Ecco perché serve anche in Italia una legge sull’integrazione (come quella tedesca)

Mentre da noi non si è ancora capito come integrare i migranti (e ne pagheremo le conseguenze) in Germania si vara una legge il cui motto è "Foerdern und fordern", incentivare e pretendere

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21 Aprile Apr 2016 1125 21 aprile 2016 21 Aprile 2016 - 11:25

Torna caldo il fronte sud della grande migrazione verso l’Europa. Il nostro, quello del mare di Sicilia, in cui 500 persone già sono naufragate, pochi giorni fa. Secondo i dati Frontex, infatti, a marzo, con 9600 sbarchi, il numero di persone arrivate è più che raddoppiato rispetto a febbraio e quadruplicato rispetto a un anno fa. La questione è cruciale, insomma: anche perché l’Austria ha chiuso le frontiere con l’Italia, alla faccia di Schengen. Mentre l’Unione Europea ha rifiutato la proposta avanzata da Palazzo Chigi di un eurobond per i migranti.

Coi mari che si calmano, insomma, si prepara un estate difficile. E già ce li immaginiamo i Salvini che ululano alla Luna, i Renzi che se la pigliano con l’Europa, i grillini che se la prendono con Renzi, tutti gli altri che hanno, semplicemente, paura. E nessuno che provi a capire cosa fare e che strategia adottare per far fronte a questa ondata migrantoria tanto eccezionale quanto destinata a diventare normale. E forse, come al solito, servirebbe guardare oltre frontiera.

Si chiama foerdern und fordern, incentivare e pretendere. E dovremmo studiarlo molto bene, il modello tedesco di accoglienza e integrazione. Perché mette nero su bianco una ricetta fondata sul lavoro, diametralmente opposta a quella del multiculturalismo francese e del modello di assimilazione inglese. In breve, il profugo che arriva in Germania deve sostenere, nei primi tre mesi, corsi di tedesco e di formazione per favorirne l’integrazione nelle fabbriche e deve partecipare a non meglio precisate misure di integrazione sociali.E non può nemmeno scegliere dove andare ad abitare, perché la casa gliela assegna l’amministrazione pubblica, per evitare nascano ghetti.

In cambio però, il governo abolisce per tre anni la legge secondo cui, a parità di condizioni, è da preferire un disoccupato tedesco ed europeo. E se un apprendista non riceve lo status di profugo, è proprio il lavoro a tutelarlo, fino a che non abbandona il percorso di formazione o di inserimento lavorativo, o commette un reato.

Buono o cattivo che sia, quel che succede in Italia è lasciato allo spontaneismo e all’approssimazione delle realtà locali. E il dibattito, quando c’è, è affidato a pregiudizi e isterismi di segno opposto

Non è una legge “buonista”, quella tedesca, per nulla. Eppure è stata promulgata, lo scorso 15 aprile, da un governo che ha fatto dell’apertura agli stranieri il suo senso d’essere. E che non è retrocesso da questo suo principio - quello di essere un «Paese fondato sull’immigrazione» , come ha più volte detto Angela Merkel stessa - nemmeno dopo le batoste elettorale delle ultime elezioni dei lander e l’ascesa degli xenofobi di Alternative für Deutschland. In questa apparente contraddizione c’è tuttavia la forza dell’approccio tedesco al problema dell’integrazione, pur in una situazione di equilibri estremamente complicati e fragili come il caso del comico Jan Böhmermann, processato in base a una legge dell’ottocento per aver preso in giro il presidente turco Erdogan dimostra. Massima apertura, quindi, ma nessuno sconto. E soprattutto, il posto di lavoro come luogo dell’inserimento nella società.

Può non piacere da una parte ai Salvini e dall'altra ai fautori dell’immigrazione senza regole, ma il modello tedesco appare quello più adeguato anche per un Paese come l’Italia. Senza flussi d’immigrazione retaggio di un passato coloniale, al pari della Germania. Con una manifattura pulviscolare e diffusa sui territori, che difficilmente produce ghetti. Con un sacco di luoghi - il caso di Riace è emblematico - che potrebbero essere rigenerati da profughi e migranti, se adeguatamente formati e integrati.

Da noi, però, per trovare traccia di una riflessione pubblica su una possibile linea politica da adottare sul tema dell’integrazione bisogna tornare al 1990 e alla prima (e unica) conferenza nazionale sull’immigrazione. Buono o cattivo che sia, quel che succede in Italia è lasciato allo spontaneismo e all’approssimazione delle realtà locali. E il dibattito, quando c’è, è affidato a pregiudizi e isterismi di segno opposto.

«Wir schaffen das». Ce la possiamo fare, aveva detto la Merkel quando decise di aprire le frontiere tedesche a tutti i profughi siriani che avessero fatto richiesta di asilo in Germania. È sconsolante pensare che noi nemmeno ci stiamo provando.

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