Brexit, un mese dopo: il dibattito europeo continua

Crisi di legittimità, ritorno ai nazionalismi e ricerca di un “nemico interno” in risposta al disagio sociale e culturale: sono le sfide che la Gran Bretagna sta affrontando dopo il referendum. E che la stampa europea sta analizzando: la rassegna a cura di EuVision

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20 Luglio Lug 2016 1456 20 luglio 2016 20 Luglio 2016 - 14:56

Brexit, un mese dopo. ​Diverse idee su come interpretare l’esito del referendum inglese si alternano nel dibattito europeo. Su Conservativehome John Stevens riflette sulle varie forme di disuguaglianza nel Regno Unito: tra giovani e anziani, poveri e ricchi, tra zone rurali e urbane, tra nord e sud, etc. Ryan Philipps su OpenDemocracy osserva che è riduttivo spiegare Brexit in termini di “cittadini che votano contro i propri interessi”, senza tener presente l’effetto della diffusione di sentimenti xenofobi e nazionalisti, che la campagna Remain non ha saputo controbilanciare in modo convincente. Peter Pomerantsev su Politico.eu osserva che il progetto europeo, essendo intimamente legato alle idee dell’Illuminismo, da sempre ha voluto parlare alla ragione delle persone, piuttosto che ai cuori.

Per superare l’impasse creata dal referendum Jürgen Habermas ­­in un’intervista su Social Europe­­ porta avanti l’idea di un nucleo di paesi core, quelli della zona euro, a cui affidare il compito di perseguire un’integrazione più stretta, e di convincere le opinioni pubbliche della bontà del progetto europeo. In ogni caso occorre cominciare a riflettere su alcune delle conseguenze più problematiche della Brexit: Will Hutton sul Guardian guarda al settore scientifico inglese, che sarà fortemente colpito dalla fine dei finanziamenti europei alla ricerca; sempre sul Guardian Owen Jones sottolinea il problema dei molti europei che ad oggi risiedono in UK, e che dopo il referendum vivono una condizione di forte incertezza. Infine l’Economist osserva che la Brexit non potrà non avere effetti sul mercato unico, la cui natura è quella di work in progress in cui molti settorisono ancora lontani dall’essere perfettamente integrati. Al dibattito sui problemisi affianca quello sulle proposte: Matthew Sinclair [Conservativehome] propone un quid pro quo, per cui in cambio di condizioni di uscita ragionevoli, per rassicurare gli Stati membrisulla serietà delle proprie intenzioni il Regno Unito dovrebbe impegnarsi per la stabilità dell’eurozona, per la soluzione della crisi di Schengen e sul fronte della difesa in Europa orientale.

Ma come nota Wolfgang Münchau sul Financial Times, il raggiungimento di un eventuale accordo è complicato dal fatto che ognisingolo capitolo sarà oggetto di negoziazioni, ed è molto difficile che si arrivi a una implementazione entro due anni. L’opzione norvegese non sembra praticabile dato che come mostra Liz Alderman sul New York Times­­ la Norvegia fa parte del mercato unico ma è obbligata a consentire la libera circolazione delle persone e non può decidere autonomamente in materia di immigrazione. In più, la Norvegia deve attenersi a norme decise a Bruxelles sulle quali non può esprimersi, in una condizione di “integration without representation”.

I problemi della globalizzazione. Il referendum inglese ha sollevato preoccupazioni sulle rinnovate fortune dei movimenti populisti. Il problema non è circoscritto: come sottolinea Dennis J. Snower su EUROPP, la Brexit non è che la più recente delle reazioni ai processi di disgregazione sociale causati dalla globalizzazione. Etienne Balibar [OpenDemocracy] osserva che le sfide che il Regno Unito sta affrontando sono comuni a tutti i paesi europei: crisi di legittimità, ritorno ai nazionalismi e ricerca di un “nemico interno” in risposta al disagio sociale e culturale, sono fenomeni diffusi in tutto il continente. Un modo inedito di affrontare la situazione potrebbe partire dall’idea per cui la responsabilità principale di un governo sarebbe di garantire il benessere dei propri cittadini, non di presegure concetti astratti di bene comune “globale”: Larry Summers su Social Europe parla di “nazionalismo responsabile”.

It’s the EU economy, baby​. Soffiano venti di preoccupazione sull’economia europea. Il sistema bancario italiano scricchiola: tuttavia come spiega Nicolas Veron su Bruegel, la situazione italiana è complicata ma ancora recuperabile. Prosegue inoltre il dibattito sull’accordo TTIP: Gregor Irwin, su Chathamhouse, mette in guardia contro i rischi del progetto e sottolinea il fatto che il voto inglese non fa che accentuarli. Sulla stessa linea, Gabriel Siles­Brügge and Ferdi De Ville, su Euractiv, sostengono che l’onda lunga della Brexit potrebbe portare a ulteriore deregolamentazione nel mercato unico. In risposta agli squilibri della moneta unica Thomas Palley, su Social Europe, propone un meccanismo di finanziamenti centralizzati da realizzare attraverso l’istituzione di una Autorità Europea di Finanza Pubblica e di un Ministro delle Finanze Europeo.

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