La finale di Champions 2016

Real-Atletico non è solo una partita di calcio, è una guerra di religione

Diverse che più diverse che non si può, le due squadre della capitale spagnola si giocano la Champions League. Sarà una "guerra civile": ormai l'Europa del pallone è solo iberica

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Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images

28 Maggio Mag 2016 0531 28 maggio 2016 28 Maggio 2016 - 05:31

Raccontano le cronache reali che quando il re di Spagna Juan Carlos portò, per la prima vota allo stadio, suo figlio Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos di Borbone e Grecia (per gli amici solo Felipe, oggi Felipe VI) a vedere il derby di Madrid, il giovanotto rispose cortesemente ai cronisti che si erano sporti verso i posti riservati al Rey e famiglia per chiedere per chi tifasse: «Per l’Atletico Madrid». Il padre, noto tifoso del Real che per obblighi reali non poté mettere le mani al collo dell’erede così, davanti a tutti, si limitò a sorridere a denti stretti: «Beh, è solo una creatura…».

Ora, può sembrare quantomeno indelicato parlare di “guerra civile” se ci riferisce ad una partita di calcio tra squadre spagnole, anche se a corte si consumava il dramma di una divisione per tifo. Per l’ovvio motivo per cui il gioco del pallone non è minimamente paragonabile ad un conflitto, certo. E poi, perché la Spagna una guerra civile l’ha vissuta davvero, anche se proprio l'Atleti ci ha scherzato su.

Tuttavia, il termine è quello che meglio definisce tutto quello che si può definire quando si parla di Real Madrid contro Atletico Madrid. Si può usare il termine “scontro civile”, ma dai che senso avrebbe. E non si può usare Clasico: quello è Real contro Barça, che è un qualcosa che va al di là dello scontro Spagna/Catalogna: ormai il pallone di oggi impone per due squadre globali del genere una battaglia oltre l’ideologia: tifosi indonesiani del Real contro australiani che amano i Blaugrana, per dire. Invece una guerra civile è quella che si combatte tra due fazioni diversissime tra loro che appartengono alla stessa nazione, magari alla stessa città, e che si contendo qualcosa che è più della nazione stessa. E ci sta una delle due sia in cerca di una rivincita.

E sono talmente forti sul campo, che hanno allargato lo scontro al territorio europeo, ma la geografia non altera il senso del discorso, tutt’altro: ormai l’Europa calcistica e la Spagna sono la stessa cosa. Nelle ultime tre stagioni, il futbol ha dominato le due grandi manifestazioni continentali. Nel 2014 il Real Madrid ha vinto la Champions League (contro l’Atletico…) e il Siviglia l’Europa League. Nel 2015 il Barcellona ha vinto la Champions e il Siviglia otra vez l’Europa League. Quest’anno una squadra spagnola vincerà di certo la Champions: c’è di nuovo Real-Atleti. In Europa League una spagnola ha già vinto e sapete già chi è, ma ve lo diciamo lo stesso: sì, è il Siviglia.

L’Europa è diventato il campo da gioco della Spagna, dove si affrontano due parti di Madrid che non potrebbero essere più diverse tra loro. Da una parte c’è una squadra che si è guadagnato l’appellativo di Real, dall’altra i Colchoneros, i materassai, perché bianco e rosso a strisce oltre ad essere la maglia dell’Atletico è lo stile della tela che una volta ricopriva i materassi.

Tradotto: in tre anni, la Spagna ha occupato otto posti su dodici disponibili nelle sei finali tra Champions ed Europa League, lasciando le briciole al resto d’Europa: un’italiana, una portoghese, un’ucraina e una inglese. Tutte sconfitte. Nell’era in cui l’economia applicata al calcio è sempre più importante, significa che i club della Liga che hanno partecipato alla conquista dell’Europa si sono messe in tasca solo tra il 2014 e il 2015 un totale di 340,2 milioni di euro tra premi legati. Per dire solo Real e Atletico: le Merengues si sono intascate 109,9 milioni (57,4 dalla Champions 2014 e 52,5 da quella successiva), i Colchoneros invece 93,7 milioni (50 dalla Champions 2014 e 43,7 da quella successiva). A questa ricca campagna hanno partecipato anche il Barcellona (102,9 milioni) e Siviglia con 33,7 milioni, perché si sa che la vecchia cara Coppa Uefa è meno remunerativa, ma buttali via.

