Massimo Nava: «Le élite usano i referendum per conservarsi, il popolo li usa per farle fuori»

Parla lo storico inviato ed editorialista del Corriere della Sera: «È successo con la Brexit, succederà con Renzi. I grillini? Un voto di novità, ma la selezione della loro classe dirigente è preoccupante»

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18 Luglio Lug 2016 1240 18 luglio 2016 18 Luglio 2016 - 12:40

«Ci siamo infilati in un corto circuito della democrazia. Anzi, a ben vedere i corto circuiti sono almeno tre».Non usa mezzi termini per nascondere la sua preoccupazione, Massimo Nava, storico inviato del Corriere della Sera, oggi editorialista del quotidiano di Via Solferino. Dalle amministrative in Italia al referendum sulla Brexit, da Viktor Orban a Marine Le Pen, sino all’ascesa di Alternative fur Deutschland in Germania, il vento antisistema e anti élite soffia un po’ ovunque nel Vecchio Continente. Ma non è questo, a suo dire, il principale motivo di preoccupazione.

Parliamone, di questi tre corto circuiti, allora…
Il primo corto circuito riguarda leader non sempre consapevoli e spesso improvvisati che usano i referendum come una clava, alimentando una deriva plebiscitaria.

Come mai li usano?
Perché pensano possano essere strumenti formidabili per consolidare il loro potere. Il problema - e qui sta il secondo corto circuito - questa deriva plebiscitari li espone a figuracce clamorose. Oggi è il turno di Cameron con la Brexit, ma qualche anno fa la stessa sorte è toccata pure a Chirac, col referendum sulla costituzione europea. Alla gente non fregava nulla di votare per o contro il trattato. Votò contro Chirac. E la costituzione europea non passò.

È la sorte che rischia anche Renzi, con il prossimo referendum sulla riforma costituzionale?
Di sicuro, il referendum verrà usato come una clava pro o contro Renzi. I leader usano la materia referendaria con un fine. Gli elettori ribaltano quella stessa arma contro quegli stessi leader.

Due cortocircuiti, quindi. Il terzo?
Il terzo è che quell’esercizio di democrazia, una volta che si ritorce contro il sistema, rischia di essere messo in discussione.

In che modo?
Provando a disinnescare le decisioni popolari, quando prendono una piega inattesa. La storia del Trattato di Lisbona è esemplificativa: di fatto è la Costituzione Europea bocciata dai francesi che rientra dalla finestra. Non a caso, è un trattato, quello, che si deve soprattutto a Sarkozy. Anche in negoziati con l’Unione Europea della neo premier britannica Theresa May finiranno per ridurre o - peggio ancora - vanificare la portata della decisione del popolo britannico.

C’è chi dice che il problema sta a monte. Che certe decisioni - ad esempio, la ratifica di trattati internazionali - non debba essere argomento di referendum…
Non a caso, in effetti, il referendum britannico era consultivo, non abrogativo. Il mantra che giustifica quest’ultimo cortocircuito, e che in qualche modo mira a risolverlo, è che la democrazia vada limitata nell’alveo della consapevolezza di ciò che si sta votando.

È giusto?
Dipende. Nel caso della Brexit è piuttosto evidente che la gente non sapesse cosa stesse votando. Il tema è davvero troppo complesso e ha effetti enormi sul resto dell’Europa e dell’economia globale. Davvero valeva la pena di rimettere il mandato di decidere al popolo, confidando che debba votare secondo buon senso?

La sensazione è che le grandi famiglie politiche tradizionali non sappiano più che pesci pigliare…
Sono in crisi nera. I socialdemocratici subiscono più colpi perché oltre all’offensiva populista, perdono pure i voti del loro popolo, il più colpito dalla crisi. L’elettorato di sinistra operaio che vota per la Le Pen in Francia è l’esempio più clamoroso.

«Di sicuro, il referendum verrà usato come una clava pro o contro Renzi. I leader usano la materia referendaria con un fine. Gli elettori ribaltano quella stessa arma contro quegli stessi leader»

Come mai questa emorragia ha colpito più la sinistra della destra?
Perché quella delle sinistre socialdemocratiche, in realtà, non è una proposta alternativa al centro destra. Edulcorata, semmai, ma non alternativa. In più c’è una carenza assoluta e drammatica di idealità politica nelle giovani generazioni. Ed è un astensionismo, questo, che colpisce soprattuto la sinistra. Risultato? A votare a sinistra sono rimasti i ceti medio alti e i 40-60enni. Curiosamente, si tratta della stesso residuo di popolazione che ancora legge i giornali.

Le cosiddette élite…
Che hanno sempre meno potere, perché la gente si informa su canali che loro non presidiano. E, contemporaneamente, contano meno, molto meno, delle anticamere finanziarie che stanno sopra di loro.

Così la gente finisce per votare altrove. Cinque Stelle e Podemos, ad esempio…
Che sono catalogati erroneamente tra i populisti.

Erroneamente?
È un voto giovanile e di rivolta, un voto di novità. Detto questo, la selezione della classe dirigente dei Cinque Stelle è un elemento preoccupante.

Perché?
Perché è sotto tutela. Da parte di chi la sceglie nel blog di Casaleggio. E di Grillo, che usa il voto della rete per farle fare quel che vuole lui. È una specie di riedizione del giacobinismo. Il popolo è sovrano, ma sono i leader che lo interpretano: i diktat, le epurazioni, il controllo. Mutatis mutandis, è come Forza Italia. Allora c’erano i casting e la televisione e Berlusconi. Oggi le primarie online, la rete e Grillo. Poi ben venga la Raggi a Roma, visto quel che c’era. Magari farà pure bene.

Domanda giusta, risposte sbagliate, insomma…
Noi chiediamo ai partiti più partecipazione e consapevolezza. Tutte domande giuste. La risposta è la Rete? Boh. Qual è il grado di consapevolezza di questo tipo di democrazia?

E quale sarebbe la risposta giusta?
I referendum hanno messo il dito nella piaga del sistema politico, allargandola. E il sistema politico, invece che reagire, elaborando rimedi, non sa che pesci pigliare. Servirebbe un’Europa più forte, consapevole, attenta ai problemi della gente, partiti più organizzati e partecipativi. Anche il suffragio universale europeo, ad esempio.

Ci arriveremo?
Dipende dalle due grandi eccezioni che ci sono in Europa. Angela Merkel in Germania, che nonostante l’ascesa di Alternative fur Deutschland, guida un governo che ha retto l’urto di quasi un milione di siriani e della crisi. E tutto sommato ha ancora una sua stabilità, anche grazie alla socialdemocrazia che dona il sangue. L’altra eccezione, piaccia o meno, si chiama Renzi, complice la grande crisi della destra. Ma il corto circuito è lì dietro l’angolo, che lo aspetta.

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