Quei sinceri democratici che vogliono far saltare il doppio turno perché i Cinque Stelle rischiano di vincere

Fino a che Renzi veleggiava attorno al 40% il doppio turno andava benissimo. Ora che i Cinque Stelle sono in testa è un problema, in nome della legittimazione democratica. Sicuri che tutto torni?

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ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

21 Luglio Lug 2016 0915 21 luglio 2016 21 Luglio 2016 - 09:15

Premessa: ognuno la pensi come vuole sulla nuova legge elettorale a doppio turno, quella che politici e media hanno ribattezzato Italicum. C’è chi non ha mai nascosto la sua contrarietà e mai l’ha votata in Parlamento. Chi, pur votandola, l’ha sempre criticata. Chi ancora oggi la sostiene. Fin qui, tutte posizioni legittime.

Meno lo sono quelle di chi, spaventato dai sondaggi, sta cambiando repentinamente idea. E che, dopo aver difeso il doppio turno e il premio di maggioranza alla lista vincente mentre il Partito Democratico veleggiava attorno al 40%, oggi si è convertito sulla via di Damasco, preoccupato dall’andamento dei ballottaggi alle ultime amministrative.

Spiace, in questo senso, che il capofila di questa estemporanea cordata sia Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica. L’uomo che, dal Colle più alto, ha promosso, battezzato e legittimato l’Italicum. E che oggi, invece, apre a una modifica della legge, adducendo motivazioni molto poco convincenti, che trovano il plauso di altri “convertiti” della penultima ora, da Dario Franceschini a Luciano Violante.

«Una revisione del sistema elettorale credo sia da considerare - ha detto in un’intervista al direttore de Il Foglio Claudio Cerasa - nel senso di non puntare a tutti i costi sul ballottaggio, che rischia, nel contesto attuale, di lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno». Per questo, l’ex presidente, auspica a una modifica attraverso una «larga convergenza parlamentare». Che altro non è, per la cronaca, che un accordo tra i renziani, la minoranza del Partito Democratico e il centro destra. O, se preferite, un accordo che tagli fuori il Movimento Cinque Stelle. Curiosamente, la forza politica che oggi, stando ai sondaggi, vincerebbe le elezioni proprio grazie all’Italicum.

Saremo ciechi noi, ma in questa retromarcia parlamentare in nome della legittimazione democratica c’è ben poco di democratico. Piuttosto, c’è il tentativo, implicito, di evitare che l’eventuale, possibile ascesa di una forza anti-sistema faccia precipitare l’Italia, già oggi indicata da gente come George Soros come il prossimo problema dell’Europa, in una nuova fase di turbolenza economica

Saremo ciechi noi, ma in questa retromarcia parlamentare in nome della legittimazione democratica c’è ben poco di democratico. Piuttosto, c’è il tentativo, implicito, di evitare che l’eventuale, possibile ascesa di una forza anti-sistema faccia precipitare l’Italia, già oggi indicata da gente come George Soros come il prossimo problema dell’Europa, in una nuova fase di turbolenza economica.

E già che si siamo, smontiamo pure l’assunto, ormai diventato un assioma, che il doppio turno abbia in sé un problema di legittimazione democratica della forza vincente. Soprattutto, come dice Napolitano, nel contesto di un sistema tripolare. Primo, perché non nasce oggi, la tripolarizzazione del consenso politico in Italia. Anzi, a dirla tutta, è proprio per superare lo stallo delle elezioni del 2013, figlio proprio di un Parlamento equamente diviso tra tre forze politiche, che si era deciso di virare verso il doppio turno.

Un sistema, ricordiamolo agli smemorati, che in Europa viene adottato proprio in un Paese, la Francia, che ha il medesimo “problema” di un consenso equamente diviso tra i Repubblicani, il Partito Socialista e il Front National. Solo che in Francia è proprio il doppio turno a impedire alla forza anti-sistema di turno, quella guidata da Marine Le Pen, di vincere una sfida elettorale che la vedrebbe prevalere con qualunque altro sistema elettorale adottato nel Vecchio Continente. Curiosamente, in Francia, nessuno si pone il problema della legittimazione che potrebbe avere il vecchio Alain Juppé. Strano, no?

A ben vedere, se c’è qualcosa che stride con la democrazia, in questa stucchevole discussione sul sistema elettorale da adottare, c’è solo la pretesa di sceglierlo in funzione del risultato auspicato. E non, invece, in funzione del mix migliore di rappresentatività e di governabilità per le istituzioni. Indipendentemente da chi vince. È così difficile?

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