L’anima dell’Alfa Romeo? È nel museo di una concessionaria

A Legnano una concessionaria di Alfa Romeo con 60 anni di storia ha deciso di aprire al pubblico la collezione raccolta nel tempo dal fondatore. Una galleria di berline, coupé e spider che ripercorre un marchio amato e spesso svilito. Come quando nel 1986 la Fiat comprò la sua “provincia debole”

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L‘interno del Museo Fratelli Cozzi, a Legnano (foto: Fratelli Cozzi)

27 Luglio Lug 2016 1609 27 luglio 2016 27 Luglio 2016 - 16:09
Messe Frankfurt

La Matta, il Gobbone, la Pantera nera, la Fidanzata degli italiani. Se questi nomi non vi dicono niente, avete molto da imparare sulla storia dell’auto, italiana e non. Sono i nomignoli che negli anni furono affibbiati ai modelli di Alfa Romeo, nata come “Anonima Lombarda Fabbrica Automobili”. La Matta (nome ufficiale AR 51) è uscì dalle officine Alfa, nel 1951: era un fuoristrada che si aggiudicò un concorso per la fornitura dell’esercito perché riusciva a salire su pendenze proibitive per qualsiasi altro mezzo. Il Gobbone (6C 2500 Sport) è precedente, della fine degli anni Cinquanta. Un sei cilindri in versione coupè e spider, con carrozzeria rifinita a mano, guida a destra perché le luci a bordo strada erano poche e la necessità di sorpassare quasi nulle. La freccia c’era, ma usciva fisicamente con un meccanismo prima a mano poi elettrico. La Pantera nera era un’Alfa 2600 Sprint (detta anche Alfone) che nel 1966 faceva i 180 chilometri orari. La usò la polizia stradale, si coniò pure lo slogan “se ti ferma la pantera, non hai speranza di scappare”. La Fidanzata degli italiani non era che la Giulietta, uscita nel 1955. Quella berlina era per famiglie, la sprint era un vero oggetto del desiderio collettivo.

A raccontare tutte queste storie è Pietro Cozzi, all’interno del museo che ha allestito sotto la sua concessionaria. A 61 anni da quando ha fondato la concessionaria è ancora attivissimo nella sua storica concessionaria di Legnano, Fratelli Cozzi, la più storica al mondo di vendita e assistenza di Alfa Romeo e la concessionaria più antica tra quelle che hanno mantenuto la stessa proprietà. Nell’autunno del 2015 la famiglia Cozzi ha deciso di rendere visitabile quello che per oltre 50 anni era stato il suo scrigno: un deposito con più di 50 auto, tutte Alfa, collezionate anno dopo anno tenendo i modelli più particolari tra quelli che gli venivano consegnati in permuta da chi intendeva acquistare auto nuove, o ricercati sul mercato del collezionismo.

L’ingresso del Museo Fratelli Cozzi (foto: Fratelli Cozzi)

La Pantera nera era un’Alfa 2600 Sprint (detta anche Alfone) che nel 1966 faceva i 180 chilometri orari. La usò la polizia stradale, si coniò pure lo slogan “se ti ferma la pantera, non hai speranza di scappare”

«Quando sono arrabbiato nero scendo qui sotto e mi calmo. Passeggio, mi ricorda la mia storia», racconta Cozzi, che di ogni auto parlerebbe per ore. Della Matta apre il cofano, mostra il motore con la caratteristica del carter a secco, quello che permetteva di sostenere le pendenze impossibili, garantendone la lubrificazione. Le auto sono disposte su tre file: berline, coupé e spider, tre filosofie di vita. «Su questa ho fatto il ragazzotto», dice della Giulia Spider 1600, del 1963. «Eravamo i re della strada», aggiunge, ed è una constatazione, più che un rimpianto. Si parla del reparto corse, quello che a partire dal 1938 ospitò campioni del calibro di Enzo Ferrari, e che negli anni Sessanta si trasformò nella storica “Autodelta”. «Eravamo i dominatori del mondo, come immagine e prestazioni. Dove arrivavamo, gli altri si spaventavano. Nel campionato tedesco Dtm (Deutsche Tourenwagen Masters, ndr) eravamo noi contro le Bmw: non le dico le sportellate».

La passeggiata non può che essere uno spunto per ricordare la storia della concessionaria e dell’Alfa, che corrono in parallelo per sessantun anni. Con l’orgoglio e l’amarezza. Il primo si erge davanti alla Giulia Super 1.300, quella con la coda tronca che fece dire “l’ha disegnata il vento”. Il concessionario ne ha un esemplare unico, una Giulia T.I. Super “Quadrifoglio” color grigio “fumo di Londra“, uscito dalla fabbrica e mai riprodotto in quel colore. Ci sono la GTV, “la macchina per famiglie che vince le corse”; il Duetto, resa icona mondiale dal film “Il Laureato”; la Montreal 2600, un’auto che 1971 si inventò il sistema di “palpebre” che si chiudevano davanti ai fari quando questi non erano accesi. Non per niente vinse il primo premio all’Expo di Montreal nel 1967 in una gara sul tema dell’esposizione, “la massima aspirazione dell’uomo”. E ancora le Sport Zagato (SZ e RZ 3.0), rarissime auto con la carrozzeria in resina fatte uscire nel 1990 in versione coupè e roadster. L’amarezza, invece, ha il sapore degli anni Ottanta. La Milano da bere vedeva il declino dell’Alfa Romeo come industria. Alcuni modelli che avrebbero avuto un potenziale, come l’ammiraglia Alfa 6 (1981) e la Giulietta 2000 (1985) arrivarono con anni di ritardo. Altri, come l’Arna, realizzata assieme alla Nissan, non furono mai amati. Poi, nel 1986, l’acquisto dell’Alfa (che dal 1933 era di proprietà dell’Iri) da parte della Fiat. Con Gianni Agnelli che disse: “Ci siamo annessi una provincia debole”. Uno smacco, per chi pensava che l’Alfa «non era una semplice fabbrica di automobili. Si gestisce più col cuore che col cervello. E non si va lontano senza la cultura del marchio».

