Il porto di Ostia, il chiosco e il trafficante: il nuovo sequestro a Balini Jr

Lo stabilimento al centro del nuovo sequestro della Guardia di Finanza era già finito tra le righe della relazione della Commissione prefettizia insediata al Comune di Roma. «assoluta mancanza dì controlli da parte del Municipio», scrisse il prefetto Marilisa Magno

Lido Ostia

Il lido di Ostia/ANDREAS SOLARO/AFP/GettyImages

28 Luglio Lug 2016 1410 28 luglio 2016 28 Luglio 2016 - 14:10

Sembra essere arrivata definitivamente al capolinea la carriera imprenditoriale di Mauro Balini, almeno sul «suo» Porto di Ostia. Ieri (27 luglio) il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma ha sequestrato all’imprenditore di Ostia, tra patrimonio immobiliare e mobiliare, 450 milioni di euro. Balini, rampante ras del porto turistico e nipote di Vittorio, uomo che ha fatto fortuna sui diritti tv e affari con Silvio Berlusconi. Negli ultimi due anni le cronache e soprattutto la stessa Guardia di Finanza si cono occupati di Balini junior.

Prima tra le pieghe dell’inchiesta «Tramonto» nei confronti del clan Fasciani, poi in «Portus Romae», dove la procura di Roma gli ha contestato i reati di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e trasferimento fraudolento di valori e poi nell’operazione «Nuova Alba» condotta questa volta dalla Polizia in cui sono emerse i contatti tra lo stesso Balini e le organizzazioni malavitose del litorale ostiense.

Il sequestro chiude il cerchio anche attorno ai rapporti tra l’imprenditore e il narcotrafficante Cleto di Maria. Uomo legato ai Cuntrera-Caruana, tra i più grandi trafficanti di droga del secolo scorso, e in passato arrestato in Brasile con 300 kg di cocaina a bordo di un veliero. Secondo gli inquirenti era proprio Di Maria, arrestato nel 2013 nel blitz contro il clan Fasciani-Triassi, a gestire un bar all’interno di uno degli stabilimenti la cui concessione è intestata proprio a Balini. l’Hakuna Matata, questo il nome dello stabilimento, è finito anche nella relazione della Commissione di accesso al comune di Roma dopo i fatti di mafia capitale e già sequestrato nello scorso marzo per alcuni abusi edilizi.

Un passaggio della relazione della Commissione di accesso al Comune di Roma

Una vicinanza che l’allora presidente della Commissione di accesso Marilisa Magno stigmatizzò duramente all’interno della relazione: gli elementi raccolti sancivano il legame tra la famiglia Balini e Di Maria, e allo stesso tempo si «evidenzia l’assoluta mancanza di controlli da parte del Municipio (il decimo, ndr) il quale, nello stesso giorno della presentazione della richiesta di autorizzazione a favore della Gestioni S.r.l., si affrettava ad emanare una delibera autorizzatoria. Circostanza - proseguiva Magno - molto preoccupante se si considera che, visto lo spessore criminale del Di Maria, era da escludere che lo stesso non fosse noto al Direttore della citata Direzione Demanio Marittimo».

A giugno 2015 la relazione viene depositata e poi decretata fino a novembre dello stesso anno. A luglio 2015 la procura di Roma fa arrestare Balini e altre quattro persone: Massimo Amicucci, amministratore unico del Porto di Roma, Edoardo Sodano, amministratore unico della Porto di Roma immobiliare e Sergio Capograssi, uomo di uno dei gruppi finanziari riconducibili a Balini. Le indagini presero il via dopo la denuncia di una banca tedesca che vantava un credito di 25 milioni di euro mai rimborsati, il lavoro e i riscontri della commissione prefettizia hanno completato il quadro. Una cornice entro cui maturavano anche i rapporti con i già citati Fasciani e il clan Senese.

Lo stesso Cleto di Maria, fa notare la guardia di Finanza, curava anche i servizi di sicurezza e vigilanza all’interno del porto turistico. Il sequestro di ieri, scrivono gli inquirenti, «ha consentito di accertare come il Balini sia soggetto “socialmente pericoloso” e titolare, direttamente e/o indirettamente, attraverso familiari conviventi e non, nonché “prestanome”, di una serie di cespiti di ingente valore, assolutamente sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati».

Lo zio Vittorio che faceva affari con Silvio Berlusconi e Vittorio Cecchi Gori con le prima soap opera americane, come Dinasty o Dallas, glielo aveva detto: «Così rischi il nome della famiglia». Ma Mauro, ostiense doc e vip, non ci aveva dato peso. Aveva fatto di testa sua. È andata bene, fino a un certo punto.

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