«Il sindacato del futuro? Se non tutela i giovani è già morto»

Parla Marco Bentivogli, leader della Fim Cisl e autore del libro ”Abbiamo rovinato l’Italia?”: «I robot? Sono un’opportunità e non ruberanno il lavoro ai poveri. Reddito di cittadinanza? Le persone si sentono cittadine quando lavorano»

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29 Luglio Lug 2016 1834 29 luglio 2016 29 Luglio 2016 - 18:34
Messe Frankfurt

Che Marco Bentivogli, leader della Fim, i metalmeccanici della Cisl, fosse un sindacalista atipico, irregolare, era già abbastanza chiaro. Per la forte propensione a non farsi sconti nel contesto di una delle categorie più auto-indulgenti del pianeta. Ma anche, anzi soprattutto, per una lettura dei processi economici e sociali spesso diametralmente opposta a quella di troppi suoi colleghi: per dire, Bentivogli ritiene una favoletta quella dei “diritti acquisiti”, è a favore della meritocrazia, contro il reddito di cittadinanza e vede non solo i rischi ma le tante opportunità della quarta rivoluzione industriale, si batte per un vero patto intergenerazionale in discontinuità con quelli finti fatti fino ad oggi in cui i giovani sono sempre più poveri e «rischiano di essere rottamati senza nemmeno essere scesi in strada per un giro di pista».

«Abbiamo rovinato l’Italia?», appena uscito e già alla seconda ristampa, si chiede dalla copertina del suo ultimo libro, edito da Castelvecchi, di fatto una sorta di manifesto della sua idea di sindacato. Un sindacato da cui non si potrà prescindere, spiega, a patto che stia lontano da quella tecnostruttura «pigra, burocratica e reazionaria» che affligge una parte di esso. Perché è il sindacato l’unica forza in grado oggi di poter indirizzare i grandi processi di modernizzazione economica che oggi qualcuno chiama quarta rivoluzione industriale, qualcun altro industria 4.0: «In un momento così importante per il sindacato, in cui si parla di disintermediazione e di crisi, se non di vero e proprio declino della rappresentanza, ritengo sia un esercizio utile ripartire dalle persone, perché no, anche dai beceri luoghi comuni. Per ascoltare e capire la percezione del nostro ruolo. E se noi accendiamo il microfono in un bar, o in internet, che è il bar dei nostri tempi, il luogo comune è che “abbiamo rovinato l’Italia”. Ecco, io credo che la nostra vitalità si dimostri smentendo coi fatti, quei luoghi comuni. Non negandoli».

E il sindacato li nega?
Non tutto. Ma il sindacato pigro, burocratico, reazionario che siamo abituati a vedere in televisione, in molti casi lo fa. E di quel sindacato, in futuro, si può fare tranquillamente a meno. Non si può fare a meno, al contrario, della grande essenza del sindacalismo, di quelle nobili forme di solidarietà collettiva che ancora oggi sono indispensabili. Durante la crisi, a guardare le spalle ai lavoratori siamo stati solo noi, gli unici a evitare che la rabbia e la disperazione diventassero rassegnazione devastante.

Perché lo sarebbero?
Perché la rabbia, se irrazionale, senza chi è capace di dargli contenuto e forma positiva, si sfoga nelle peggiori forme, trovando sulla strada parecchi cavalcatori professionisti, come la cronaca di questi giorni, nazionale ed europea, conferma. Il sindacato, invece, trasforma il singolare in plurale, dà forma costruttiva alla rabbia. Per farlo, però, non bisogna commettere l’errore che la via giusta sia tornare all’800, né agli anni settanta. Servono scelte radicali, rifondative e rigeneratrici. Io la chiamo la sfida delle 3R per tornare ad essere un sindacato a forte generatività sociale.

Rottamatrici, direbbe qualcuno…
Se c’è qualcuno che rischia di essere rottamato prima ancora di fare un giro di pista sono le nuove generazioni, i giovani. È un paradosso: si rottama il nuovo invece che il vecchio. Anzi, peggio: si rottama il nuovo per tutelare il vecchio.

Fuor di metafora? Pensa alle forme contrattuali: sono sempre più fragili, ma solo per i giovani.
Non è una novità: qualcuno la chiamava flexsecurity… Si ma si è vista solo la flessibilità, per ora. E lo dico da forte sostenitore delle politiche attive. Io lo chiamo il teorema di Tarzan. Il cui primo postulato è che tra la liana vecchia e quella nuova, io lascio la liana vecchia se almeno vedo quella successiva. Però devo anche dire, molto onestamente, che una parte del sindacato, delle imprese e della politica non si è nemmeno posto il problema di abbandonare la vecchia liana pensando erroneamente di mettersi così al sicuro. Al contrario, se l’è tenuta bella stretta e ha impedito che altri potessero anche solo avvicinarsi.

