I grillini e il caso Lombardi: donne spietate come i maschi nell’arte della rottamazione

Le giovani sindache grilline sono riuscite dove avevano fallito le politiche di destra, ma anche di sinistra: non si nascondono più dietro un “protettore” ma battagliano in prima persona, svelano le proprie ambizioni, non hanno timore di mostrarsi “cattive” come i maschi

Raggi Boschi

Virginia Raggi e Maria Elena Boschi, di spalle, il 22 giugno, nella basilica di San Giovanni in Laterano (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

19 Luglio Lug 2016 1651 19 luglio 2016 19 Luglio 2016 - 16:51

Le ragazze di Grillo hanno tirato fuori gli artigli. Sono loro infatti le protagoniste assolute, e inedite, di una guerra politica senza esclusione di colpi. Afferrato il potere a Roma, nessuna di loro ha voluto mollare di un centimetro. Lei, la sindaca, col suo sorriso disarmante da brava ragazza qualunque, è stata tenace e determinata nel braccio di ferro con Roberta Lombardi fino ad estrometterla. Fingendo poi, a rottamazione compiuta, un finto candore dinanzi ai cronisti: «Roberta Lombardi si è dimessa dal direttorio? Non ne so nulla, me lo dite voi…». E non era per niente facile liberarsi di Roberta, grillina della prima ora, colei che guidò la pattuglia pentastellata appena eletta nei meandri di Montecitorio, armata di apriscatole e vivissimo spirito anticasta. Roberta diceva che le faceva schifo “il fetore dei partiti” ma ne ha appreso in fretta le dinamiche, ne ha praticato i riti antichi seguendo i canoni amico-nemico teorizzati da Carl Schmitt, ha usato il potere di veto come principale arma politica contro l’avvocatessa-sindaca. E alla fine ha perso. Era diventata troppo invadente: «Roberta telefona continuamente agli assessori…», si lamentavano i grillini schierati con la rivale Virginia. E adesso? Adesso sui giornali già fa capolino un altro nome femminile che farebbe ombra alla sindaca: la ruspante Paola Taverna, quella che con imprudente schiettezza ebbe a dire durante la campagna elettorale romana: «Noi pensiamo alle strategie politiche, Virginia ha un altro ruolo». E il ruolo di Virginia è appunto quello, adesso, di scrollarsi di dosso il tutoraggio di ogni direttorio, stabilendo un rapporto privilegiato con il leader, di dimostrare che ha vinto lei, che decide lei e che per le amiche-nemiche del Movimento è ora di fare un passo indietro, o almeno di lato.

Dopo Roberta Lombardi, adesso sui giornali già fa capolino un altro nome femminile che farebbe ombra alla sindaca: la ruspante Paola Taverna

Uno scenario interessante, una vera novità nella politica italiana prigioniera di rituali antichi: rimpasti, guerre di corrente, ribaltoni e notti dei lunghi coltelli. Qui siamo oltre: lo spettacolo che offre il Movimento Cinquestelle è quello di un partito nuovo dove nuove sono anche le dinamiche di potere interne e dove le donne non si nascondono più dietro un “protettore” ma battagliano in prima persona, svelano le proprie ambizioni, non hanno timore di mostrarsi “cattive” come i maschi. Le signore belligeranti nel Movimento hanno trasformato e superato l’analisi di una icona del femminismo come Simone de Beauvoir: le donne in politica fanno da pubblico alle lotte maschili. «Gli uomini sono troppo presi dai loro rapporti di cooperazione o di lotta per costituire, gli uni per gli altri, un pubblico: non possono osservarsi con disinteresse. La donna invece resta in disparte, non entra nelle giostre, nelle battaglie: l’insieme della sua condizione le assegna questa parte di sguardo». Invece no: il M5s, fucina di volti e temi sconosciuti, ci regala anche questa ulteriore rottura col passato, le donne che non restano in disparte, le donne che competono sul terreno proprio della politica, quello della decisione, quello degli spazi di potere.

