Omicidi, quando il testimone potrebbe essere un pappagallo

In un caso irrisolto nel Michigan il pennuto sarebbe l’unico soggetto presente alla scena del delitto che abbia conservato qualche memoria dell’evento. Il giudice però non è convinto dalla sua testimonianza

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22 Luglio Lug 2016 0830 22 luglio 2016 22 Luglio 2016 - 08:30

Può un pappagallo testimoniare a un processo? La questione si pone in Michigan, in un caso di omicidio che pone diverse difficoltà. Secondo la ex-moglie dell’uomo ucciso il pappagallo, presente al momento del delitto, starebbe ripetendo le ultime parole pronunciate prima della sparatoria. Il giudice non è tanto convinto.

Secondo Robert Springstead, pm della contea Newaygo, “È da dubitare che ci siano precedenti legali cui appigliarsi”. E poi ci sono difficoltà strutturali: “Quando un giudice chiede a un pappagallo di giurare, cosa gli si fa alzare? Una zampa? Un’ala?”. Sembra piuttosto complicato, anche solo a livello procedurale.

Il caso riguarda la morte di Martin Duram, di 45 anni, ucciso con cinque colpi di pistola a Ensley Township. La moglie dell’epoca, Glenna Duram, è stata ferita ma è sopravvissuta, cavandosela con una ferita alla testa. L’unico rimasto senza ferite è Bud, il pappagallo: continuerebbe a gridare, imitando la voce dell’uomo ucciso che dice: “Non sparare!”. Secondo la ex moglie, Christina Keller, potrebbe essere una testimonianza utile. E insiste perché venga presa in considerazione in giudizio.

A suo soccorso potrebbe venire, più che la giurisprudenza, la tradizione delle favole popolari. In un racconto della raccolta delle Novelle Bizantine, curata nell’XI secolo da Syntipas, “narratore di storie presso i Siri”, si può trovare un episodio analogo. Si racconta che tanto tempo fa un discendente della stirpe degli Agareni (cioè un arabo) avesse preso in casa un pappagallo per sapere cosa succedesse in casa sua mentre era fuori per affari. Come era ovvio, la moglie aveva un amante e i loro incontri avvenivano proprio nella casa della donna. Il solerte pappagallo, presente suo malgrado a questi convegni amorosi, registrava ogni cosa. Quando il padrone tornò, si fece riferire tutto dall’animale: apprese della tresca, si adirò e accusò la donna. Questa, colta in fallo, negò ogni cosa.

Poi cominciò a meditare su come vendicarsi: dapprima diede la colpa alla serva, ma si rivelò una pista sbagliata. Poi ebbe un’illuminazione: era stato il pappagallo. Decise di risolvere la situazione con astuzia. Il giorno successivo, quando il marito si assentò per andare a lavorare, simulò, con l’aiuto di alcune gocce d’acqua, un timpano e una macina, i rumori di un temporale. Con uno specchio, poi, riprodusse i lampi. La povera bestiola, sottoposta a questi rumori continuì, male interpretò e si convinse di trovarsi in mezzo a un temporale. E così, quando il padrone ritornò, il pappagallo riferì dei tuoni e della pioggia che aveva udito, perdendo ogni credibilità. Il marito, pensando che il pappagallo non fosse affidabile, dimenticò la testimonianza del giorno precedente e si riappacificò con la moglie. La quale, con furbizia, continuò a curarsi dei fattacci suoi.

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