La San Patrignano dei jihadisti, viaggio nel centro che deradicalizza i giovani musulmani

La legge francese ne prevede almeno 13: si "curano" giovani in difficoltà, innamorati del messaggio radicale del Isis e segnalati dalle forze dell’ordine. Una procedura di decostruzione e ricostruzione mentale molto complessa

Beaumont
4 Agosto Ago 2016 0800 04 agosto 2016 4 Agosto 2016 - 08:00

PARIGI Beaumont-en-Véron è un piccolo borgo di 2.900 abitanti, popolato di chiese, boschi, vigne e castelli, come quelli d’Isoré, di Coulaine, di Detilly o della Grille. Tra questi edifici vetusti e austeri, circondati da alberi d’alto fusto e filari di vigneti bassi, sorge l’imponente complesso di Pontourny, costruito nel 1748, poi rimaneggiato nel 1829. Qui Marie-Alphonse Gréban de Pontourny, nel 1895, creò una fondazione per ospitare orfani e donne, poi riconvertita in ospedale psichiatrico agli inizi del ’900. Negli ultimi anni il complesso ha ospitato minori in difficoltà e migranti. Ora, dal primo settembre, diventerà un centro di deradicalizzazione per giovani in difficoltà che potrebbero scegliere la via del jihadismo, il primo di questo genere (il governo francese ne ha previsti 13).

Una legge approvata dall’Assemblea nazionale il 3 giugno 2016 ne ha reso possibile la creazione: oltre gli obiettivi del volontariato e dell’associativismo, perché diventino veri centri specializzati nella ricostruzione dell’individuo, in stretto contatto con le autorità giudiziarie. Una "terza via" tra la prigione e la libertà vigilata che, fino a maggio scorso, non esisteva e che mette in atto un programma specifico per recuperare potenziali futuri soldati della jihad europea. Lo stesso attentatore della chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, Adel Kermiche, era in libertà vigilata con un braccialetto elettronico, in attesa di processo. I nuovi centri cercheranno di colmare questo vuoto legislativo cercando di lavorare sulle teste degli aspiranti jihadisti. Deradicalizzazione, ricostruzione, re-inserimento nella società. Possibile?

Il centro di Beaumont ospiterà almeno trenta giovani. A seguirli ci sarà una squadra specializzata di psicologi, psichiatri ed esperti in varie materie connesse con la radicalizzazione: religione, geopolitica e inserimento professionale. Ai prefetti il compito di segnalare, con l’aiuto dei servizi sociali e delle famiglie in difficoltà, tutti le persone a rischio. Chi sono? Individui in lotta con la propria società, che hanno già tentato almeno una volta la partenza per la Siria e l’Iraq e sui quali non pende (ancora) alcuna inchiesta giudiziaria. «La durata prevista del soggiorno è di almeno sei mesi – spiega un responsabile del futuro centro – nell’ambito di un programma che verterà sulla ricostruzione psicologica dell’individuo e sul suo re-inserimento nella società, cioè non la pura e semplice deradicalizzazione. Il cervello non può essere deprogrammato da un giorno all’altro in maniera cosi semplice. Il nostro progetto, complesso e progressivo, consiste nell’accompagnare i giovani in difficoltà passo dopo passo affinché ritrovino il loro posto nella società».

Ma ci si può realmente deradicalizzare? A Lille, nel nord del Paese, un centro di prevenzione già fa ricorso alla psicologia e alla psichiatria per strappare al nichilismo jihadista nuove giovani leve. Fondato nel febbraio del 2014 da Dounia Bouzar, psicologa ed antropologa francese (autrice del libro "La vita dopo la jihad"), il Centro di Prevenzione Derive Settarie legate all’Islam (CPSDI) opera in quartieri difficili, dove regnano disoccupazione ed emarginazione e dove più alta è la percentuale di giovani musulmani che gravitano attorno all'orbita dell'Islam radicale. Basandosi su un approccio psicosociale, che consiste nello smantellare i meccanismi di indottrinamento utilizzati per attirare i giovani delle banlieue verso la violenza salafita, il Centro coinvolge anche magistrati, insegnanti, esperti di radicalismo e movimenti settari. «Fino ad oggi oltre 1000 famiglie si sono rivolte al Centro – spiega un responsabile del centro – famiglie che cercano di recuperare i propri figli, di cui alcuni detenuti, che necessitano di cure, re-indirizzamento, in quanto il radicalismo fa tabula rasa di tutti i valori dell’individuo facendo leva sulle sue pulsioni nichiliste e autodistruttrici e lasciando dietro di sé un deserto».

Già, il deserto. Le prime avvisaglie, spiegano gli psicologi del centro, sono nell’espressione di una visione del mondo binaria (male/bene) ma anche nell’apparizione di paranoie legate ad una sfiducia crescente nei confronti di più entità (gli adulti, lo Stato, i media), nella riappropriazione di tesi complottiste e nel consequenziale sviluppo di manie di persecuzione che giustificherebbero un ripiego e un rifiuto della società. In questi casi l’individuo comincia a rompere con il proprio entourage, prende le distanze dagli altri ma ugualmente dalle attività e dai circoli sociali tradizionali: attività sportive, culturali, cicli scolastici, formazione, lavoro e si tiene fuori ugualmente dai rituali e dalle abitudini familiari. «In questi casi il centro può già essere allertato prima che sia troppo tardi ovvero prima che l’individuo tagli tutti i rapporti sociali tali a beneficio di rapporti virtuali o che perda il controllo e soprattutto i “contorni” esterni del corpo a beneficio di vestiti “coprenti” e si prodighi nell’esaltazione del gruppo a discapito dell’individuo creando una sorta di vuoto tra sé e gli altri».

