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Brexit, è il tempo di contrattare l'uscita dalla Ue. Come andrà, secondo la stampa estera

Dalla "terapia del dolore" invocata dal Guardian al 53% degli inglesi che si attende un accordo morbido: la rassegna dei media di tutto il mondo a cura di EuVisions

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27 Luglio Lug 2016 0907 27 luglio 2016 27 Luglio 2016 - 09:07



Brexit, le trattative. Secondo Adam Wildman (Conservativehome) finché non viene attivato l’articolo 50 rappresenta una preziosa moneta di scambio: qualora se ne ritardasse l’attivazione, si allontanerebbe la scadenza dei due anni e si potrebbero ottenere benefici dalle prossime elezioni nazionali in Francia e in Germania. Il Regno Unito potrebbe sfruttare l’euroscetticismo montante per “ottenere quante più concessioni possibile” nelle trattative. Sul versante europeo invece, Joris Luyendijk sul Guardian invoca una “terapia del dolore”: nelle trattative a venire l’Unione dovrebbe puntare a massimizzare il costo politico ed economico dell’uscita. Per preservare l’integrità dell’UE e scoraggiare tendenze euroscettiche negli altri stati membri occorre punire il comportamento opportunistico del Regno Unito: eventuali remore “morali” sono comprensibili, ma non bisogna dimenticare che l’Unione Europea è stata usata come utile grimaldello in politica interna da gran parte delle elites politiche britanniche. Il secondo argomento a favore di una “terapia del dolore” riguarda la crisi di legittimità che la democrazia britannica sta attraversando: non sarebbe male che i politici del fronte Brexit fossero messi di fronte alle proprie responsabilità (e irresponsabilità). Un sondaggio di YouGov EuroTrack, condotto in sei paesi membri sembra indicare scarso supporto a un atteggiamento indulgente nelle trattative, mentre il 53% degli inglesi adulti si aspetta un accordo generoso. L’unico stato membro “benevolo” è la Danimarca, mentre Francia e Germania sono a favore del pugno di ferro con un identico margine (53%). Sulla questione specifica degli accordi commerciali, quasi un adulto su quattro in Francia e Germania ritiene che l’UE non dovrebbe affatto concedere accordi, e circa uno su due si dice a favore di un ritorno al libero scambio solo se venisse garantita ai cittadini europei la possibilità di vivere e lavorare liberamente in Gran Bretagna, facendo rientrare dalla finestra la “libera circolazione dei lavoratori” che molti Brexiteers ritengono di aver cacciato dalla porta. Marise Cremona su Social Europe osserva che una separazione amichevole e consensuale sarebbe nell’interesse di tutti, ma sta al Regno Unito intraprendere un percorso costruttivo di riconciliazione, riconoscendo le proprie resposabilità quale stato membro: prima che l’articolo 50 venga attivato, il Regno Unito conserva comunque lo status di membro dell’UE, e non sarebbe quindi libero di negoziare in materia commerciale. Intraprendere trattative, per quanto informali, con terze parti per definire gli scenari commerciali post-brexit costituirebbe una violazione del principio di “leale cooperazione”.

Le cause della Brexit. Per James Dennison e Noah Carl (EUROPP) le cause ultime della Brexit sarebbero più profonde di quelle di cui ad oggi si sta discutendo (demagogia, xenofobia, voto di protesta). Rilevazioni recenti (BES internet panel; Lord Ashcroft Polls) indicano che il concetto di sovranità nazionale ha giocato un ruolo altrettanto importante per il fronte Leave. Un nucleo saldo di euroscetticismo (variabile tra il 30 e il 60%) è sempre stato presente in Gran Bretagna negli ultimi quarant’anni, in controtendenza rispetto ad altri stati membri. Il Regno Unito è da sempre il meno integrato dei paesi UE, costantemente nelle ultime posizioni in tutta una serie di indici: fiducia nell’Unione Europea; identificazione europea; numero di cittadini britannici residenti in altri paesi UE; importazioni ed esportazioni; investimenti diretti esteri in-stock e out-stock.

Sostenibilità dell’immigrazione. Un editoriale del NY Times definisce la gestione della crisi dei rifugiati una continua vergogna per l’Europa, e vede nell’incapacità di affrontare l’emergenza con un piano coerente e umano una minaccia più insidiosa per la stabilità europea che non quella dei recenti attacchi terroristici. Secondo Robert Skidelsky (Social Europe) l’immigrazione senza controlli non è più sostenibile. In una prospettiva storica si possono trarre tre conclusioni. In primo luogo, l’avversione per gli immigrati non nasce solo dalla paura, dall’ignoranza e dall’opportunismo politico. L’era dei movimenti di massa non regolati si sta avviando a conclusione, di concerto col mutamento dell’opinione pubblica. In ultimo, la maggior parte dei rifugiati con ogni probabilità non farà ritorno nel proprio paese. Il tallone d’Achille nel progetto neoliberale di allocazione efficiente delle risorse, perseguito promuovendo la libertà di movimento, starebbe nella assenza di uno stato centrale in grado di gestire tali movimenti. Se all’interno dell’UE si può immaginare che il divario economico tra Est e Ovest si ridurrà in futuro, e con esso i flussi migratori, non si può dire lo stesso se si guarda all’Africa e al Medio Oriente.

Leggi anche:

- Brexit Buyers’ Remorse? Non, on ne bregrette rien – OxPol

- Brexit and the rise of populism – Opendemocracy

- The European Union In Crisis – Is Flexible Integration The Way Forward? – Social Europe

- That ’70’s chaos show all over again – Politico.eu

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