Marcelo Bielsa, genio vero del calcio o no?

"El Loco" arriva in Italia, con la sua aura di mito del pallone. Ma la sua carriera dice, oltre ai tanti schemi e gli atteggiamenti "pazzi", che la vittoria non fa spesso parte del suo curriculum

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Valerio Pennicino/Getty Images

25 Giugno Giu 2016 0820 25 giugno 2016 25 Giugno 2016 - 08:20

Sottilissimo è il filo che lega una sicura sentenza da un colpo di sfiga ben assestato. Inizialmente, su questa pagina, avreste dovuto leggere del grande inganno perpetrato dal tiqui-taqa ai danni del calcio e sulla cortina di fumo alzata dal palleggio ossessivo davanti agli occhi dei tifosi, che ne rimangono estasiati senza accorgersi di quanto in realtà possa essere noioso, visto che l’imbroglio è il tema di questo fine settimana di Linkiesta.

Ora, scrivere una cosa del genere avrebbe comportato una serie di problemi non da poco, l’ultimo dei quali il rischio portare una sfortuna tremenda ai danni della nostra nazionale, che lunedì gioca contro la Spagna di Del Bosque, che del tiqui-taqa e della bellezza del gioco tutto ricami – un gioco che oseremmo definire barocco, corrente che in Spagna qualche secolo fa pare abbia fatto furore in ambito artistico – fa un marchio di fabbrica. Ecco: non vogliamo certo allungare ombre scure sull’Italia, che già deve scrollarsi di dosso l’ultima sconfitta, ininfluente beninteso ma sempre figlia di partita bruttina. Se gli Azzurri escono agli ottavi contro gli iberici, che già ci hanno sonoramente sculacciati nell’ultima finale continentale, forse scrivendo il pezzo di cui sopra avremmo dovuto andare a nasconderci nei boschi.

Allo stesso modo, sottilissimo è il filo che lega una sicura sentenza a un ritorno di tale sentenza in faccia, con sommo dolore, vedremo alla fine della stagione che comincia ad agosto. In questa sede e in questo contesto, parliamo di Marcelo Bielsa. Che tutti definiscono un genio del calcio, ma che invece potrebbe non essere altro che un “imbroglione”. Il tecnico argentino ha appena lasciato il biancoazzurro dell’Olympique Marsiglia per il celeste della Lazio e i tifosi e le penne giornalistiche sono già in fermento. Già, sta arrivando in Italia “El Loco”, il pazzo. E se la pazzia spesso si accompagna a un certo genio, il gioco sembra fatto. Dove sta l’inganno?

Bielsa sbarca nella nostra Serie A con un carico di ammiratori che hanno contribuito ad alimentarne il mito. Di lui si conoscono molti aneddoti. Uno su tutti, quello che vuole che si arrampicasse sugli alberi sopra il campo d’allenamento del Newell’s Old Boys, dove trottavano ragazzi promettenti del calibro di Gabriel Omar Batistuta e Nestor Sensini, per poterli studiare meglio dall’alto. Quando esordisce sulla panchina dei rossoneri, a Rosario, il San Lorenzo (squadra oggi nelle grazie di Dio, visto che ne è socio il Papa) passeggia per 0-6. I tifosi, che evidentemente non hanno gradito, bussano a casa di Bielsa, che esce con in mano una bomba a mano. Il messaggio è chiaro anche per i più distratti: o ve ne andate o la faccio esplodere.

Ecco, questo è Bielsa. In allenamento ti urla dietro di continuo, costringendoti a ritmi pazzeschi. Ha codificato più di 20 schemi di gioco e minuziosamente catalogato (e visto, ovvio) più di 50mila partite. A Marsiglia ha preteso di seguire le partite seduto sulla ghiacciaia dello staff. Non parla con un giornalista da 8 anni. Una volta di notte chiamò moglie e figli e li portò nel campo da calcio rudimentale che si era costruito dietro casa, per mostrare loro uno schema che gli era venuto in mente mentre dormiva. Non si fida di nessuno, nemmeno del suo traduttore: a Marsiglia lo accusò di sbagliare apposta per metterlo in difficoltà, così fece assumere al club un cileno che aveva conosciuto in un supermercato.

