Dopo Nizza

Lo Stato Islamico andava sconfitto due anni fa: e ora l’Occidente è nelle mani del mostro

Era il 2014 quando a Mosul fu proclamato il Califfato. Doveva partire la repressione e invece c’è stata una reazione debole, per paura e per calcolo. Oggi l’Isis è in crisi ma potrebbe sopravvivere per anni. Restando una causa a cui continuano a immolarsi fanatici ai quattro angoli del mondo

Isis Mosul

(KARIM SAHIB/AFP/Getty Images)

18 Luglio Lug 2016 0925 18 luglio 2016 18 Luglio 2016 - 09:25

Ancora non è certo. Lo Stato Islamico – i cui adepti stanno festeggiando sui social network la strage di Nizza – potrebbe anche non essere coinvolto nell’attentato compiuto da Mohamed Lahouaiej Bouhlel, francese di origine tunisina di 31 anni, noto alla polizia come criminale comune e non come jihadista. Ma il sospetto resta forte, pochi mesi fa la parola d’ordine era passata sui canali di comunicazione del Califfo: “uccideteli in tutti i modi, investiteli con le vostre auto, usate camion”. E poi il modus della strage, volta a causare il massimo numero possibile di vittime in modo indiscriminato (Al Qaeda almeno privilegiava obiettivi militari, simbolici e vie di comunicazione). Lo spettro dello Stato Islamico per ora aleggia su questa ennesima carneficina e grande è il rimpianto – o almeno dovrebbe esserlo – per tutti gli errori commessi che hanno portato al dilagare di questa piaga. Se quello Stato fosse scomparso dalla carta già da tempo, se la sua aura di invincibilità e stoica resistenza fosse venuta meno, forse avremmo avuto meno fanatici e squilibrati pronti a immolarsi per la sua causa.

Il Califfato nasce, come tutti i mostri del resto, dal sonno della ragione. Della “nostra” ragione. Senza la scellerata guerra di George W. Bush in Iraq nel 2003, senza il demenziale ordine del governatore Paul Bremer di sciogliere dall’oggi al domani esercito e intelligence irachena (creando milioni di disoccupati armati e risentiti verso l’invasore occidentale), senza una pessima e disattenta gestione del dopo invasione – specialmente quando il premier sciita al Maliki ghettizzò e iniziò a perseguitare la popolazione sunnita nel tiepido disinteresse americano – lo Stato Islamico non sarebbe mai nato. Invece ha potuto approfittare del caos in cui è sprofondato il Medio Oriente dopo il deragliamento delle Primavere arabe, prima in Siria e poi in Iraq, per radicarsi sempre più. È stato aiutato dalla cecità dei suoi nemici in questo: il dittatore Assad ha usato l’Isis (rafforzandolo de facto) contro i ribelli, gli Stati sunniti (Turchia e Arabia Saudita specialmente) hanno usato l’Isis contro Assad. L’Occidente è stato zitto.

Se quello Stato fosse scomparso dalla carta già da tempo, se la sua aura di invincibilità e stoica resistenza fosse venuta meno, forse avremmo avuto meno fanatici e squilibrati pronti a immolarsi per la sua causa

Quando è stato ufficialmente proclamato da al Baghdadi il Califfato, il 29 giugno 2014 a Mosul, il tempo della prevenzione era già ampiamente scaduto. Il Mondo si è trovato di fronte a una nuova entità statale fondata sul fanatismo islamico, con delle capitali (Raqqa in Siria e appunto Mosul in Iraq), scuole, ospedali, capacità di riscuotere tributi e via dicendo. Ha visto la persecuzione delle minoranze, la violenza sulle donne e sui bambini, la crudeltà e la barbarie di questa nuova organizzazione. Sarebbe dovuta scattare rapidamente la repressione a quel punto. Ma di nuovo l’Occidente è rimasto a balbettare ai margini della scena. Gli Stati Uniti non volevano intervenire (come del resto l’Europa) per paura: la sua opinione pubblica era rimasta scottata dalle guerre infruttuose di Bush e non voleva più veder tornare i propri ragazzi chiusi in sacchi neri. Mancava (e manca) inoltre una exit strategy. Non si è poi intervenuti anche per calcolo: gli alleati dell’Occidente nella regione – Turchia e Arabia Saudita – erano quasi più inclini a dialogare con un eventuale Stato Islamico sunnita che fosse nato nell’area che non a sconfiggerlo lasciando che della sua scomparsa si avvantaggiassero i curdi e gli sciiti (specie in un momento di ascesa dell’Iran – anche grazie all’accordo sul nucleare – nello scacchiere globale). E l’Occidente ha lasciato fare per molto tempo.

