. Chi vota sì, vuole che le concessioni arrivino a scadenza, ma non vadano oltre. Io e altri, consigliamo di andare al mare, per evitare che si raggiunga il quorum.

Cosa c'è di sbagliato nelle ragioni del Sì?
C'è che entro cinque anni il 75% delle concessioni entro le 12 miglia vanno a scadenza. Ed entro il 2027 non ci sarà più una concessione attiva. Nonostante ci saranno ancora giacimenti ricchi di gas che noi lasceremo lì, inutilizzati. Uno spreco senza senso: ecco cosa c'è di sbagliato.

Perché senza senso?
Perché noi dipendiamo da fonti energetiche estere per il 76% del nostro fabbisogno. La dico in un modo diverso: tre quarti dell'energia che consumiamo viene da fuori. E non da democrazie illuminate, ma da Paesi come Libia, Algeria, Russia, Arabia Saudita. Ecco: ognuno voti quel che vuole, ma se rinunciamo a quel gas che abbiamo sotto il nostro mare, finiremo per aumentare la nostra dipendenza energetica da Putin e soci.

Obiezione: potremmo investire in energie rinnovabili invece che comprare idrocarburi da fuori…
È un’equazione impossibile.

Perché?
Perché quelle piattaforme sono ricchezza prodotta in Italia: 750 milioni di euro di Pil, 11mila persone che ci lavorano, che diventano 31mila contando l'indotto. A spanne, sono circa 1 miliardo di euro di gettito fiscale. Spiegatemi in che modo un settore che vive di sussidi come quello delle rinnovabili potrebbe giovarsi di una diminuzione delle risorse statali. Senza contare i danni occupazionali..

«Ciò che Di Maio e altri fanno finta di non sapere, è che solo un paese ricco si può permettere una riconversione energetica. Non un paese che taglia le risorse e fa vincere la logica no a tutto»

Luigi Di Maio del Movimento Cinque Stelle sostiene che ha un piano per il riassorbimento di quei lavoratori…
Perlomeno ammette che un danno c'è, cosa che avevano sempre negato. Detto questo, la loro visione è insussistente, da un punto di vista economico. Ciò che Di Maio e altri fanno finta di non sapere, è che solo un paese ricco si può permettere una riconversione energetica. Non un paese che taglia le risorse e fa vincere la logica no a tutto.

Chi sostiene le ragioni del Sì parla di rischi ambientali per le nostre coste, di sversamenti di petrolio, ad esempio…
Capisco che per ragioni di propaganda si preferisca parlare di petrolio, anche perché richiama incidenti come quello del Golfo del Messico di qualche anno fa, ma l'85% della produzione entro le 12 miglia è rappresentato da gas naturale. E il gas è energia pulita e generalmente sicura. Anzi, a dire il vero la cosa meno sicura è smantellare una piattaforma prima che il giacimento non sia andato a esaurirsi. Che poi è esattamente quello che vorrebbero i sostenitori del Sì. Ammesso che gli interessi qualcosa il merito della questione.

Cosa intendi dire?
Intendo dire che i referendari mi sembrano mossi più da motivazioni politiche che dal merito delle questioni. Non tutti, sia chiaro. Ma mi sembra evidente che Michele Emiliano e Roberto Speranza stiamo usando questa battaglia come calcio d'inizio di un congresso permanente contro Matteo Renzi. Così come il Movimento Cinque Stelle e partiti di centrodestra come Forza Italia, improvvisamente convertitasi alla causa dell'ambientalismo militante. Faccio presente che il tema della sovranità energetica è questione centrale per tutte le destre, tranne la nostra. Contenti loro. A me sembra squallido che si spendano soldi pubblici per battaglie politiche che nulla hanno da sparire col merito delle questioni.

A proposito di sovranità: chi sostiene il Sì al referendum parla di strapotere delle lobby economiche, dei grandi player - nazionali e non - dell'energia e della subalternità della politica nei loro confronti. C'è da dire, peraltro, che il caso Guidi ha dato loro parecchi argomenti…
Come ho già detto, nel caso vinca il sì, le lobby energetiche estere, quelle vere, grandi e importanti, non saranno di certo tristi. Detto questo, mi sono anche stufato di fare delle aziende energetiche un problema, qualcosa di cui è meglio non parlare.

Parliamone, allora...
Da poche pozzanghere di gas naturale, l'Eni di Mattei ha costruì un know how che oggi è fortissimo nel mondo. Pensa alla piattaforma Goliat, la più grande e sofisticata unità galleggiante di estrazione del mondo. Non solo: se l'Italia è oggi più avanti della Germania in relazione agli obiettivi che l'Europa si è data per il 2020, è soprattutto perché noi abbiamo il gas e loro il carbone. Altro che amici delle lobby: noi ci teniamo all’ambiente e non vogliamo un’Italia stracciona.

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