I profughi non sono un’emergenza, ma stiamo facendo di tutto per renderla tale

Zero strategia, politica assente, burocrazie illogiche: così una situazione che potrebbe essere gestita tranquillamente, diventa un’emergenza sociale. Il caso di San Colombano al Lambro è l’esempio

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25 Luglio Lug 2016 1103 25 luglio 2016 25 Luglio 2016 - 11:03

San Colombiano al Lambro è un paese di settemila abitanti, nella bassa padana. È un posto curioso, appoggiato all’unica collina di tutta la Pianura, enclave della (fu) provincia di Milano incastonata tra le (fu) province di Lodi e Pavia. Fine delle curiosità, perché la cronaca racconta un’altra storia. Quella di un paese in psicodramma per l’arrivo, già nei prossimi giorni, di novantotto profughi.

Aspettate a puntare il dito e dargli al razzista, però. Perché gli abitanti di San Colombiano qualche ragione ce l’hanno, in effetti. L’arrivo dei profughi, infatti, è figlio delle politiche di accoglienza straordinaria. Nello specifico, di un accordo tra la prefettura di Milano e una società in liquidazione, la Centro Distribuzione Alimentare, che ha domicilio fiscale ad Agrigento, un po’ di pendenze fiscali aperte col comune lombardo e soprattutto una palazzina fatiscente nel centro del paese. Risultato? Il proprietario dell’immobile si prende i soldi e al Comune tocca farsi carico di gestire le tensioni e la vita quotidiana di una carovana di disperati in transito, che probabilmente non hanno nemmeno l’ambizione di voler tentare la fortuna in Italia.

Non solo: stando al Viminale ogni Comune dovrebbe accogliere un profugo ogni duemila abitanti. Stando a questi calcoli, a San Colombiano spetterebbero tre profughi e mezzo. Facciamo quattro. Comunque ce ne sono novantaquattro di troppo. Un esubero, se vi piacciono le percentuali, del 2350%.

Sarebbe bello fosse un eccezione, ma questo è l’andazzo, nel Belpaese. Un’inchiesta della Stampa, racconta che le paure degli abitanti di San Colombano sono già realtà altrove. Che la distribuzione dei profughi è disomogenea e diseguale. Che su ottomila comuni circa, ce ne sono seimila che nemmeno sanno che cosa siano, i rifugiati, e duemila che li ospitano sopra le loro possibilità. E mille che sono già oggi in emergenza.

Ciò che più manca, però, non è solo l’equità distributiva. È soprattutto una strategia complessiva di integrazione e accoglienza, ancorché temporanea, sovente demandata a Comuni senza una lira e alle associazioni del terzo settore. Non ci sono linee guida, né tantomeno programmi concreti su come far passare il tempo ai profughi, né idee su come farli interagire con la popolazione, per evitare che la convivenza forzata si trasformi in un muro contro muro di reciproca ostilità

I Comuni, peraltro, non sono esenti da colpe. Nell’ultimo bando Sprar, che offre risorse alle municipalità che scelgono di accogliere i rifugiati e che prevedeva l’accoglienza per diecimila persone, i posti coperti sono stati solo cinquemila. I motivi sono ovvi: chi si prende i profughi si prende gatte da pelare e si espone alla paura e alla rabbia dei suoi elettori. Ovunque altrove, ma non nel mio giardino. Così la patata bollente passa alle prefetture, all’alea dei loro accordi coi privati.

Ciò che più manca non è solo l’equità distributiva. È soprattutto una strategia complessiva di integrazione e accoglienza, ancorché temporanea, sovente demandata a Comuni senza una lira e alle associazioni del terzo settore. Non ci sono linee guida, né tantomeno programmi concreti su come far passare il tempo ai profughi, né idee su come farli interagire con la popolazione, per evitare che la convivenza forzata si trasformi in un muro contro muro di reciproca ostilità.

Poche settimane fa, dopo la morte di Emmanuel Chidi, il Sindaco di Fermo aveva affermato proprio a questo giornale la sua volontà di far entrare i rifugiati nelle scuole, affinché raccontassero la loro storia agli studenti. Una buona idea, tra le tante che i nostri territori sanno generare, che forse a Roma dovrebbero fare proprie. Tra referendum e vacanze, tuttavia, non sembra esserci grande interesse per la questione. Nonostante lo sapessero pure i bambini che con la chiusura della rotta balcanica e l’accordo con la Turchia ci sarebbe stata una escalation di arrivi dalla Libia e ora pure dall’Egitto

Del resto, quando arriverà l’incidente e monterà l’onda, sarà sempre colpa del musulmano cattivo, dei razzisti, dell’Europa o del neoliberismo. Di una burocrazia illogica e dei politici che nascondono la testa sotto la sabbia e fanno diventare emergenziale una situazione che potrebbe non esserlo, mai.

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