Le nostre case sono piene di polveri sottili, arriva lo strumento che le misura

Basta friggere le uova per portare i livelli di pm2.5 a 250 microgrammi per metro cubo. Queste polveri sottili, che sono monitorate nelle strade, sono completamente trascurate nelle case. Uno strumento di una spin off universitaria le monitora

Cucina Fumo

(Evans/Three Lions/Getty Images)

21 Luglio Lug 2016 1702 21 luglio 2016 21 Luglio 2016 - 17:02

Non l’avrei mai detto, ma le uova che i miei figli cucinavano tutte le mattine avrebbero potuto provocare la nostra morte prematura.

Il pericolo non si nascondeva tanto nelle uova, quanto nelle minuscole particelle di olio da cucina che il calore della pentola scagliava per aria. Queste particelle, conosciute come PM2.5 per i loro 2.5 micron di dimensione, sono state associate a asma (di cui soffro), malattie cardiache, infarti, e persino autismo ed ADHD (Disturbo da Deficit di Attività/Iperattività) nei figli di madri esposte durante il periodo di gravidanza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’80 percento delle persone che risiedono in ambienti urbani sia esposta a livelli malsani di inquinamento dell’aria nella forma di particelle e afferma che questa esposizione sia responsabile di 4 milioni di decessi annui nel mondo.

La maggior parte di questi decessi è dovuta a una cucina scarsamente ventilata ed all’utilizzo di camini per il riscaldamento. Le particelle d’aria sono invisibili, ma una nuova generazione di monitor per l’aria permette di apprendere rapidamente la qualità dell’aria ed apportare immediati interventi di correzione. Ho imparato che bastava accendere la ventola sopra i fornelli per ridurre le PM2.5 da 250 a 100 microgrammi per metro cubo, e che l’apertura delle finestre per creare una corrente poteva portare i valori al di sotto dei 50 microgrammi. Ammesso, ovviamente, che l’aria all’esterno sia più pulita di quella all’interno, cosa non sempre certa.

Ho imparato che bastava accendere la ventola sopra i fornelli per ridurre le PM2.5 da 250 a 100 microgrammi per metro cubo, e che l’apertura delle finestre per creare una corrente poteva portare i valori al di sotto dei 50 microgrammi. Ammesso, ovviamente, che l’aria all’esterno sia più pulita di quella all’interno

La mia improvvisa realizzazione sulla qualità dell’aria è merito di uno strumento, Speck 2.0, (...) prodotto dalla Airviz Inc., una spinoff nata due anni fa presso la Carnegie Mellon University. Grazie allo schermo, è possibile controllare la qualità dell’aria nel tempo. Grazie alla connessione Wi-Fi, i dati vengono costantemente trasmessi al sito web della società. È possibile mantenere private le misurazioni o decidere di divulgarle conservando l’anonimato. Airviz utilizza questi sensori pubblici per alimentare interventi scientifici urbani, quali la mappatura della qualità dell’aria all’interno o esterno di un’abitazione.

Airviz dispone anche di un’app per cellulare che permette di visualizzare la qualità dell’aria rilevata dai propri sensori oltre che da quelli pubblici.

Nel giro di qualche anno, sensori connessi per la rilevazione della qualità dell’aria potrebbero cambiare fondamentalmente la nostra comprensione sia dell’aria negli ambienti chiusi che di quella all’aperto. Saremo in grado di individuare e controllare fonti di inquinamento con una precisione senza precedenti, a prescindere dal responsabile, sia che si tratti della vecchia auto del nostro vicino, che di una officina, o un fornello con una ventola sottodimensionata. Così, combinando la nostra comprensione della qualità dell’aria interna ed esterna, riusciremo ad intervenire rapidamente per migliorare la situazione.

“Per i casi di asma è incredibilmente importante misurare la qualità dell’aria al coperto: se comprendiamo la condizione in cui viviamo possiamo rendere le nostre case più pulite”, dice il presidente di AirViz, Illah Nourbakhsh.

Lo Speck registra e archivia anche le informazioni inerenti temperatura e umidità. Pur essendoci altri sensori in grado di misurare i livelli di composti organici volanti (VOC), monossido di carbonio e ossigeno, Nourbakhsh dice che i sensori VOC testati dalla sua società tendano a degradare notevolmente con il passare del tempo.

Articolo tratto da Mit - Technology Review Italia

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