Renzi sbaglia: non si riscrive la Costituzione inseguendo i sondaggi

La exit strategy del premier che teme una sconfitta al referendum rischia di provocare una perdita di credibilità fatale, per il Governo, per il Pd, per la politica

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11 Luglio Lug 2016 0823 11 luglio 2016 11 Luglio 2016 - 08:23

L'exit strategy da una possibile sconfitta al referendum rischia di provocare al governo più danni di quelli che cerca di evitare, perché è facile immaginare la reazione dell'elettore medio a una maggioranza politica che fa e disfa cose importanti come la Costituzione inseguendo, all'ultimo minuto, i sondaggi e il suo istinto di sopravvivenza. Nessuno obbligò Renzi e gli altri ad appendere i loro destini a un "sì". Nessuno li forzò a giudicare imprescindibile per il destino del governo, del Parlamento e del Paese il combinato disposto tra la nuova Costituzione e l'Italicum.
Nessuno li perdonerà se adesso che si è giunti al giudizio popolare, faranno melina, o ulteriori pasticci come lo “spacchettamento”, o coinvolgeranno il Quirinale, la Cassazione e la Consulta in un gioco dei quattro cantoni sulle leggi fondative della nostra democrazia. I trucchi in zona Cesarini, che in altre circostanze furono utili allo scopo, stavolta minacciano di rafforzare i dubbi sui reali obiettivi delle riforme (“Se erano così buone, perché le cambiate?”) e a radicalizzare la frattura sulla quale fa sci d'acqua da due anni il Movimento Cinque Stelle.

Se c'è a sinistra e a destra ancora un barlume di senso della realtà si dovrebbe capire subito, ora, che gli errori commessi in passato – nell'iter della riforma, nella accettazione di principi indigeribili come l'immunità ai futuri senatori, nella maldestra ideologia del “piglio tutto” che sottende ad alcune scelte – sono inemendabili. Bisogna tenerseli, e difenderli sperando di esserne capaci, perché l'alternativa è il disgusto popolare e il Vae Victis delle urne, quando alle urne si dovrà arrivare per forza. E questo sentimento non è appeso al clima del momento ma a un dato costitutivo e strutturale dell'opinione pubblica, in particolare quella che guarda al Pd e lo ha votato. Per un ventennio questo mondo è stato educato a giudicare il tema delle leggi ad personam come peccato mortale della democrazia: l'idea che l'uso privato della legislazione sia il cancro del Paese è il crinale ideologico su cui due generazioni hanno distinto chi pensava al bene comune e chi si faceva gli affari suoi. Un aggiustamento del “ad personas” – intendendo per “personas” il premier e i suoi alleati attuali e futuribili – del referendum sulla Costituzione, smontato e rimontato per tutelare il futuro del renzismo, sarebbe la classica goccia che fa traboccare il vaso e sposta le posizioni dal “voto Sì col naso turato” al “voto contro”.

Il dibattito sullo “spacchettamento”: come si “spacchetta”? E chi decide come dividere e/o accorpare i quesiti? E una volta “spacchettato”, se tre quesiti passano e due no, come si regge in piedi la Costituzione? E l'Italicum: se davvero la Corte Costituzionale lo smontasse nelle parti in cui prevede il premio di maggioranza e i capilista “blindati”, potrebbe Renzi tirarsene fuori e addossare ogni colpa al Parlamento?

Immaginiamo, poi, il dibattito sullo “spacchettamento”: come si “spacchetta”? E chi decide come dividere e/o accorpare i quesiti? E una volta “spacchettato”, se tre quesiti passano e due no, come si regge in piedi la Costituzione? In che sede si aggiustano le cose, si dà un senso al testo mutilato?

E l'Italicum, poi. Il governo lo ha voluto al punto di imporre tre voti di fiducia temendo imboscate della sinistra dem: se davvero la Corte Costituzionale lo smontasse nelle parti in cui prevede il premio di maggioranza e i capilista “blindati”, potrebbe Renzi tirarsene fuori e addossare ogni colpa al Parlamento? Ieri il premier ha ostentato una certa distanza dall'argomento («Sulla legge elettorale non apro più bocca, è un tema nella disponibilità delle Camere»), ma persino in un Paese dalla memoria corta come il nostro sarà difficile dimenticare i tweet entusiastici che salutarono l'approvazione nel maggio 2015. «Impegno mantenuto, promessa rispettata. L'Italia ha bisogno di chi non dice sempre no» (Matteo Renzi); «Ci hanno detto non ce la farete mai. Si erano sbagliati, ce l'abbiamo fatta! Coraggio Italia!» (Maria Elena Boschi). Si è davvero sicuri che ricominciare con la buriana della legge elettorale puntando a un Italicum “rivisitato” avvantaggerebbe il governo?

Sfilarsi da questo groviglio di punti interrogativi sembrerebbe la soluzione più sensata per una classe dirigente – di sinistra, di centro e di destra – che abbia a cuore il Paese oltre i propri destini personali. Così come appare ragionevole risparmiare agli italiani un'estate di surreali duelli su norme già passate per doppie, triple, quadruple letture parlamentari, col contributo un po' di tutti, di chi le ha votate ma anche di chi ha contribuito a costruirle e poi è uscito dall'aula in nome della diversificazione delle tattiche.
Fare i seri una tantum. Giocarsi la partita che si è scelta due anni fa. Affrontarne le conseguenze, se non per coerenza almeno per scaltrezza e senso della realtà: cambiare le carte in tavola, a questo punto, rischia di trasformare la possibile tempesta in sicuro tsunami.

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