I sette giorni che hanno sconvolto la Germania: e ora la Merkel rischia di finire travolta

Wurzburg, Monaco, Reutlingen, Ansbach: quattro attentati in una settimana i tedeschi non li avevano mai visti. Motivazioni diverse, ma nell'occhio del ciclone c’è la Cancelliera, la sua politica sui rifugiati, i suoi silenzi. E le elezioni si avvicinano...

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TOBIAS SCHWARZ/AFP/Getty Images

26 Luglio Lug 2016 1000 26 luglio 2016 26 Luglio 2016 - 10:00

Nella Germania che per anni ha avuto semplicemente assistito dall'esterno ai bagni di sangue di matrice islamista in mezza Europa, dalla Spagna alla Gran Bretagna, dalla Francia a Belgio, per non parlare di quelli in Turchia e in Russia che Occidente tende a dimenticare, gli ultimi sette giorni sono stati uno choc. E il brutto è che non c'è una spiegazione unica per decifrare una scia di sangue e terrore che non ha precedenti, nella Repubblica Federale.

Lunedì 19 luglio un diciassettenne afgano ha ferito quattro persone a colpi d'ascia su un treno regionale nei pressi di Würzburg, in Baviera. Il ragazzo era un islamista radicale ed è stato ucciso dalla polizia. Venerdì 22 a Monaco, nel capoluogo della stessa regione un quasi coetaneo con doppio passaporto, tedesco e iraniano, ha compiuto una strage sul modello di Anders Breivik (Utoya, 2011) e soprattutto Tim Kretschmer (Winnenden, 2009). Il diciottenne David Ali Sonboly, depresso e sofferente di disturbi d'ansia, ma ben consapevole e rigoroso nel preparare e portare a compimento il suo progetto distruttivo, si è sparato dopo aver spento a pistolettate nove vite innocenti. Motivi personali all'origine del massacro di Monaco, non definibile come attentato terroristico. Stesso dicasi per l'episodio di Reutlingen, in Baden Württenberg, dove un profugo ventunenne siriano ha falciato domenica 24 con un machete una donna polacca di quarantacinque anni e ferito altre due persone prima di essere messo k.o. da un automobilista che l'ha steso direttamente, facilitando l'intervento della polizia. Diversa la questione per Ansbach, sempre in Baviera sempre domenica 24, dove il fine settimana è stato segnato dal ventisettenne kamikaze Mohammed Delel, scappato dalla Siria e da due anni in Germania, che si è fatto esplodere all'entrata di un festival ferendo dodici persone. In cura psichiatrica, aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico e ha preferito saltare in aria piuttosto che essere espulso dal Paese in cui ha cercato asilo e che voleva invece spedirlo in Bulgaria.

Anche se la strage di Monaco non è islamista e di sparatorie nelle scuole con decine di morti se ne sono viste già un paio (oltre a Winnenden, Erfurt nel 2002) è evidente che l'escalation sta mettendo a dura prova lo Stato tedesco, sia per quel riguarda la parte tecnica, vale a dire la tenuta e la gestione della sicurezza da parte delle istituzioni, sia per quel concerne gli aspetti politici con tutti loro riflessi. Certo, Monaco ha dimostrato che in caso di emergenza le risposta della polizia è veloce, ma se ad Ansbach Mohammed Delel avesse avuto il biglietto e fosse riuscito a entrare al festival? Questo si chiedono i tedeschi e i loro media.

È sul tema dell'immigrazione e dei rifugiati - che la cronaca stessa ha legato a doppio filo a quello del terrorismo - che la Cancelliera si gioca il futuro. Ed è la sua politica della porta aperta, il suo “wir schaffen das” (ce la facciamo), la sua fiducia in un'integrazione sempre possibile a essere messa in forte discussione oggi

Domande che rimbalzano sulla corazza di Angela Merkel, che in questi giorni, come suo solito si è esposta il minimo indispensabile. Pure troppo, secondo alcuni. La cancelliera, strappata dalle vacanze estive, ha convocato d'urgenza la commissione di sicurezza del governo dopo le prime notizie di venerdì sera a Monaco e sabato si è limitata ad asciutte dichiarazioni di cordoglio verso i familiari delle vittime, tentando in qualche modo di tranquillizzare l'intero Paese in pieno psicodramma. Silenzio invece dopo l'attentato di Ansbach.

L’effetto è quello di una Cancelleria presa in contropiede, incapace di dare risposte a una popolazione impaurita, nel momento in cui servirebbe una voce forte e rassicurante. O, peggio ancora, di chi sa benissimo di poter finire da un momento all'altro nell'occhio del ciclone ed evita di esporsi: è sul tema dell'immigrazione e dei rifugiati - che la cronaca stessa ha legato a doppio filo a quello del terrorismo - che la Cancelliera si gioca il futuro. Ed è la sua politica della porta aperta, il suo “wir schaffen das” (ce la facciamo), la sua fiducia in un'integrazione sempre possibile a essere messa in forte discussione oggi.

A soffiare sul fuoco, c'è destra populista di Alternative für Deutschland, per ora ancora fuori dal Bundestag, ma in forte ascesa. C'è la Baviera cristiano-sociale di Hors Seehofer, che già prima di essere ferita dagli attentati di Wurzburg, Monaco e Ansbach spingeva per un radicale cambiamento di rotta all'interno della coalizione, meno solidarietà, più law&order. E mentre gli alleati socialdemocratici scalpitano, dopo anni di balbettiii, l'opposizione di sinistra della Linke tuona contro la mano di Frau Merkel sempre tesa verso la Turchia di Erdogan, alleato scomodo al quale si perdona tutto purché si tenga i profughi.

Tutti contro una, insomma. La cui centralità, fino a ieri un punto di forza, rischia di trasformarsi in una condanna. A meno che, ovviamente, non sia lei a prendere tutti in contropiede. Non sarebbe la prima volta, del resto.

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