Nel mondo c’è ancora voglia di pena di morte. In un anno oltre 4mila giustiziati

Sempre meno Stati praticano la pena capitale, eppure nel mondo è in leggera crescita il numero delle esecuzioni. Si muore fucilati, impiccati, a volte decapitati. Il Paese più attivo è la Cina, segue l’Iran. Al sesto posto gli Usa, ma c’è anche l’Europa. I dati di Nessuno Tocchi Caino

YASSER AL-ZAYYAT/AFP/Getty Images

Yasser Al-Zayyat/AFP/Getty Images

4 Agosto Ago 2016 1200 04 agosto 2016 4 Agosto 2016 - 12:00

Dall’inizio dell’anno ci sono state 1.685 vittime. Sono state impiccate, fucilate, a volte decapitate. Giustiziate in nome della legge, conseguenza diretta della pena di morte nel mondo. I dati raccontano di un fenomeno in crescita: se nel 2014 le esecuzioni capitali in tutto il pianeta erano state 3.576, lo scorso anno sono arrivate a 4.040. Eppure i paesi che continuano a giustificare la forca nella propria legislazione sono sempre meno. Dieci anni fa erano più di cinquanta, ormai sono rimasti in trentotto (venticinque hanno effettivamente applicato la pena capitale nel corso del 2015). A fornire i dati, come ogni anno, è il rapporto di “Nessuno tocchi Caino”, presentato ieri nella sede del Partito Radicale a Roma.

Quali sono gli Stati che uccidono più frequentemente? Il record spetta a Pechino. Dall’inizio del 2016, in Cina sono salite sul patibolo 1.200 persone. Erano almeno 2.400 in tutto il 2015. In pratica più della metà di tutte le esecuzioni mondiali avvengono qui. Al secondo posto della triste classifica c’è l’Iran. Nel 2015 Teheran ha messo a morte 970 persone: il numero più alto mai registrato nel Paese da circa 25 anni. Dal gennaio 2016 a oggi, invece, si sono registrate altre 209 esecuzioni. Un centinaio di condannati sono stati uccisi in Arabia Saudita. Tra di loro anche 20 stranieri, di cui una donna. Nel 2015 erano state decapitate 159 persone, e nella metà dei casi si trattava di cittadini di altri paesi. La lista prosegue. Tra Pakistan e Iraq dall’inizio dell’anno sono state giustiziate 130 persone. Più di venti esecuzioni al mese. La mappa è evidente: quasi tutte le condanne a morte - circa il 98 per cento - vengono eseguite in Asia. Nell’anno appena trascorso ci sono state 3.946 esecuzioni su un totale di poco più di 4mila.

Dall’inizio dell’anno ci sono state 1.685 vittime. Sono state impiccate, fucilate, a volte decapitate. C’è chi paga il traffico di droga o presunti atti di terrorismo. Chi viene giustiziato per aver commesso stupri e omicidi. In alcuni regimi dittatoriali si può venire uccisi anche per reati politici

Subito dopo ci sono gli Stati Uniti. Gli Usa rappresentano il sesto paese al mondo per numero di esecuzioni capitali. Dall’inizio dell’anno sono state giustiziate 14 persone, esattamente la metà delle condanne eseguite nel 2015. Washington resta l’unico Paese delle Americhe a mantenere la pena capitale. Presto, però, potrebbero arrivare novità. Nel maggio dello scorso anno il Nebraska ha deciso di abolire la pena di morte. È il 19esimo stato Usa a fare questa scelta, il settimo negli ultimi otto anni. Da un continente all’altro, è difficile trovare zone del pianeta immuni dal fenomeno. In Africa, nel corso del 2015, cinque diversi Paesi hanno eseguito sessantasei condanne a morte. E da gennaio si sono registrate altre 16 esecuzioni in Somalia, Sud Sudan e Botswana. Non tutti lo sanno, ma anche in Europa c’è chi continua a praticare la pena di morte. L’ultimo paese rimasto è la Bielorussia. Nel 2015 non si erano verificate esecuzioni, eppure nei primi mesi di quest’anno almeno una persona è stata uccisa dal boia.

Il record spetta a Pechino. Dall’inizio del 2016, in Cina sono salite sul patibolo 1.200 persone. Erano almeno 2.400 in tutto il 2015. In pratica più della metà di tutte le esecuzioni mondiali avvengono qui

C’è chi paga presunti atti di terrorismo. Chi viene giustiziato per aver commesso stupri e omicidi. In alcuni regimi dittatoriali si può venire uccisi anche per reati politici. Almeno 713 esecuzioni in cinque Paesi, però, sono state giustificate da condanne per traffico di stupefacenti. Numeri alla mano, è questa una delle cause principali di morte. Nessuno tocchi Caino denuncia un dato ancora più allarmante: dal 2015 a oggi sono stati giustiziati anche 16 ragazzini. Minorenni al momento di compiere il reato, «in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto internazionale sui Diritti civili e politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo». Le ultime condanne sono state eseguite in Arabia Saudita e Iran.

Intanto cresce il fronte degli Stati che hanno detto no alla pena di morte. Ormai i paesi che hanno rinunciato sono 160. Tra di loro 44 “abolizionisti di fatto”: che si sono impegnati a livello internazionale per superare la pena capitale o che da oltre dieci anni hanno fermato il boia. La tendenza è in aumento. Negli ultimi 18 mesi si sono registrate nuove adesioni. Costa d’Avorio, Figi, Mongolia, Nauru e Suriname hanno abolito totalmente la pena di morte. In Zimbabwe, invece, è trascorso un decennio dall’ultima esecuzione. Di fatto, anche nel Paese africano ormai la pena di morte appartiene al passato.

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