Montepaschi, le banche italiane e il gran ballo dell’ipocrisia

Il "bancocentrismo" italiano è morto e sepolto, ed è ora di dirlo una volta per tutte. Atlante 2 non salverà Mps. E il futuro del credito ormai è nei capitali a rischio: venture capital, equity, quotazioni in borsa e crowdfunding

Monte Dei Paschi Mps GIUSEPPE CACACE Getty
2 Agosto Ago 2016 1057 02 agosto 2016 2 Agosto 2016 - 10:57
Messe Frankfurt

Non sarà Atlante 2 a salvare il Monte dei Paschi di Siena. Non sarà il salvataggio di Montepaschi a salvare il sistema bancario italiano. E non sarà il sistema bancario italiano a salvare l’Italia. Ci rendiamo conto di non essere esattamente popolari, nel dire quel che diciamo, ma le uniche speranze non vane sono quelle che non prescindono dal principio di realtà. Che, spiace dirlo, è esattamente il contrario di quel che sta accadendo ora.

Partiamo dall’inizio. Non sarà Atlante 2 a salvare Montepaschi. La cervellotica operazione made in Jp Morgan di cartolarizzazione dei crediti non performanti (incagli, sofferenze e affini) per ripulire il patrimonio della banca, con successivo aumento di capitale di 5 miliardi di euro, sembra più un Frankenstein dell’ingegneria finanziaria che il meccanismo perfetto che metterà al sicuro il più antico istituto di credito del mondo. I numeri sono strani, da qualunque parte li si guardi: è strano il valore del 32% attribuito alle sofferenze bancarie di Montepaschi, più del doppio rispetto al valore medio di mercato.

Sotto il macigno delle sofferenze - molto meno pesante di come ce lo raccontiamo - c’è il vero problema del nostro credito: la redditività. Tradotto: buona parte delle banche italiane sono imprese che funzionano male

Ancora: è strana la partecipazione delle casse previdenziali all’operazione, che c’entrano come i cavoli a merenda, e non si capisce cosa ci stiano a fare, se non a fare da tappabuchi dell’ultimo minuto, mentre il mercato sta a guardare. Ed è strano che mezzo sistema bancario mondiale si stia muovendo per raggranellare i cinque miliardi necessari a non far andare a vuoto l’aumento di capitale di una banca teoricamente ripulita di buona parte dell’immondizia che aveva in pancia. Non ci stupiremmo, insomma, se questo marchingegno da Macgyver della finanza si inceppasse da qualche parte. A quel punto, toccherebbe al governo trattare con l’Europa per scongiurare il bail in di Mps, con tanti auguri.

Facciamo finta che andrà tutto bene. Così fosse, tuttavia, il nostro sistema bancario non sarebbe comunque fuori dai guai. Non lo sarebbe perché, come abbiamo già più volte scritto e registrato, sotto il macigno delle sofferenze - molto meno pesante di come ce lo raccontiamo - c’è il vero problema del nostro credito: la redditività. Tradotto: buona parte delle banche italiane sono imprese che funzionano male. Che spendono i soldi dove non rende (gli sportelli) e che sono in clamoroso ritardo su tutto ciò che è fintech e disintermediazione digitale dell’attività bancaria. Il loro futuro è fatto di decine, centinaia di Uber della finanza che ruberanno loro clienti offrendo transazioni e servizi a costi irrisori.

Facciamo ancora finta, però. Che la tanto paventata rivoluzione del fintech si riveli alla prova dei fatti un cannone di coriandoli. O, meglio ancora, che le banche italiane riescano magicamente a cambiare il loro modello di business. Tutto bello, ma difficilmente ci ritroveremmo di nuovo nel mondo del credito facile alle piccole imprese. Purtroppo o per fortuna, quel mondo è finito per sempre. E se ciò che ci anima è la nostalgia per gli anni ’90, i distretti e le banche locali facciamo prima a metterci il cuore in pace. Per le imprese, se esiste un futuro possibile, è fatto soprattutto di capitali di rischio: di venture capital, di equity, di quotazioni in borsa, di crowdfunding, di quel che verrà poi. Il bancocentrismo all’italiana è morto e sepolto. Mps o non Mps, facciamo almeno in modo di non morirci assieme.

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