La vulgata vuole che la vecchia liana sia un “diritto acquisito” di chi c’era prima.
Secondo me chi difende solo i diritti di pochi, chiamandoli “acquisiti” non sa fare il sindacalista. Se i diritti non riguardano tutti, vanno chiamati in altro modo. Non solo: la maggioranza dei miei iscritti andrà in pensione con il sistema contributivo. Non posso non occuparmi del loro futuro. Certo, mi devo occupare dei lavori usuranti, faticosi, di chi perde il lavoro con il sistema retributivo, ma come si sta tentando di fare nel confronto col Governo, devo occuparmi anche della sostenibilità sociale e non solo finanziaria delle pensioni future. Noi dobbiamo modificare le cose in modo che siano negli interessi di tutti. Io credo in una meritocrazia responsabile, non nella difesa dei privilegi. O battiamo tutte le rendite e i corporativismi e gli establishment ad essi collegati o in questo paese un po’ di vera equità resterà un miraggio.

Qualche tuo collega ti correggerebbe e parlerebbe di diritti, non di privilegi…
Il lessico sindacale è spesso assurdo: se ci sono due esuberi e si collegano alla pensione si parla di “macelleria sociale”. Parli di rivedere una norma nell’interesse di tutti e dicono che stai attentando ai diritti dei lavoratori. Un certo ”sindacato catodico“ è diventato famoso per questo approccio catastrofista alle questioni che riguardano il nostro futuro. Non è molto distante dall’approccio di chi parla di “invasione” se qualche centinaia di migranti sbarca sulle nostre coste. Ed è un approccio disastroso e perdente per i lavoratori.

In che senso?
Faccio l’esempio della Fiat, in cui noi siamo parte di un sistema di responsabilizzazione contro gli abusi dei diritti, ad esempio. Se il 70% dei lavoratori sta in malattia, in un giorno particolare, prima o poi verrà messo in discussione il diritto di malattia. Se il sindacato non sa distinguere i diritti dagli abusi di essi, presto gli abusi mangeranno i diritti. Se non combattiamo i furbetti, dobbiamo sapere che la nostra reticenza va a danno dei lavoratori operosi e onesti.

«Il lessico sindacale è spesso assurdo: se ci sono due esuberi e si collegano alla pensione si parla di “macelleria sociale”. Parli di rivedere una norma nell’interesse di tutti e dicono che stai attentando ai diritti dei lavoratori»

C’è chi dice che i robot metteranno in discussione il diritto al lavoro…
Non scherziamo. Lo dico con cognizione di causa. Noi siamo stati i primi a ragionare di Industry 4.0, di architettura industriale e ruolo delle persone, grazie all’utilizzo delle tecnologie. Questa è una storia ancora tutta da scrivere. Quanto sarà il lavoro disponibile da distribuire non lo sappiamo. Io ne ho piene le scatole di chi cita Keynes denunciando i rischi della disoccupazione tecnologica: come se l’aratro meccanico avesse distrutto l’economia agricola.

E allora cosa può essere industry 4.0?
Può essere un enorme possibilità per far tornare a casa e al centro la nostra manifattura. Può tornare la filiera dell’elettrodomestico. Che, lo ricordo ai miei colleghi smemorati, abbiamo perso non perché c’era troppa tecnologia, ma perché ce n’era troppo poca. Perché dopo i genitori imprenditori “pancia a terra sull’impresa”, sono arrivati figli “pancia all’aria a Formentera” che non hanno investito nelle loro imprese. Voglio essere chiaro fino in fondo…

Prego…
Industry 4.0 non è un’opzione, è con tempistiche diverse, la strada della manifattura del futuro. Ed è l’ultima occasione storica per riportare la manifattura al centro dei processi di sviluppo in Europa.

C’è chi pensa, invece, che sarà ciò che renderà strutturale la disoccupazione nel Vecchio Continente. Non a caso quella del reddito di cittadinanza è un’idea sempre più popolare, dalle nostre parti…
È sbagliata. Io come classe dirigente devo creare opportunità, non modelli sociali in cui metà dei lavoratori si prende, invece del lavoro, l’assistenza del reddito di cittadinanza. Noi abbiamo un gap di competenze tra domanda e offerta di lavoro che è il più alto d’Europa. Vogliamo spendere dei soldi? Investiamo sulla formazione, quello sì è un diritto fondamentale. Oggi siamo ancora a internet e inglese, ci rendiamo conto? E la realtà aumentata? E la robotica? E lo smart working? Lo dico sempre: i figli di mia figlia rideranno pensando che ogni mattina nelle grandi città milioni di persone si spostano per andare a lavorare.

Sta di fatto però che in Italia manca un sostegno al reddito universale dal 1992, anno in cui “ce l’ha chiesto l’Europa”…
Attenzione: io sostengo che il reddito di cittadinanza sia dannoso da un punto di vista sociale e non praticabile da un punto di vista economico, ma non sto negando l’idea che serva un sostegno al reddito universale. Se abbandoniamo la battaglia del lavoro e della crescita sostenibile per puntare sull’assistenza, mi chiedo con quali risorse si pensa di poter pagare il reddito di cittadinanza.

Cosa allora?
Noi sosteniamo, insieme all’alleanza contro la povertà il REIS, un reddito però utile al reinserimento. Vogliamo un modello di sicurezza sociale che sia votato alla sicurezza di poter avere, più prima che poi, un nuovo lavoro. La cittadinanza più forte è quella del lavoro, non quella dell’assistenza. Le persone si sentono cittadine quando hanno la possibilità di lavorare. Io preferisco liberarmi nel lavoro, non liberarmi dal lavoro.

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