Italia ipocrita: ci indigniamo per la macelleria turca, ma boicottiamo da trent’anni il reato di tortura

«Va approvato subito», aveva detto Matteo Renzi dopo la condanna della Corte di Giustizia Europea per i fatti della scuola Diaz. Ieri l’ennesimo rinvio. Che stride con l’indignazione per le purghe di Erdogan dopo il golpe fallito

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20 Luglio Lug 2016 1206 20 luglio 2016 20 Luglio 2016 - 12:06

«Ciò che è accaduto attiene a una pagina nera nella storia del nostro Paese. E se vogliamo affrontare quella pagina nera, la prima cosa da fare è introdurre subito il reato di tortura». Parole e musica di Matteo Renzi, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per i fatti della scuola Diaz al G8 di Genova del 21 luglio del 2001. Era il 6 luglio del 2015, circa un anno fa, e quel subito era involontariamente comico.

Perché a voler essere pedanti il reato di tortura l’Italia avrebbe dovuto introdurlo ventisei anni prima. Dal 1988, per la precisione, anno in cui il nostro Paese aveva ratificato la convezione delle Nazioni Unite contro la tortura: «ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione», si leggeva all’articolo 2 di quel trattato. E a voler essere pedanti, anche l’articolo 13 della nostra Costituzione proibisce esplicitamente, «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

«Ciò che è accaduto attiene a una pagina nera nella storia del nostro Paese. E se vogliamo affrontare quella pagina nera, la prima cosa da fare è introdurre subito il reato di tortura»

Matteo Renzi, 6 luglio 2015

Tant’è. Quel reato andava comunque approvato subito. E infatti il Parlamento si era messo già da un po’ di buona lena. Per promuovere un disegno di legge che andasse nella direzione indicata da Renzi, dell’Onu, della Costituzione e di tutti i principali Paesi europei. E, contemporaneamente, per indebolirne l’impianto, lettura dopo lettura. Questione di dettagli: «violenza» che diventa «violenze», al plurale. Acute sofferenze fisiche o psichiche, cui si aggiunge un «verificato trauma psichico». Cose così: «L’obiettivo è non approvarlo mai, o tramite melina oppure peggiorandolo a tal punto che poi si dica che questo testo così com’è non può essere approvato perché troppo distante dalle indicazioni che aveva dato l’Onu sul reato di tortura», preconizzava già allora Patrizio Gonella, presidente dell’Associazione Antigone.

Difficile dargli torto, oggi, di fronte a un vuoto normativo lungo quasi trent’anni anni, dopo l’ennesimo rinvio sine die alla legge, che secondo il ministro dell’interno Angelino Alfano dovrebbe pure tornare alla Camera per «evitare ogni possibile fraintendimento riguardo l'uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia».

Le immagini ancora calde di stampa dei presunti golpisti denudati, ammanettati, gettati all’ammasso in stalle e palestre, fotografati con i volti tumefatti dovrebbero farci riflettere. E chi si spaventa guardandole, chi chiede di interrompere ogni rapporto con Ankara, chi marca la differenza tra “noi” (civili) e ”loro” (incivili), forse dovrebbe rivolgere la sua indignazione altrove. A un Paese che da trent’anni è contro la tortura, ma non ha strumenti per punire il torturatore. Che poi, per una strana coincidenza, è il Paese in cui vive e vota.

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