L’Università Statale all’area Expo? Tanti costi, zero certezze

Si stima un investimento tra i 340 e i 380 milioni di euro per l'operazione. Tanti i punti ancora poco chiari: dal valore degli immobili da dismettere alla compravendita dei terreni. Incertezza anche sul finanziamento pubblico

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25 Luglio Lug 2016 1115 25 luglio 2016 25 Luglio 2016 - 11:15

L’Univeristà Statale di Milano sull’area Expo. Un tormentone vecchio di un anno e mezzo tornato alla ribalta dopo la manifestazione di interesse che si è concretizzata nel corso di questa settimana da parte dello stesso Ateneo. Il nodo è sempre lo stesso: rimediare il rimediabile per concretizzare il masterplan del post-Expo, che fino ad ora vede solo Human Technopole concretamente affacciato sullo scenario. Due progetti che insieme dovrebbero valere circa 700 milioni di euro, che andrebbero a occupare solo in parte un piano di lavori da concludere entro il 2022.

Il tema della Statale sull’area di Rho-Pero va presa per quel che è, cioè una cosiddetta «manifestazione di interesse», che andrà valutata, studiata e per cui andranno recuperate risorse. E qui arrivano i problemi. Il piano del campus Statale andrebbe a occupare 150 mila metri quadrati sul milione a disposizione, ospitando le facoltà scientifiche dell’ateneo. Sulla carta da lì transiteranno 20 mila persone, 18 mila studenti e 1.800 ricercatori, oltre a 500 altre persone tra tecnici e amministrativi dell’Università.

Lo studio Kuma e Associati ha realizzato un primo sviluppo architettonico del campus


Quanto soldi ci vogliono? Si stima un intervento tra i 340 e i 380 milioni di euro, anche se il piano presentato con la consulenza di Cassa Depositi e Prestiti (nel cui consiglio fino al 24 giugno scorso si è seduto anche il sindaco di Milano ed ex ad di Expo Giuseppe Sala) un anno e mezzo fa, basato su 190 mila metri quadri e non 150 mila come questo, parlava di circa 540 milioni, oltre all’acquisizione delle aree che ancora non è chiaro in che modo dovrà avvenire. Passato lo scoglio di stimare o meno gli investimenti arriva la montagna da scalare: reperire le risorse. 130 milioni arrivano direttamente dal bilancio dell’Ateneo, «il massimo indebitamento possibile» che la Statale può permettersi ha detto il rettore Gianluca Vago, 100-130 milioni dovrebbero arrivare dalla valorizzazione degli immobili della stessa università in Città Studi (nel vecchio dossier di Cdp si indicavano valori per 180 milioni), mentre restanti 130 milioni arriveranno dalle istituzioni pubbliche. Una cornice quella delle dismissioni in cui entrerà in gioco anche il Ministero per i beni e le attività culturali riguardo gli iter urbanistici e la rimozioni di vincoli storico-artistici per il riutilizzo degli spazi degli enti sul mercato privato.

Quanto soldi ci vogliono? Si stima un intervento tra i 340 e i 380 milioni di euro, anche se il piano presentato con la consulenza di Cassa Depositi e Prestiti un anno e mezzo fa parlava di circa 540 milioni

Insomma, tra il fondo immobiliare che Cdp andrà probabilmente a creare per l’acquisizione degli immobili e quei 130 milioni messi da «istituzioni pubbliche» il futuro del progetto è sulle spalle dei contribuenti. Perché se Human Technopole è andato in discesa con gli 1,2 miliardi messi sul tavolo dal governo, i milioni per la Statale sono invece incerti: incertezza che deriva soprattutto nella cifra che si ha intenzione di realizzare con la dismissione del patrimonio della stessa università. Andando a spulciare tra gli edifici messi sulla carta dal progetto si arriva a un valore attuali di circa 43 milioni di euro. Ammettendo che messi sul mercato possano essere rivenduti al doppio si arriverebbe a una cifra di realizzo di poco inferiore ai 90 milioni. Ben lontani da quei 100-130 milioni stimati in seconda battuta da Cassa Depositi e Prestiti.

C’è chi invoca uno spacchettamento e un «Pgt più flessibile» per dare ulteriore valore a quelli immobili, dialogando con gli operatori privati. Il fatto è che ora, non avendo «pensato a un post Expo nel progetto di Expo» (copyright Ada de Cesaris, ex vicesindaco di Milano), c’è da correre. Per correre l’idea è quella di virare verso lo “Sblocca Italia”: poteri straordinari per la realizzazione del progetto e individuazione di un unico attuatore. L’obiettivo è quello di avviare l’attività cantieristica entro gennaio 2017.

Già sugli scudi gli entusiasti: con lo spostamento i costi di gestione e manutenzione si abbasserebbero di 8 milioni di euro l’anno, contro i 18 che si spendono oggi. Tutto vero, probabilmente, intanto fino alla consegna quei 18 milioni la Statale continuerà a sborsarli, e un occhio va lasciato ancora sulla questione terreni. Non è stata ancora individuata una modalità di cessione da Arexpo (proprietaria delle aree) agli enti che arriveranno sull’ex sito Expo. Dovendo questi acquistare l’area sarebbe un ulteriore costo da sostenere, senza contare la causa che la stessa Arexpo ha intenzione di promuovere contro i vecchi proprietari delle aree per i sovra costi di smaltimento dei risultati delle bonifiche. Un approdo in tribunale che potrebbe portare in misura estrema a un sequestro dei terreni, dunque a un blocco dei lavori con uno slittamento di tutto il piano per la valorizzazione dell’area. In autunno si capirà quanti milioni pubblici saranno messi sul piatto, e soprattutto se saranno messi sul piatto, per la realizzazione del progetto Statale. Vero e unico termometro della riuscita del progetto Expo, aldilà di bilanci e biglietti.

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