Diffidente, isolato, disumanizzato, l’individuo comincia a legittimare l’uso della violenza contro coloro che “dormono”, gli apostati o inizia a progettare il viaggio (hijra) in Siria o Iraq per raggiungere la “umma” o la comunità veridica, ovvero quella non corrotta. Inizia il processo di disumanizzazione di sé e degli altri.

Ma come ci si deradicalizza? Secondo le tesi di Dounia Bouzar, il processo di radicalizzazione comprende una sorta di "auto-reclutamento relazionale" attraverso cui il giovane aderisce ad un nuovo gruppo ma anche un "auto-reclutamento ideologico" che suscita l’adesione dell’individuo ad una nuova maniera di pensare. Tra i due esiste una relazione stretta in quanto la fusione all’interno di un nuovo gruppo si opera sulla convinzione intima di possedere il vero Islam. Ora, è proprio questa convinzione a costituire il cemento che tiene insieme l’individuo al suo nuovo gruppo. Secondo la Bouzar lo schema del processo di radicalizzazione comprende quattro tappe fondamentali: la prima è l’isolamento dell’individuo dal suo ambiente socializzante, poi sopraggiunge la distruzione dell’individuo a beneficio del gruppo, di seguito viene l’adesione alle credenze dell’ideologia jihadista e l’ultima tappa è la disumanizzazione dell’individuo e delle sue future vittime.

Dove nasce la radicalizzazione? «La radicalizzazione si basa su un fattore “ansiogeno” di lettura e interpretazione della realtà - spiegano al centro - che affonda le radici tanto nelle teorie complottiste quanto in alcuni versetti coranici, ma soprattutto nell’esacerbazione del sentimento di persecuzione (complotto contro i musulmani, impossibilità di praticare il culto) e nel sentimento d’incertezza, nell’ansia e nell’isolamento. Il metodo Bouzar s’appoggia su un duplice approccio:emozionale per decostruire l’autoreclutamento relazionale e cognitivo per decostruire l’autoreclutamento ideologico».

L’approccio emozionale parte dall’assunto dell’importanza di un luogo originario come fattore di ricostituzione che permette di piazzare l’individuo all’interno di una certa filiazione. Si tratta di far ritornare l’individuo all’interno di una storia in cui si sentiva ancora sicuro. Cosi’ anche i piccoli gesti quotidiani, familiari tornano ad assumere il proprio valore e soprattutto fanno appello ad una parte dell’io, legata anche all’infanzia, che non è stata toccata dall’ideologia jihadista. Così anche il far riemergere micro-eventi dell’infanzia provoca una vera e propria breccia nel funzionamento psichico rigido del giovane radicalizzato procurando un’esperienza emotiva destabilizzante, pre-reclutamento. L’approccio cognitivo invece attacca l’ideologia jihadista che è stata adattata dai reclutatori ai bisogni emotivi e cognitivi di giovani già in difficoltà. Il discorso jihadista mira infatti ad allontanare l’individuo dal mondo reale per farlo piombare in un’illusione permanente. “Il benessere o il malessere dell’individuo - spiegano - dipende dall’adesione o meno all’ideologia e cosi si crea un legame cognitivo tra la dimensione trascendentale (Islam) e la dimensione dell’esperienza vissuta”. Da un’ideologia basata sull’identità, l’individuo passa a un’identità collettiva. Ma come si smonta quest’impalcatura? “Attraverso una maniera di pensare alternativa che addolcisca le asperità dei suoi strumenti cognitivi e provochi un’apertura ovvero una maggiore ricettività a nuove idee e visioni del mondo”.

Un’altra tappa importante poi è la ri-umanizzazione. Mentre il discorso jihadista convince che il sacrificio umano è il mezzo di rigenerare il mondo e lo spinge alla credenza che occorre sacrificare tutto per la causa e che non esista più un “fuori” rispetto all’ideologia, in questi nuovi centri psicologi e psichiatri dovranno cercare di valutare se esistono in lui ancora sentimenti di umanità, di empatia (angoscia, collera, inquietudine, speranza) per farli riemergere e per destare l’individuo dal sonno plumbeo in cui è caduto. Ma il metodo funziona? Secondo le cifre del centro si’, visto che il 33% degli 800 giovani seguiti nel 2015 è già sulla via della guarigione. Questi numeri fanno ben sperare. Oltre ai metodi dell’antiterrorismo, alle operazioni di polizia, alla limitazione delle libertà individuali, all’inasprimento delle leggi e dei controlli molto di più forse potranno le scienze della mente. Perché l’illusione del jihadismo in fondo parte nella mente ed è solo qui che puo’ essere sconfitta.

@marco_cesario

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