Parla Parisi: «Serve un’assemblea costituente per cambiare davvero l’Italia»

Dialogo a tutto campo con l'ex candidato sindaco del centro destra a Milano, che prepara la convention di settembre e ha le idee chiare su federalismo, tasse, spending review ed Europa: «Non siamo contro le riforme, ma contro quelle fatte male»

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7 Agosto Ago 2016 0810 07 agosto 2016 7 Agosto 2016 - 08:10

«Io non penso che la Carta Costituzionale vada bene così com’è. E non sono nemmeno tra quelli che votano No per mandare a casa Renzi». Gioca a smarcarsi, Stefano Parisi. Dai luoghi comuni sulla “Costituzione più bella del mondo” e da un centro destra da troppo tempo subalterno al presidente del consiglio, anti-renziano e perdente così come la sinistra è stata per vent’anni perdente e anti-berlusconiana. incaricato direttamente da Silvio Berlusconi per proporre il rilancio del centro destra, arriva anche lui da una sconfitta, in realtà, quella maturata contro Beppe Sala alle ultime comunali di Milano: «Ma è proprio in quel contesto che ho capito che la riforma di Renzi fa acqua da tutte le parti, a cominciare dalla legge elettorale - spiega a Linkiesta -. Se col 25% dei voti riesci a occupare più di sei posti su dieci in Consiglio Comunale le persone si convincono davvero che votare non serve a nulla. E l’avrei pensato anche se avessi vinto io».

D’accordo, Parisi, ma se l’alternativa sono i governi tecnici e le grandi coalizioni non è che la gente faccia i salti di gioia…
Attenzione, non sto dicendo che vada tutto bene così. La nostra forma di governo ha almeno tre gravi malattie.

Quali?
La prima: il presidente del Consiglio è debole. Da Craxi a Berlusconi e Prodi, passando per D’Alema e arrivando a Renzi non ce n’è uno che non si sia lamentato per lo scarso potere che riesce a esercitare da Palazzo Chigi. La seconda: il bicameralismo perfetto rende il processo legislativo lunghissimo e farraginoso, al punto tale che il governo è sovente costretto a ricorrere ai decreti e ai voti di fiducia per combinare qualcosa.

La terza?
Che in questo modo governo e parlamento si ricattano e si delegittimano a vicenda.

Sono motivazioni da comitato per il Sì…
E invece voterò No. Non c’è un centro destra che non vuole le riforme e Renzi che le vuole. È una balla. Noi siamo molto più riformatori di Boschi e Renzi. A differenza loro, però, noi vogliamo le riforme efficaci, chiare e fatte bene. E questa riforma è fatta male, nei contenuti e nei modi.

Partiamo dai contenuti…
La riforma di Renzi non risolve nessuno di questi problemi. Ci gira attorno: non ha avuto coraggio di abolire il Senato, di imporre la sfiducia costruttiva, e non c’è alcun tipo di chiarezza nella divisione dei livelli di governo. Anzi c’è il rischio che i conflitti di competenza si moltiplichino. Per non parlare dell’Italicum: c’è un problema di legittimazione della politica e tu mandi al governo un partito che al primo turno prende un terzo dei voti del 50% degli elettori che votano?

Quindi che si fa?
Io credo che l’iter di questa riforma sia stato un pasticcio e che qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne, il Paese sarà spaccato. Per questo, qualunque sarà il risultato, proporremo di avviare un nuovo percorso di riforma costituzionale, attraverso l’elezione di un’assemblea costituente.

Sarà dura, se vince il Sì…
Per questo mi auguro non vinca. La riforma è sbagliata si rischia la paralisi delle istituzioni, non si fanno le riforme a colpi di , maggioranza, come per il titolo V. Abbiamo visto i risultati.

