Grazie Londra! La Brexit è un antidoto ai populismi e sta salvando l’Europa

Mentre la vittoria del leave mette in crisi la Gran Bretagna, il ministro dell’economia greco afferma che, a un anno dal referendum, il peggio per Atene è alle spalle. In Spagna, intanto, il voto premia i partiti europeisti e da Berlino e Bruxelles si accelera verso l’unione politica

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28 Giugno Giu 2016 1119 28 giugno 2016 28 Giugno 2016 - 11:19

Facciamo un salto indietro di dodici mesi. Ad Atene, ad esempio, dove stava iniziando la campagna referendaria di Tsipras e Varoufakis contro la proposta di accordo per un rifinanziamento dei crediti alla Grecia. A piazza Syntagma sventolavano le bandiere dell’Oxi, il No. E chi le sventolava - greco o italiano o di dovunque fosse - raccontava che se Atene avesse ricominciato a stampare dracme, uscendo definitivamente dall’Eurozona, si sarebbe ripresa in men che non si dica da tutti i suoi guai. La storia è andata diversamente. La Grecia, in effetti, ha votato No a quell’accordo, ma ha finito per accettarne uno peggiore, pur di non uscire dall’Euro. Tsipras è tornato al voto, rivendicando questo accordo, e gli elettori gli hanno dato ancora più fiducia.

Oggi la Grecia non è ancora fuori dai guai, anzi. Per il 2016 è previsto l’ennesimo calo del prodotto interno lordo. Però il governo sta più o meno tenendo fede ai suoi impegni, è stato trovato l’accordo per un nuovo rifinanziamento del debito e la Banca centrale europea ha ammesso di nuovo le banche elleniche all'uso dei normali rifinanziamenti presso la Bce stessa, dopo un anno e mezzo di stop, che normalizzerà l’attività di credito. All’orizzonte c’è l’ingresso nel programma di quantitative easing della Bce e, a partire dal 2018, anche un possibile taglio del debito greco: «Le misure fiscali ora sono concluse - ha dichiarato in una recente intervista il ministro dell’economia greco Euclid Tsakalotos - Adesso daremo più spazio a un’agenda dedicata allo sviluppo, favorita dall’ingresso nel quantitative easing della Bce e dal ritorno degli investitori».

Non è difficile immaginare, oggi, cosa sarebbe successo se la Grecia avesse deciso altrimenti, rinunciando all’Euro e all’ombrello delle istituzioni europee. Le centinaia di miliardi bruciati dalla borsa di Londra, il crollo verticale della sterlina e la perdita della tripla A di Standard & Poor's nel rating dei titoli di stato britannici sono un memento mori più che sufficiente per capire, fatte le debite proporzioni, quel che sarebbe successo ad Atene. E quanto Tsipras e Varoufakis, allora, stessero giocando col fuoco, sulla pelle dei loro connazionali. Più e peggio, se possibile, di quanto vi abbiano giocato e vi stiano giocando David Cameron, Boris Johnson, Nigel Farage, coi loro tragicomici balletti sulla gestione del dopo referendum, tra promesse rimangiate e strategie che alla prova dei fatti si sono rivelate inesistenti.

Le centinaia di miliardi bruciati dalla borsa di Londra, il crollo verticale della sterlina e la perdita della tripla A di Standard & Poor's nel rating dei titoli di stato britannici sono un memento mori più che sufficiente per capire, fatte le debite proporzioni, quel che sarebbe successo ad Atene. E quanto Tsipras e Varoufakis, un anno fa, stessero giocando col fuoco, sulla pelle dei loro connazionali

Forse il voto spagnolo, o meglio ancora la repentina e inattesa crescita di consensi del Partito Popolare di Rajoy e il parallelo crollo di Unidos Podemos, va letto in quest’ottica. Come una scelta di buon senso, di fronte all’avanzata di Pablo Iglesias e del suo populismo di sinistra. Chi dice che in Spagna abbiano vinto la Merkel e la sua idea di Europa, probabilmente forza l’interpretazione, ma non va troppo lontano dalla verità. E le strategie di maggior integrazione prefigurate dai vertici degli scorsi giorni tra Germania, Francia e Italia autorizzano a pensare che quella strada, se percorsa, sia il miglior antidoto possibile ai populismi, di destra e di sinistra.

Il «Compact della sicurezza» in grado di che affrontare tutti gli aspetti della sicurezza e della difesa. Il consolidamento dell’agenzia Frontex e del governo dell’Eurozona nell’emergenza migranti. La trasformazione del fondo salvastati Esm «in un completo Fondo monetario europeo, a controllo parlamentare». L’avvio di uno studio su uno strumento comune per sostenere l’economia. E la definizione di un presidente stabile dell’Eurogruppo, con la nascita di una sottocommissione e di un parlamento dell’Eurozona sono misure significative, che accelerano tremendamente il percorso verso gli Stati Uniti d’Europa. E che rimettono al centro della politica continentale concetti per troppo tempo abbandonati come la solidarietà permanente tra gli Stati forti e quelli in difficoltà e il ritorno di strategie volte a far convergere le economie europee.

Lo dicevamo in tempi non sospetti: di fronte al sogno di chi spera che le cose possano magicamente migliorare distruggendo l’Europa si può rispondere solamente con un sogno uguale e contrario. Quello di completare un’unione politica che sia davvero in grado di affrontare le sfide economiche, sociali e geopolitiche globali cui è destinata. Anche solo raccontare quel sogno sembrava impossibile, fino a qualche settimana fa. Dio benedica gli inglesi, allora. E la Brexit.

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