Rispondere con la politica al terrore? È un’illusione

Da Parigi a Orlando, da Nizza a Wurzburg: nessuna teoria politica, economica e sociale funziona con i “lupi solitari”. Cui il radicalismo islamico offre un senso che la globalizzazione non riesce a dare

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19 Luglio Lug 2016 1049 19 luglio 2016 19 Luglio 2016 - 10:49

Siamo in uno scenario totalmente nuovo e non ce ne siamo ancora accorti. Questo vien da pensare, leggendo le cronache degli attentati di Nizza, Wurzburg e, tornando indietro di qualche settimana o mese, di Orlando, Bruxelles, Parigi. Di fronte, abbiamo persone diverse, luoghi diversi, (presunte) motivazioni diverse. Quel che non cambia è il risultato, ma non bisogna certo partire dalla coda, per chiedersi cosa sta succedendo.

Quel poco che sappiamo oggi, per cominciare, è che l’estremismo islamista sta diventando una risposta all’anomia e alla deriva delle identità di soggetti deboli, sradicati, incapaci, nel contesto in cui vivono, di capire chi sono. Non lo sapevano il capo della cellula di Molenbeek Salah Abdeslam, né il killer di Orlando Omar Mateeen, né il folle camionista della strage di Nizza Mohamed Lahouaiej Bouhlel. Non lo sapeva il diciassettenne profugo afghano che ha tentato una mattanza a colpi d’accetta sul treno pendolare diretto a Wurzburg, in Baviera. Adolescenti o giovani adulti, tutti con un’identità (sessuale, culturale, sociale) irrisolta. Di fondo, vittime di una psicopatologia dell’ego, cui il proselitismo islamista dell’ISIS dava in qualche modo una soluzione.

Una psicopatologia - e questo è l’aspetto più preoccupante di tutti - che prescinde dai luoghi in cui ciascuno di loro ha messo un punto a capo al proprio conflitto interiore. La Francia, il Belgio, gli Stati Uniti d’America, la Germania hanno quattro modelli di integrazione completamente diversi, così come del resto lo stesso discorso si può fare assumendo le categorie della metropoli, della città di medie dimensioni, della provincia.

Duole assumere le consapevolezza di ciò, ma probabilmente non riusciremmo ad arginare questo conflitto identitario anche se decidessimo di gettare dollari o euro dagli elicotteri, perché non è economica la deprivazione da cui scaturisce il malessere. Non solo, perlomeno

Se questo è vero, se questa lettura fosse confermata dai fatti, oltre che dalle indiscrezioni, ci troveremmo di fronte a un male liquido e inafferrabile, di cui peraltro abbiamo già scritto. Di un flusso che prescinde dai luoghi in cui atterra. Che rifugge le categorie politiche e le dialettiche sociali con cui siamo abituati a confrontarci per dare risposta a quanto accade.

Duole assumere le consapevolezza di ciò, ma probabilmente non riusciremmo ad arginare questo conflitto identitario anche se decidessimo di gettare dollari o euro dagli elicotteri, perché non è economica la deprivazione da cui scaturisce il malessere. Non solo, perlomeno. E nemmeno il controllo sociale più spinto, le limitazioni alla libertà più feroci riuscirebbero a liberarci dalla paura che nessun luogo è più sicuro. Perché chi ci terrorizza è un pezzo della nostra società globale e atomizzata, tra le membra delle quale un’ideologia semplice e brutale - la religione, che cura le anime per definizione - penetra come un coltello nel burro. E il nostro principale problema non è il coltello. È il burro.

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