«Non c’è un centro destra che non vuole le riforme e Renzi che le vuole. È una balla. Noi siamo molto più riformatori di Boschi e Renzi. A differenza loro, però, noi vogliamo le riforme efficaci, chiare e fatte bene»

Assecondiamo le sue speranze e immaginiamo vinca il No. Il giorno dopo che succede?
Il parlamento dovrebbe discutere e approvare rapidamente una legge costituzionale, che istituisca un Assemblea Costituente, eletta con metodo proporzionale. Anche prima del referendum. Sono pochi articoli. L'Assemblea sarà composta da 100 membri, possibilmente qualificati, che non potranno essere eletti in parlamento al giro successivo. Quest’assemblea di fatto sostituirà temporaneamente il Senato, che andrà contestualmente abolito. Una volta approvata questa legge costituzionale, il Presidente della Repubblica potrà sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Quel giorno avremo due voti: uno per la Camera, uno per la Costituente. Entro due anni, l’Assemblea dovrà chiudere i propri lavori e presentare la propria riforma. Se avrà i due terzi dei voti della Camera, sarà legge. Se no, saremo chiamati a un nuovo referendum costituzionale.

È un processo difficile da realizzare in tempi brevi, non trova?
Cambiare la Costituzione è una cosa seria, non una cosa che puoi fare a colpi di maggioranze variabili, scambiandola con un voto sulle unioni civili o con un emendamento alla Legge di Stabilità. E non puoi farla nemmeno prescindendo dalle persone: in autunno pochissimi andranno a votare consapevoli dei contenuti della riforma. E questo è ingiusto e profondamente antidemocratico.

Com’è che con la sua proposta la gente sarà più informata, invece?
Perché sarà coinvolta dalla campagna elettorale della costituente. Perché ogni forza politica darà un mandato specifico ai propri costituenti: ci saranno quelli per il premierato e quelli per il presidenzialismo, quelli che vogliono due camere o quelli per cui ne basta una. La gente voterà sulla base di un progetto.

Quale sarà il progetto che il centrodestra a guida Stefano Parisi porterà in assemblea costituente?
Dico quelle che oggi sono le mie idee, che ovviamente dovranno passare da una discussione interna e con gli alleati. Io credo si debba rafforzare il presidente del Consiglio, che serva una sola camera legislativa con un numero di parlamentari ridotto di almeno un terzo. E ancora, che serva la sfiducia costruttiva, cioè che puoi sfiduciare il governo solo se hai un’alternativa. Che il senato delle regioni sia costruito sul modello del Bundesrat, che voti cioè solo sui temi di competenza delle regioni. E che i senatori abbiano un vincolo di mandato della regione.

Sembra quasi voglia disseppellire il federalismo, che in questi ultimi anni è stato accantonato persino dalla Lega…
Io sono federalista e voglio il federalismo fiscale. Credo nel principio di responsabilità di chi raccoglie le tasse: oggi il sindaco è solo un esattore. E poi credo che il federalismo sia un fondamentale strumento per lo sviluppo. Dobbiamo mettere in competizione i territori, mettendo in condizione quelli che vogliono ridurre le tasse di poterlo fare. Se Roma zavorra chi ha voglia di crescere, finisce per danneggiare tutti.

Forse le Regioni ci hanno messo del loro, a far andare di traverso il federalismo…
Le Regioni sono la parte più inefficiente dello Stato, molto più delle province. Dobbiamo ridurle. Forse bastano cinque, sei macroregioni. Con tanti comuni e tanta autonomia. Mi lasci aggiungere una cosa, però.

Prego…
Una parte della riforma Renzi che condivido è quella legata alla definizione dei costi standard. Bisogna evitare, nel federalismo e del regionalismo, che gli enti locali facciano quel che vogliono sulle spese. Quindi sì ai costi standard e a benchmark di qualità. Ma sì anche all’autonomia e al federalismo.

«Cambiare la Costituzione è una cosa seria, non una cosa che puoi fare a colpi di maggioranze variabili, scambiandola con un voto sulle unioni civili o con un emendamento alla Legge di Stabilità. In autunno pochissimi andranno a votare consapevoli dei contenuti della riforma. E questo è ingiusto e profondamente antidemocratico»

Parliamo di tasse: il suo potenziale futuro alleato Matteo Salvini ha riproposto negli ultimi giorni la flat tax, l’aliquota unica sui redditi. Condivide questa proposta?
Idealmente sì. Un livello di tassazione uguale per tutti aiuta tutti quelli che vanno nella direzione di migliorare il loro benessere. Si evitano le trappole del passaggio da un aliquota all’altra. È un modello a tendere, insomma. Che però non va lanciato in modo superficiale. E che deve integrarsi nel contesto di una riforma radicale del welfare state.

