Il clan dei tatuati: l’ultraviolenza dei “barbudos” che terrorizza Napoli

La realtà napoletana deve fare i conti con una guerra di camorra che prosegue dal 2013. Ad affacciarsi sul teatro criminale sono la «paranza dei bimbi» e i «barbudos». La Dia: «In Campania 110 clan e azioni armate anche da parte di minorenni»

Raffaele Cepparulo

I tatuaggi di Raffaele Cepparulo, 25 anni, boss dei barbudos ucciso lo scorso 7 giugno

20 Luglio Lug 2016 1420 20 luglio 2016 20 Luglio 2016 - 14:20

Bastano 41 morti da inizio anno per comprendere quello che sta succedendo nel frastagliato mondo della camorra napoletana. Una strage avvolta da un cono d’ombra, come a non voler fare i conti col fatto che il nostro Isis è già qui, spara e uccide in pieno giorno, sulle nostre strade. E sul territorio italiano ha lasciato a terra più vittime di quanto non abbia fatto il terrorismo di matrice islamica. «Si uccidono tra di loro» è un adagio buono per tutte le stagioni di mafia, e anche qui, non è tutta la verità. Dieci vittime innocenti in cinque anni, cinque delle quali negli ultimi dodici mesi.

Una di queste è Ciro Colonna, 19 anni, ucciso per errore a Ponticelli nell’agguato in cui è morto Emanuele Cepparulo, 25 anni, uno dei cosiddetti barbudos: giovani, barba lunga, tatuaggi e mire criminali. In gioco c’è il bottino del racket e soprattutto della droga. Ci sono loro e la cosiddetta «paranza dei bimbi di Forcella», giovanissimi che non si fanno altrettanti problemi a sparare in pieno giorno. Ed è guerra aperta tra fazioni che vedono in campo gruppi come Sibillo-Brunetti-Amirante con l'appoggio esterno dei Rinaldi «determinati - si legge nei rapporti degli uomini della Direzione Investigativa Antimafia - a scalzare il sodalizio Mazzarella-Del Prete», o ancora Vastarella, Esposito e D'Amico nell'area orientale della città.

La faida ha portato al compimento di numerosi omicidi e azioni armate, anche da parte di minorenni

Relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia

«Il clan dei tatuati» lo definiscono gli altri boss che si contendono napoli e hinterland. Una guerra scatenata, scrivono i magistrati della Direzione Nazionale Antimafia, da «veri e propri vuoti di potere, che giovani generazioni di camorristi stanno cercando di occupare, con metodi violenti e senza la capacità di misurare il rapporto tra benefici e costi delle proprie azioni criminali, se non altro sotto il profilo della loro capacità di determinare una particolare reazione delle istituzioni».

Proprio tra queste giovani generazioni citate dalla Dna nascono i barbudos, che nulla hanno a che vedere con i rivoluzionari cubani, ma molto hanno a che vedere con le scorribande criminali che insanguinano Napoli. I «tatuati» hanno una guida, quel Marco Di Micco detto «Bodo», nome che i componenti del clan portano sulla pelle incorniciato da due pistole fumanti. Di Micco, arrestato il 10 maggio 2013 fa nell’ambito di una operazione della Dda di Napoli che decimò il clan è stato condannato a tre anni di reclusione lo scorso maggio. Per lui la procura aveva chiesto una condanna a 10 anni, ma il tribunale lo ha assolto dal reato di estorsione.

Dopo l’arresto di Di Micco a prendere le redini dei barbudos è stato Cepparulo, che aveva dovuto però lasciare il campo a gruppi più potenti inaugurando la strategia delle “stese”: gruppi di ragazzi a bordo di motorini che sparano contro saracinesche e auto in sosta. Cepparulo però si era spinto oltre e la famiglia Vastarella non ha gradito le sparatorie nella zona delle Fontanelle. Lì nel 2015 l’omicidio del boss Pietro Esposito rompe gli equilibri e i gruppi a cui Cepparulo è legato vengono cacciati. Sono gli Spina e i Genidoni, egemoni al quartiere Sanità. Antonio Genidoni, mentore criminale di Cepparulo, a cui lo stesso è talmente fedele al punto di tatuarsi il suo nome sul petto, viene arrestato come mandante della spedizione.

A quel punto Cepparulo, che nel frattempo sui social si è auto incoronato come «l’ultimo prescelto», è solo e viene arrestato per aver progettato l'omicidio del rivale Pasquale Sibillo. La conseguente scarcerazione per decorrenza dei termini insieme a Salvatore Basile, Agostino Riccio e Francesco Spina, segna in realtà la sua condanna a morte. Una volta fuori Cepparulo inaugura la strategia delle «stese» contro i Vastarella, che lo scovano e lo freddano il 7 giugno con un colpo alla testa. Con lui muore anche Ciro Colonna, 19 anni, che con la fai nulla aveva a che vedere.

«Questi gruppi sono solo all'inizio della loro storia - confida un investigatore - e possono purtroppo contare su nuove leve molto giovani, senza contare che tenere sotto controllo una grande realtà come quella di Napoli città non è affatto semplice». In zone come Napoli Sud, tra Ercolano e Torre Annunziata, nell'ultimo anno sono stati fatti più di 40 arresti per omicidi rientranti nella faida di camorra e 200 riguardanti attività estorsive, «tuttavia quando si passa sull'ordine di grandezza di Napoli città il controllo capillare del territorio diventa più complicato, visto il numero dei clan operanti».

Una realtà con cui Napoli e gli investigatori devono fare i conti tutti i giorni e che rimane un unicum nell’ambito della criminalità campana. Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia confermano quanto riportato nella relazione annuale dai magistrati della direzione nazionale e specificano come le realtà casertane e quella del clan dei casalesi, nonostante gli arresti sia da «ritenersi ancora pericolosa per forza di intimidazione, potenzialità finanziarie e capacità di penetrare i gangli vitali della pubblica amministrazione, sia in Campania che fuori regione».

Capacità che non viene riconosciuta a gruppi criminali come i cosiddetti barbudos o alla paranza. «Risulterebbero operare in Campania - scrivono gli investigatori della Dia - oltre 110 clan, cui vanno ad aggiungersi un fitto sottobosco di realtà criminali minori e le collaborazioni con gruppi di etnia straniera». Intanto la geografia dei clan a Napoli città vede una guerra di camorra che dal 2013 prosegue ininterrottamente, lasciando a terra anche parecchi innocenti.

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