La grande mistificazione del concetto di felicità

Nel 1776, il futuro presidente degli Usa abbozzava la Dichiarazione d'Indipendenza: tutti gli uomini ricercano la felicità (che nell'era del capitalismo ha la forma di una U rovesciata)

Jefferson

Mark Wilson/Getty Images

14 Maggio Mag 2016 1100 14 maggio 2016 14 Maggio 2016 - 11:00

Il 28 giugno del 1776, Thomas Jefferson finì di scrivere la prima bozza del testo che, qualche giorno dopo, divenne la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America. Nel secondo paragrafo di quella lettera, scritta su carta olandese di canapa e fitta di correzioni e appunti, Jefferson appuntò una serie di verità che ritenne inappellabili, self-evident, scrisse. Due le verità sopra tutte: che tutti gli uomini sono creati uguali, e che Dio ci concede tra i diritti inalienabili la vita, la libertà e the pursuit of Happiness. La ricerca della felicità, per tutti, o quasi.

Scrivendo quella frase Jefferson si sbagliò, confuse l'ideale con il reale. Pensava che incitare ognuno a realizzare se stesso e a perseguire ciò che lo rendeva felice in completa libertà e autonomia fosse la base per la società perfetta, ma in realtà stava mettendo le basi per la costruzione di un modello sociale mostruoso, simile a una giungla. Una giungla positivista basata sulla fiducia cieca nel progresso, sull'arroganza di essere il migliore dei sistemi possibili, un sistema la cui naturale dinamica dialettica era per forza una sorta di guerra civile.

Nella prima bozza della Dichiarazione d'Indipendenza, Jefferson scrisse che ci sono due verità sempre valide: che tutti gli uomini sono creati uguali, e che Dio ci concede tra i diritti inalienabili la vita, la libertà e the pursuit of Happiness

Difficile dire se l'America di Trump e Clinton sia molto diversa da quella che aveva in mente Jefferson. Eppure sotto i tratti invecchiati e deformati da due secoli, è proprio negli States che vediamo i peggiori frutti di questo stato di guerra civile permanente il cui obiettivo è la felicità e la cui dinamica è la lotta dell'Uno contro l'Altro. Ingiustizia sociale, razzismo, povertà diffusa e ricchezza concentrata, stragi casuali di pazzi armati (sì, scopriamo anche che il diritto alla felicità di qualcuno è il diritto di armarsi per uccidere qualcun altro), e via dicendo.

Insomma, possiamo anche andare avanti a dircelo — lo facciamo da quel giorno d'estate del 1776 — ma il diritto alla ricerca individuale della felicità sta mostrando in questi anni tutti i suoi limiti, mentre il nostro vorace bisogno di essa si sta rivelando come il motore inarrestabile della più grande crisi socioeconomica che l'Umanità abbia affrontato da secoli.

La felicità è sbagliata per due motivi. Il primo è che ignora completamente l'unica cosa che abbiamo capito della Natura, ovvero la ciclicità. E nell'economia della felicità capitalista non si è felici a cicli. Al contrario, si cerca sempre una maggiore felicità. E più accontentiamo i nostri desideri e ingrassiamo di felicità, essa, come una droga, richiede che si alzi la dose. È così che la ricerca della felicità crea essa stessa la sua distruzione, come scrisse, circa due secoli dopo gli appunti di Jefferson, il professor Richard Easterlin, che negli anni Settanta del Novecento, individuò e descrisse il Paradosso della felicità.

Secondo l'economista americano, che insegnava in California, il sistema economico basato sull'accumulo del capitale generava una curva della felicità che aveva forma di una U rovesciata. All'aumentare della ricchezza, sosteneva Easterlin, la felicità aumentava in un primo momento, poi viveva una breve stagione di plateau e poi giù, di nuovo verso l'infelicità. Insomma, ricchezza e felicità seguono due momenti di proporzionalità, la prima positiva, che genera felicità al pari della ricchezza, la seconda negativa, che genera infelicità mentre la ricchezza aumenta.

Secondo l'economista Richard Easterlin il sistema economico basato sull'accumulo del capitale generava una curva della felicità che aveva forma di una U rovesciata

Il paradosso di Easterlin non è la semplicemente la prova che i vecchi non mentono quando dicono che i soldi non fanno la felicità. È un po' di più, perché rappresenta la prova dell'errore che vizia alla base il concetto di felicità individuale su cui abbiamo fondato la nostra società: il pensare la sua crescita infinita e positiva. E come tutto ciò che si nutre della fiducia cieca nelle meravigliose sorti e progressive, anche la felicità ora ce la tiriamo sui denti.

In realtà, come spesso accade, ce la raccontiamo ed è tutta colpa nostra. Il nostro grave errore è stato quello di aver progressivamente permesso che fosse svuotato il termine di tutto ciò che aveva senso e, contemporaneamente, quello di aver permesso che fosse riempito del suo esatto contrario.

Il racconto economico finanziario del mondo, che negli ultimi trent'anni abbiamo accettato senza fiatare, ha legato indissolubilmente il concetto di felicità al concetto di benessere. Ma non ci bastava, e così ci siamo fatti imbambolare anche dal fatto che il benessere fosse misurabile scientificamente, e che fosse esprimibile con un valore che abbiamo chiamato PIL e che è una delle armi più pericolose che l'Umanità abbia mai avuto per autodistruggersi, un pedale dell'acceleratore sempre pigiato a tavoletta.

La legge più antica del mondo dice che bisogna evitare l'evitabile e accettare l'inevitabile. E se non abbiamo ancora capito che una delle cose inevitabili che dobbiamo imparare a riconoscere è che il mondo funziona a cicli e che ogni idea, se virata al positivismo e votata alla religione della crescita infinita, diventa una trappola mortale, allora probabilmente ci meritiamo di vedere come va a finire, se andiamo avanti così.

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