E poi attaccare, attaccare, attaccare. Se il calcio si vede dagli innovatori, Bielsa è uno che ha messo nero su bianco, e poi sul verde del campo di gioco, il mitologico schema del 3-3-1-3, che permette rapidi capovolgimenti di fronte (quelli che ora i più fighi ora chiamano la transizione, cioè il passaggio dalla fase di non possesso a quella di possesso palla) e allo stesso tempo una più uniforme copertura del campo, con il trequartista che deve avere cuore, polmoni e piedi per essere il perno sul quale far ruotare il tutto. Velocità, aggressività, ritmi altissimi. A questo schema si sono ispirati grandi allenatori come Pep Guardiola. Con questo schema, l’Argentina ha vinto l’oro olimpico nel torneo di calcio di Atene 2004.

Una volta di notte chiamò moglie e figli e li portò nel campo da calcio rudimentale che si era costruito dietro casa, per mostrare loro uno schema che gli era venuto in mente mentre dormiva. Non si fida di nessuno, nemmeno del suo traduttore: a Marsiglia lo accusò di sbagliare apposta per metterlo in difficoltà, così fece assumere al club un cileno che aveva conosciuto in un supermercato.

E allora, di nuovo, dove sta l’inganno? Prendiamo gli ultimi due casi citati. Un’altra leggenda narra che Bielsa abbia convinto Guardiola a fare l’allenatore in un colloquio durato circa 6 ore, alla fine della quale il buon Pep ha avuto l’illuminazione. Da lì in avanti, il tecnico catalano ha avviato il proprio cursus honorum tra le fila del Barça, diventando il tecnico più vincente degli ultimi anni, coprendosi di medaglie, di trofei, di mito conquistato sul campo a furia di avversari sbaragliati sul campo. Un destino che Guardiola condivide con Jorge Sanpaoli, altro grande discepolo di Bielsa, tanto pare da imitarne l’arrampicata sugli alberi durante gli allenamenti. Sanpaoli è successo a Bielsa alla guida della nazionale cilena: ottavi di finale al Mondiale brasiliano 2014 perso solo ai rigori dopo una gara rischiata di vincere e vittoria nella finale di Copa America dell’anno successivo, laddove invece Bielsa ha raccolto sì 34 vittorie in 66 partite (sono tante, per il Cile) ma zero trofei. La nazionale gli ha regalato una delle poche vittorie, quella citata ad Atene 2004 con l’Argentina: se avesse fallito con una squadra che schierava Mascherano e Tevez, sarebbe stato un disastro.

A quello però Bielsa ci aveva già pensato due anni prima, quando al Mondiale del 2002 si presentò con Crespo, Batistuta, Veron e il 3-3-1-3: fuori al primo turno, con l’onta della sconfitta contro l’odiata Inghilterra. L’Argentina come approdo sicuro, dove ha vinto 3 campionati (e perso una Liberatdores) inframezzati da un’avventura senza successi in Messico, è la prima parte della sua carriera. In Europa, ci sono state fino ad ora Spagna e Francia. Con l’Athetic Bilbao è arrivato due volte in finale tra Europa League e Copa del Rey: due risultati importanti, in una piazza che non è così abituata come Barça e Real Madrid. Ma sono altre due sconfitte. In Francia, a Marsiglia, è entrato in conflitto con la società che gli ha promesso acquisti poi non effettuati. Lui ha condito il tutto dimettendosi alla prima giornata del suo secondo campionato francese, dopo una sconfitta. La sua carriera per ora ci dice una cosa: è come se la vittoria non facesse davvero parte del suo lavoro.

La sua carriera per ora ci dice una cosa: è come se la vittoria non facesse davvero parte del suo lavoro.

Si tratta quindi di dover distinguere tra il mito a prescindere per via dei comportamenti e il mito legato alle vittorie. E se tutta questa sua scienza applicata non sia soltanto quella cortina di fumo da gettare in faccia ai tifosi, per coprire i magri risultati. Per il suo modo di stare in campo e fuori viene spontaneo l’accostamento a Zdenek Zeman, che quest’anno in Svizzera ha perso la finale della coppa nazionale: c’è chi glielo rinfaccia e gli ricorda che non vince quasi mai e chi lo ama comunque, per le sue posizioni anit-sistema spesso mostrate in Italia. Di “geni” veri o supposti il calcio ne ha avuto molti. Solo alcuni di loro hanno avuto la forza di cambiarlo davvero, facendogli prendere nuove strade che sembravano impossibili da battere, usandole per vincere. Essere pazzi ed essere geniali nel senso di fatti per vincere non sembra essere cosa per Bielsa, almeno fino ad oggi. "Difendere è un inconveniente. È il lavoro scomodo del calcio", dice uno che sta per allenare in Serie A, dove difendere è un’arte. Buon lavoro.

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