Insomma, tutto questo per dire che l’Europa è diventato il campo da gioco della Spagna, dove si affrontano due parti di Madrid che non potrebbero essere più diverse tra loro. Da una parte c’è una squadra che si è guadagnato l’appellativo di Real, dall’altra i Colchoneros, i materassai, perché bianco e rosso a strisce oltre ad essere la maglia dell’Atletico è lo stile della tela che una volta ricopriva i materassi. Una è la squadra vincente, che a Milano si gioca l’undicesima Coppa dei Campioni/Champions League e che ha già superato il limite dei 30 campionati spagnoli vinti. L’altra è la squadra perdente: certo ha vinto 10 Liga e altrettante coppe del Re, ma dalle parti dell’Atleti sanno di essere la parte offuscata dalla luce dei Blancos: qui la Coppa dalle grandi orecchie non l’hanno mai vista, ma solo sfiorata: lì batte il Real. Lo sanno talmente bene, che nel 2012, alla vigilia della finale di Europa League poi vinta, il club produsse uno spot nel quale un padre tifoso dell’Atletico Madrid e il figlio parlano del calcio: a un certo punto, il pargolo chiede se è più importante l’Europa League o la Champions. E il padre non può fare altro che dire che certamente la vecchia Coppa Uefa è meglio. Futbol. La mentira mas hermosa. La bugia più bella, conclude lo spot. Applausi.

Ma le diversità non finiscono certo qui. Il Real Madrid è la squadra delle stelle: approdare qui è il massimo, questo è l’Equipo del siglo passato, per la Fifa. Una squadra che punta non solo a vincere, ma a farlo nel segno del bello. Sono i Galacticos e in panchina li guida uno di loro anche se alla prima esperienza, quello Zidane che dopo aver fatto cose bellissime in campo cerca di farle ripetere a chi è d’altronde già abituato, come Cristiano Ronaldo o Modric. L’Atletico è la squadra che con Simeone ha contrapposto negli anni il Cholismo. Che altri non è che un grande e fino ad ora perfetto equilibrio tra garra argentina e difesa tatticamente impostata. C’è chi lo definisce anti-calcio, invece è attualmente la difesa migliore al mondo. Lo ha ben dimostrato in Champions nei quarti vinti contro il Barcellona: pressing metodico, gol, chiusura con occupazione tattica (e quindi organizzata, pensata, studiata) di tutti i corridoi nei quali gli avversari potessero organizzarsi con il tiqui-taqa.

E poi ci sono le differenze di taglio economico. Il Real è una superpotenza dai fatturati in continua ascesa. Nell’ultima stagione, il club di Florentino Perez ha messo a bilancio entrate totali per 577 milioni di euro escluse le plusvalenze da mercato. Il tutto grazie ad un metodico sfruttamento della propria immagine, del brand: giocatori usati per campagne pubblicitarie in tutto il mondo, contratti milionari con aziende di ogni settore e persino un ristorante brandizzato a Dubai. L’Atletico è quello dei rapporti con i fondi d’investimento (che abbiamo indagato qui su Linkiesta), del tentativo di internazionalizzarsi con i petrodollari dell’Azerbaijan prima e con l’arrivo del cinese Jianlin poi. Anche in quest’ultimo caso, perché la storia spesso si ripete, si è consumato un derby nel derby. Raccontano le cronache economiche che quando l’imprenditore è arrivato in Spagna da Pechino, da sincero appassionato del Real abbia chiesto un appuntamento con Florentino Perez, per parlare di affari. Ma il presidente lo avrebbe snobbato, dedicandogli qualche minuto. Saputo dello sgarbo, il collega dell’Atletico si è fiondato sui soldi cinesi, avendone più bisogno. Se vincerà la Champions, arriveranno anche i soldi europei. Ed il primato su Madrid. Fino alla prossima “guerra civile”.

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