L’Isis vuole scatenare una guerra di religione: per questo colpisce la Chiesa del dialogo

Padre Jacques Hamel, il prete sgozzato dall'Isis nei pressi di Rouen, faceva parte del locale consiglio inter-religioso. Segnale di una strategia ben precisa: colpire chi si è da sempre erto a baluardo contro lo sconto di civiltà

Getty Images 583542092

GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images

27 Luglio Lug 2016 0613 27 luglio 2016 27 Luglio 2016 - 06:13

»È una nuova notizia terribile, che si aggiunge purtroppo ad una serie di violenze che in questi giorni ci hanno già sconvolto, creando immenso dolore e preoccupazione. Il Papa è informato e partecipa al dolore e all’orrore per questa violenza assurda, con la condanna più radicale di ogni forma di odio e la preghiera per le persone colpite. Siamo particolarmente colpiti perché questa violenza orribile è avvenuta in una chiesa, un luogo sacro in cui si annuncia l’amore di Dio, con la barbara uccisione di un sacerdote e il coinvolgimento dei fedeli». È a queste parole di Padre Federico Lombardi che il Vaticano ha affidato il proprio sgomento dopo l'attacco terroristico di Saint Etienne de Rounwray, in cui un sacerdote di 86 anni, Jacques Hamel, un uomo del dialogo e di pace, è stato sgozzato mentre celebrava la messa, altri ostaggi feriti.

Un salto di qualità del terrorismo: colpire al cuore la Chiesa cattolica, in Francia, centrando così due obiettivi in un solo attacco. La Francia, ormai nel centro del mirino dell’Isis, l’organizzazione militare e terroristica attiva fra Siria e Iraq. E un simbolo del cristianesimo, con il chiaro intento di scatenare una guerra di religione cui la Chiesa di Roma si è sempre opposta. Anzi, assurgendo a vero e proprio baluardo contro la teoria e alla pratica dello scontro di civiltà. Non va dimenticato, infatti, che Jacques Hamel faceva parte di un locale consiglio interreligioso, tanto che Mohammed Karabila, responsabile del culto musulmano per l’Alta Normandia, si è detto sgomento per la morte del suo amico: «Noi discutevamo di religione e del saper vivere insieme” ha aggiunto.

Papa Francesco deve raggiungere nelle prossime ora Cracovia per celebrare la giornata mondiale della gioventù e ora in Vaticano l’allarme è grande, anche perché risulta evidente che d’ora in avanti tutti sono nel mirino. La prudenza e il richiamo ai nervi saldi, al Vangelo dell'amore, proveniente dai sacri palazzi nelle ore successive alla notizia dell’agguato mortale di Rouen, va interpretato in questa prospettiva: il terrorismo pret-a-porter, che trova la sua manovalanza nelle carceri, fra gli emarginati, nei luoghi più nascosti della vita quotidiana delle città o delle comunità musulmane di Francia, non ha scrupoli né freni. Non ascolta gli imam, spesso non frequenta le moschee, non bada alle parole dell’autorevole centro teologico sunnita di Al Azhar che ha appena riallacciato le relazioni con il Vaticano, di fatto non ha alcun sentimento del sacro, come sottolineano gli osservatori più attenti dell’Islam, si comporta come un impasto fra ideologia e elementi religiosi distorti. Per tale ragione tanti musulmani vengono uccisi anche in spregio ai luoghi santi dello stesso mondo islamico o alle sue festività; è una ferocia nichilista a muovere gli esecutori di questa violenza senza quartiere. Di certo, allora, non basterà oggi, probabilmente, nessun incontro ad Assisi fra i rappresentanti delle grandi religioni per fermare una simile deriva, e la Santa Sede lo sa bene, ne è consapevole. Per questo anche la sicurezza del papa è in discussione; ma certo non si potrà dire al papa di farsi proteggere dietro ogni sorta di barriera, tanto meno a un papa come Francesco che ha fatto dell’annuncio del Vangelo e del dialogo con tutti, il suo stile, la sua missione.

«Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice»

Papa Francesco

Papa Francesco ha operato in questi anni per togliere terreno all’idea che la convivenza fra diversi, fra religioni e culture, fosse impraticabile, ha anzi denunciato quanti lavorano in questo senso come strumentalizzatori della fede, sulla scorta di quanto già dissero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma ha anche affermato che se non si affrontavano i grandi temi centrali di quest’epoca – la ricerca della pace, la diffusione dei diritti umani, il dialogo in Europa e in Medio Oriente fra cristianesimo e islam, se non si metteva mano al nodo della giustizia alle disparità sociali nelle grandi metropoli del vecchio continente alla lunga nessuna “intelligence”– ha usato proprio quest’espressione nel suo primo documento, Evangelii gaudium – sarebbe stata in grado di fermare il dilagare di eventi di questa natura.

Drammaticamente profetiche le sue parole: «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte».

Servono segnali forti che parlino al mondo, quindi. Per questo solo pochi giorni fa, il papa ha deciso di diffondere un appello video per la pace in Siria che potrà essere raggiunta, ha detto, solo con la politica, con il negoziato, con l’estensione de diritti umani e la parità fra i cittadini, non con le armi. Che significa fine dei massacri, degli assedi, ritorno dei profughi, come sostiene la Santa Sede, ricostruzione duratura come pure ha ripetuto il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Senza eludere, nel contempo, la questione della matrice islamica dell’organizzazione. Che per quanto sia stata deformata, resa sacrilega o eretica, o demoniaca secondo le parole di Adnane Mokrani, teologo musulmano che insegna la storia e la cultura dell’Islam all’università gregoriana di Roma. è importante affrontare, aprendo un confronto interreligioso vero, serrato quando necessario, e collaborativo al tempo stesso. Soprattutto, per dare man forte ai settori moderni del mondo musulmano, ai religiosi più aperti e ai settori laici, repressi in casa e dimenticati dall’Europa. Oggi si comprende quanto questo lavoro fosse a nostro vantaggio e non una visione compiacente verso culture differenti.

Potrebbe interessarti anche