I bombardamenti sono quindi partiti su scala ridotta (all’inizio solo in Iraq, solo dopo anche in Siria) e troppo tardi. Non solo. I video di propaganda dell’Isis sono stati ripresi e rilanciati dai mass media occidentali in modo acritico, ingigantendo la fama di questa organizzazione e di fatto facendone il gioco. Se il sistema di informazione avesse fatto meglio il suo mestiere – ad esempio sviscerando la vera natura del sedicente Stato Islamico, di progetto stabilito a tavolino da ex ufficiali (laici) dell’intelligence della dittatura di Saddam Hussein – la propaganda jihadista sarebbe stata meno efficace. L’intervento della Russia, a settembre 2015, non è poi stato molto più efficace dei rari bombardamenti americani. Colpendo indiscriminatamente i ribelli ha spinto tra le braccia dell’Isis – o della branca siriana di Al Qaeda, al Nousra – molti altri combattenti. L’unica vittoria significativa sul terreno l’ha ottenuta a Palmira, ma successivamente l’inerzia si è spenta e anzi i lealisti sono ora sulle difensive nell’area e non solo.

Quando è stato ufficialmente proclamato da al Baghdadi il Califfato, il 29 giugno 2014 a Mosul, il tempo della prevenzione era già ampiamente scaduto. Sarebbe dovuta scattare rapidamente la repressione a quel punto. Ma di nuovo l’Occidente è rimasto a balbettare ai margini della scena, per paura e per calcolo

Oggi lo Stato Islamico è in crisi – economica e militare -, attaccato da più parti, con la dirigenza decimata dagli attacchi dei droni e con sempre meno risorse. Continua tuttavia a sopravvivere grazie alle divisioni dei propri nemici (russi e americani, iraniani e sauditi, turchi e curdi etc.) che, non riuscendo a trovare un accordo su come spartirsi le aree di influenza strategica nella regione, impediscono uno sradicamento alla base dell’Isis. Il quadro potrebbe rimanere sostanzialmente simile ancora per qualche anno, e altri giovani potrebbero rimanere abbagliati dal mito del Califfato. Eppure siamo di fronte a un’altra possibile occasione per abbattere lo Stato Islamico.

In particolare gli Stati europei - che in termini di terrorismo, immigrazione e instabilità geopolitica pagano un prezzo molto più alto degli Usa – avrebbero oggi più che mai l’interesse ad approfittare del nemico comune per unirsi, per creare un proprio esercito, per imporre le proprie condizioni ad alleati e rivali dell’area (che non potrebbero competere con la pressione esercitata da un nucleo europeo unito e coeso) e così cancellare dalla mappa il Califfato. Facendolo ne abbatterebbe anche il mito, privando (si spera) delle loro illusioni molti altri potenziali martiri della jihad. L’Unione europea si rilancerebbe con uno scopo chiaro, potente, unificante, e potrebbe così emergere più forte che mai dalla propria crisi di identità – come spesso accade – grazie a un nemico da sconfiggere. Un nemico che inoltre incarna la negazione di tutti i valori su cui l’Ue si fonda e in cui i suoi cittadini, anche i più scettici, credono. Purtroppo, guardando ai precedenti e all’aria che tira sul Vecchio Continente, c’è da scommettere che anche questa occasione andrà perduta. E i mostri continueranno a prosperare.

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