Il Movimento 5 Stelle, fucina di volti e temi sconosciuti, ci regala anche questa ulteriore rottura col passato, le donne che non restano in disparte, le donne che competono sul terreno proprio della politica, quello della decisione, quello degli spazi di potere

Potenzialmente, questo insolito elemento potrebbe in prospettiva rovesciare l’archetipo classico della politica al femminile così come l’abbiamo finora conosciuta: mai più, per intenderci, “bamboline imbambolate” supportate dallo sguardo benevolo del capo corrente (scenario ricorrente a destra); mai più esibizione di frustrazioni paraffeministe di chi rivendica “quote” da un potere maschile avaro e ingeneroso (paradigma radicato a sinistra). Gli schieramenti tradizionali non hanno offerto modelli interessanti: a destra dobbiamo ancora assistere a un’opera di radicale rinnovamento come quella intrapresa da Marine Le Pen contro la figura classica dell’autorità, quella di suo padre Jean-Marie. Superata l’epoca godereccia delle “vergini offerte al drago” (espressione usata da Veronica Lario per stigmatizzare la condotta del coniuge libertino) e del “contorno” femminile al leader carismatico, il protagonismo di Giorgia Meloni appare in parte ridimensionato dall’adozione di un linguaggio che poco si distingue da quello di Matteo Salvini. A sinistra il volto femminile del renzismo, quello di Maria Elena Boschi, appare già consumato, depauperato in prestigio e credibilità. Al punto che i sondaggisti hanno già avvertito il premier: nella campagna per il referendum costituzionale Maria Elena Boschi deve sparire. Guai a commettere l’errore compiuto a Roma, quando era lei in prima persona a telefonare agli iscritti: “Ciao, sono Maria Elena, ti chiedo di votare per Roberto Giachetti”. Le altre signore dell’era renziana sono poco più che comparse, schiacciate dalla funzione assunta e dalle difficoltà ad essa legate: vale per Roberta Pinotti come per Federica Mogherini. E vale anche per Monica Cirinnà, la cui personalità è del tutto risucchiata dalla legge-bandiera che porta la sua firma. Al di sotto di questo assetto si muove solo il chiacchiericcio, come quello innescato dall’arcinota intervista-boomerang di Alessandra Moretti: andare dall’estetista è di sinistra oppure no?

A sinistra il volto femminile del renzismo, quello di Maria Elena Boschi, appare già consumato, depauperato in prestigio e credibilità. Le altre signore dell’era renziana sono poco più che comparse, schiacciate dalla funzione assunta e dalle difficoltà ad essa legate: vale per Roberta Pinotti come per Federica Mogherini. E vale anche per Monica Cirinnà

In epoca grillina tra gli schemi candidati a saltare, vi è dunque anche quello che ha finora racchiuso le ragazze in politica entro confini prestabiliti. Che cos’è stata fino ad oggi la politica al femminile? Le quote, il valore aggiunto delle caratteristiche femminili portato su un terreno di spietate competizioni, l’opposizione tra bellezza e competenza, i dubbi sul carrierismo, le questioni di genere, il “tetto di cristallo” da infrangere… Tutta roba vecchia, un armamentario che sembra appartenere al secolo scorso e non più all’oggi. Adesso sono le giovani grilline a condurre la danza, a introdurre in un dibattito logorato elementi di freschezza. Persino la polemica sull’uso sessista delle parole è tema sul quale le elette pentastellate non hanno nulla da dire. Virginia Raggi ha fatto sapere che lei neanche ci tiene ad essere chiamata “sindaca”, anzi che la parola suona un po’ cacofonica… Loro hanno dinanzi una prateria da percorrere, e vanno dritte allo scopo, senza lacci ideologici ai piedi. E dando gomitate capaci di stenderti a terra, a chi capita capita. Come i maschi, forse anche peggio dei maschi.

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