Nel dettaglio?
Bisogna aiutare le famiglie attraverso forti sgravi fiscali, riconoscendo il loro ruolo di supplenza allo Stato nel nostro sistema di assistenza. Oggi sono le famiglie, in molti casi, a mantenere il disoccupato, ad assistere l’anziano, ad accudire portatori di disabilità.

Non crede che debba essere lo Stato ad occuparsene? L’Europa è dal 1992 che ci chiede un sostegno universale alla povertà. Siamo rimasti solo noi e la Grecia a non averlo…
Se sta parlando di reddito di cittadinanza, la devo deludere: io sono contrarissimo. È il lavoro che ci qualifica come cittadini ed è la nostra Costituzione a riconoscerlo. Se bisogna pensare a una qualche forma di sostegno al reddito, che sia d’inserimento al lavoro. Misure che rendano conveniente non lavorare non hanno senso. E costano molto care.

A proposito di costi: dal 2011 a oggi si sono succeduti cinque commissari alla spending review. Missione impossibile? O le piacerebbe riprovarci?
Ci riproveremo, cambiando radicalmente la logica del lavoro dei cinque commissari.

In che senso?
Cottarelli e tutti gli altri hanno lavorato in una logica micro, rivedendo le spese di funzionamento, mettendo un tetto agli stipendi, tagliando le auto blu. Peccato che queste misure non abbiano alcun effetto sulla spesa pubblica, né sul funzionamento della pubblica amministrazione.

Cosa allora?
La trasformazione digitale all’amministrazione pubblica: la mia spending review sarà la rivoluzione digitale della pubblica amministrazione. Che contestualmente deve ridurre le sue aree di intervento. Il pubblico deve fare quel che il privato non riesce a fare. Io sono radicalmente a favore dell principio di sussidiarietà. Tagliare da 5 a 3 membri i cda delle società pubbliche inefficienti non serve a nulla. Vanno chiuse le società.

E di cosa si deve occupare lo Stato?
Lo stato deve regolare in modo semplice e efficiente la nostra convivenza civile. Non deve essere ostile ai cittadini e alle imprese. Deve servire le nostre esigenze e rendere la nostra vita migliore. Non deve servire se stesso. Non deve vessarci Le faccio un esempio: la scuola. Lo stato deve garantire la libera scelta tra diversi modelli formativi statali e privati. Deve garantire la massima qualità della formazione per i nostri giovani. Deve organizzare la formazione libera in base a quanto scopo non in base alla garanzia del lavoro dei precari.

«Reddito di cittadinanza? Io sono contrarissimo. È il lavoro che ci qualifica come cittadini ed è la nostra Costituzione a riconoscerlo. Se bisogna pensare a una qualche forma di sostegno al reddito, che sia d’inserimento al lavoro»

Parliamo di Europa. Forza Italia è nel Ppe come la Cdu di Angela Merkel. Ma è alleato con la Lega Nord di Matteo Salvini, che vede la cancelliera come il fumo negli occhi. Lei da che parte sta?
Io nel 1992 quando a Maastricht è stato firmato il Trattato costitutivo dell’Unione, ero con Gianni De Michelis, che allora era ministro degli esteri. E penso che il nostro problema sia il nostro debito pubblico, non la Germania. Un problema grande come una casa che avremmo anche se non ci fosse l’Europa. Il problema dell’Europa è un altro, semmai.

Quale?
Il problema dell’Europa è che un eccesso di regolazione snatura le identità nazionali. E un eccesso ideologico nell’assumere le decisioni ciò che allontana l’Europa dai cittadini. La direttiva Bolkestein che liberalizza la concorrenza internazionale delle professioni, ad esempio, è molto ideologica e uccide le piccole imprese. Il liberismo deve portare sviluppo e occupazione, se non lo fa genera la resistenza degli Stati. E se non riesce a gestire un fenomeno epocale come quello sulle migrazioni, rischia di essere travolta dalla disaffezione dei cittadini europei.

Eppure è evidente che il problema delle migrazioni possa essere gestito solo a livello europeo. Non è un paradosso?
Sono d’accordo. Il disimpegno dell’America in politica estera portato avanti da Obama continuerà, sia che vinca Trump, sia che vinca la Clinton. Tocca a noi rimboccarci le maniche. Per risolvere sfide epocali, però. Non per farci dare un po’ di flessibilità da Bruxelles per poter gli ottanta euro prima delle elezioni.

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