La lunga estate delle api, in attesa della decisione sul glifosato

Il 23 giugno la Ue dovrebbe decidere se estendere o meno l'autorizzazione per il fitofarmaco più utilizzato in agricoltura e inserito dalla Iarc nella lista delle sostanze probabilmente cancerogena. Una decisione che potrebbe salvare milioni di alveari e mettere in crisi altrettanti coltivatori

Api

REMY GABALDA/AFP/Getty Images

23 Giugno Giu 2016 0956 23 giugno 2016 23 Giugno 2016 - 09:56

Da qualche anno, una delle domande che accompagna le estati che non sembrano partire mai è: «Dove sono finite le api?». Te le aspetteresti lì in balcone attaccate alla grondaia con la speranza che non siano vespe. Ma non ci sono. La risposta è che stanno scomparendo: in Italia ogni anno perdiamo fra il 5-10% delle api al di fuori del calo invernale. Una quota extra che in Nord America arriva vicina al 50%. In campo scientifico questo fenomeno ha un nome: Colony Collapse Disorder (Ccd). Le motivazioni sono diverse: siccità, riscaldamento globale, distruzione dell’habitat naturale, vulnerabilità degli insetti ad alcuni parassiti, ecc. A pesare maggiormente, però, sono l’agricoltura e l’utilizzo di alcuni agenti chimici (contenuti in quelli che gli esperti chiamano agrofarmaci e che per gli ecologisti non sono altro che pesticidi). Fra questi, il glifosato.

Erbicida prodotto e distribuito principalmente dalla multinazionale Monsanto, viene utilizzato in tutto il mondo per la sua efficacia. Non solo in campo agricolo. Le amministrazioni pubbliche ne fanno uso per mantenere puliti i cigli stradali, le aiuole in mezzo agli incroci, ecc. Si spruzza sulle piante infestanti, si aspettano 5-6 ore per l’assorbimento e dopo 10-12 giorni la vegetazione inizia a rinsecchirsi perché non riesce più a nutrirsi. Poi passa la falciatrice e il gioco è fatto: tutto pulito e ordinato sotto il gardrail. «Peccato che poi crescano delle piante stagionali che, soprattutto in periodi piovosi come questo giugno –afferma Fabio Taffetani, etnobiologo e presidente Pan Italia dal palco di “Api in Comune” a Milano - proliferano costringendo gli amministratore a ulteriori tagli». Insomma, oltre il danno la beffa. Per tutti, insetti compresi che così si trovano senza il proprio naturale sostentamento. «Basta pensare alle piante commensali come il papavero e il trifoglio – spiega Taffetani – Per diecimila anni hanno convissuto con il grano. Ma dal secondo dopoguerra in poi sono diventate dei nemici da combattere in nome della produttività. Mettendo così a rischio l’habitat di moltissime specie».

«Le piante commensali come il papavero e il trifoglio per diecimila anni hanno convissuto con il grano. Ma dal secondo dopoguerra in poi sono diventate dei nemici da combattere in nome della produttività. Mettendo così a rischio l’habitat di moltissime specie»

Fabio Taffetani

«Le api sono delle vere e proprie agenzie ambientali», sottolinea l’apicoltore e presidente Unaapi Francesco Panella. Volando su un’area con un raggio di tre chilometri e posandosi su circa 700 fiori al giorno, le api «entrano in contatto con il mondo esterno e l’alveare diventa un archivio di tracce molecolari». Comprese quelle di vari fitofarmaci attualmente in uso. Come il glisofato. D’altronde, il mondo esterno ne è letteralmente sommerso. Come riscontrato dall’ultimo rapporto Ispra, in Lombardia (l’unica regione assieme alla Toscana che effettua queste rilevazioni) sono 193 i comuni da bollino rosso dove il 38% dei campioni analizzati presenta tracce di pesticidi. Cifre che si abbassano del 4% nei campioni di acque sotterranee e che in ogni caso riportano sempre la presenza del glisofato. Un mix di sostanze che secondo alcune ricerche sembra abbassare le resistenze delle api esponendole all’attacco del Nosema ceranae: un parassita scoperto nel 1996 che nel tempo si è reso responsabile di una strage invisibile. I sintomi, infatti, non sono visibili dall’apiocoltore e poco si può fare sul lato della prevenzione.

«La moria delle api, però, è solo un campanello d’allarma - ricorda Panella – Ci fa notare che l’agricoltura e la gestione del territorio così non funziona. Va rivista». Un cambiamento che potrebbe iniziare il 30 giugno. Entro quella data l’Ue dovrà decidere se estendere o meno l’autorizzazione all’uso del glifosato che, nel marzo 2015, era entrato a far parte delle sostanze che la Iarc (International agency for research on cancer) considera probabilmente cancerogena per l’uomo (categoria 2A). Una scelta che aveva trovato impreparata l’Efsa (European food safety authority). Circa ogni dieci anni, l’agenzia europea rivede i propri standard relativi a pesticidi ed erbicidi e lo scorso anno è stata la volta del glifosato. La valutazione finale, tuttavia, ha smentito lo studio della Iarc appoggiato dall’Organizzazione mondiale della sanità: è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti una minaccia di cancro per l’uomo. Il motivo di queste diverse valutazioni sta tutto nelle modalità di ricerca. Da un lato, la Iarc ha valutato il rischio del glifosato e, in particolare, se possa provocare il cancro. Insomma, non si è posta il problema di verificare quale sia la probabilità che ciò accada o quante persone possano risultarne affette. Dall’altro lato, la Efsa ha valutato il danno che il glifosato può causare in base alla sua tossicità e all’esposizione delle persone all’agente chimico.

«In caso di "no", il comparto agricolo europeo perderebbe uno strumento fondamentale per la sua sostenibilità, considerata in tutte e tre le sue accezioni e competitività»

Andrea Barella

Su queste basi, il 23 giugno è attesa la decisione della Ue che, dopo diversi accordi falliti (l’ultimo il 6 giugno di quest’anno prevedeva una proroga di 18 mesi), darà o meno semafore verde all’utilizzo dell’erbicida passando poi la palla ai singoli Stati (e intanto la Francia ha già ritirato dal mercato un centinaio di prodotti a base di glisofato). «Se passerà il “sì” la sostanza glifosate verrà autorizzata presumibilmente per un periodo limitato, in attesa del pronunciamento dell’Echa (Agenzia delle sostanze chimiche, ndr) sulla pericolosità della sostanza stessa. In caso di “no”, come sottolineato anche dall’associazione europea degli agricoltori Copa-Cogeca, il comparto agricolo europeo perderebbe uno strumento fondamentale per la sua sostenibilità, considerata in tutte e tre le sue accezioni e competitività», afferma Andrea Barella presidente Federchimica-Agrofarma. D’altronde, nel 2014 sono stati distribuiti 826 milioni di chili nel mondo e in Italia il glifosato viene utilizzato per il 90% proprio dal settore agricolo. «C’è da dire che un’evoluzione concreta e tangibile della presenza di agrofarmaci nel nostro Paese riguarda i volumi di utilizzo, calati notevolmente grazie allo sviluppo di sostanze sempre più specifiche ed efficaci finalizzate a un utilizzo contenuto e mirato per le esigenze delle singole colture (-24,79% nel periodo 1990 – 2014)».

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