Il Gobbone, ossia l’Alfa Romeo 6C 2500 Sport (foto Fabrizio Patti / Linkiesta)

Il “Gobbone” (nella foto) è della fine degli anni Cinquanta. Un sei cilindri in versione coupè e spider, con carrozzeria rifinita a mano, guida a destra perché le luci a bordo strada erano poche e la necessità di sorpassare quasi nulle. La freccia c’era, ma usciva fisicamente con un meccanismo prima a mano poi elettrico

Al Pietro Cozzi venditore, che per sei anni è stato presidente dei concessionari Alfa italiani e per 11 vicepresidente di quelli europei, proprio non poteva andare giù la vista del marchio Fiat sui telai delle Alfa. Anche gli acquirenti ci facevano caso, eccome, come alla mancanza di optional a cui erano stati abituati. L’anteprima della 145 avvenne al centro stile Lancia, ricorda Cozzi ancora un po’ offeso per quella strana scelta di location . Era un’auto piccola, da segmento C nel quale non eravamo mai stati presenti, pensata per giovani e donne, vettura dal design giovane che conquistò un nuovo mercato , così come la successiva 147. Sotto la gestione Fiat uscì la 164, nel 1987, un enorme successo e oggetto del desiderio collettivo. «Era stata progettata prima, però», dice Cozzi, che ricorda il suo progettista, Walter Da Silva che dopo un lungo corteggiamento da parte di Audi-Volkswagen accettò di lasciare Alfa e gruppo Fiat. Era l’ultimo di una serie di designer i cui nomi tornano più volte nel museo, su tutti Nuccio Bertone, Battista Pininfarina, Ugo Zagato e Giorgetto Giugiaro.

E che dire dell’Alfa odierna, che nei piani di Marchionne viene indicata come l’auto di punta del gruppo, con il compito di andare a contrastare direttamente le tedesche? «È stato come Gesù con Lazzaro, ha resuscitato due cadaveri, Fiat e Alfa», dice. Alla presentazione della Giulia in concessionaria, aggiunge la figlia Elisabetta - socia della concessionaria con il fratello Roberto, e in azienda dal 2004 - si è formata una folla di appassionati e curiosi che non si vedeva da tempo.

Pietro Cozzi, fondatore della concessionaria F.lli Cozzi (Fabrizio Patti / Linkiesta)

«Quando sono arrabbiato nero scendo qui sotto e mi calmo. Passeggio, mi ricorda la mia storia»

Pietro Cozzi, fondatore della concessionaria F.lli Cozzi

Il museo, in un apposito spazio LAB, ospita anche un centinaio di poster d’epoca, filmati, fotografie, disegni di auto mai entrate in produzione, libretti uso e manutenzione, numeri da collezione di Quattroruote e una quindicina di trofei di corse Alfa, disegnati da Gio Pomodoro, Lucio Fontana, Luciano Minguzzi, Agenore Fabbri e molti altri artisti di fama del 900. La struttura vede un ingresso al piano del concessionario. Dal bianco dello showroom si passa a un rosso psichedelico, assicurato da neon dello stesso colore, segno più caratteristico del progetto architettonico curato da Gabriele e Oscar Buratti. Al di sotto c’è uno spazio, completamente nero, con illuminazione curata («Ci hanno lavorato tre persone, tra cui un ingegnere, per un giorno e mezzo per organizzare l’orientamento dei faretti ») e, in fondo, un grande schermo per i video. Al museo arrivano appassionati da ogni parte - a settembre sono attesi i membri un Alfa Club argentino - e sono in corso contatti con il comune di Legnano per portare le scolaresche. Qualcuna è già venuta. «Non c’è niente di più bello di vedere i loro sguardi» dice Cozzi. Per Cozzi commerciante-collezionista il museo è un «luogo d’emozione» per appassionati alfisti e non.

Sul sito del museo ci sono le informazioni ed è possibile prenotarsi. Le visite, accompagnate, sono di sabato, in due turni da una cinquantina di posti l’uno.

L’amarezza ha il sapore degli anni Ottanta. Nel 1986 l’acquisto dell’Alfa da parte della Fiat. Con Gianni Agnelli che disse: “Ci siamo annessi una provincia debole”. Uno smacco, per chi pensava che l’Alfa «non era una semplice fabbrica di automobili»

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