Altro che "docenti deportati": i guai della scuola sono gli studenti dimenticati e il terrore del digitale

Non si placano le polemiche sui trasferimenti forzati da Sud a Nord dei docenti, in vista del prossimo anno scolastico. Una discussione che dice molto di cosa non va nella nostra scuola: dall’idiosincrasia per il digitale alla totale assenza degli alunni dal dibattito

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Chris Ware/Keystone Features/Getty Images

8 Agosto Ago 2016 1125 08 agosto 2016 8 Agosto 2016 - 11:25

Il caso delle “deportazioni” degli insegnanti da sud a nord non dovrebbe nemmeno guadagnare le pagine di giornale, in un Paese normale. La popolazione scolastica è in aumento al Nord, mentre gli aspiranti insegnanti sono prevalentemente meridionali. È così oggi, lo sarà sempre di più domani. Ergo, chi vuole intraprendere la professione dell’insegnamento deve mettere in conto un trasferimento in Brianza o lungo la Via Emilia. Una “migrazione inevitabile”, come l’ha chiamata Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli su “La Repubblica”, come inevitabili e fisiologici - ancorché gravi - sono i disagi che produce. A meno di non dover deportare gli studenti, ovviamente.

Eppure siamo qui a parlarne, con toni da Oliver Twist: «Commessi viaggiatori, operai o freelance che rispondono just-in-time alle esigenze della produzione nella fabbrica scolastica», per il Manifesto. «Stai letteralmente deportando da una parte all’altra dell’Italia decine di migliaia di persone. Per la grande maggioranza madri di famigli, tra i 40 e i 55 anni, con 20 anni di anzianità, con figli piccoli», per il professor Antonio Capodieci, autore della lettera aperta - piena di strafalcioni grammaticali e sintattici - a Matteo Renzi, già diventata virale sui social network.

«Canaglia», «malefico», «cialtrone»: così viene definito l’algoritmo del Miur che ha deciso i trasferimenti dei docenti. Come se fosse stato davvero auspicabile infilare decine di persone in una stanza per far compiere a loro la medesima operazione. Benvenuti nel 2016.

Al netto dei toni, tuttavia, questo dibattito dice molto sullo stato in cui versa la nostra scuola.

Ad esempio, dell’idiosincrasia di buona parte del corpo docente - perlomeno, quello che emerge nel discorso pubblico - nei confronti dei saperi digitali. «Canaglia», «malefico», «cialtrone»: così viene definito l’algoritmo del Miur che ha deciso i trasferimenti dei docenti: «Ancora una volta tante intelligenze sono costrette a emigrare da Sud, affidando il proprio futuro a un algoritmo», ha dichiarato Eleonora Forenza, deputata europea de L’Altra Europa con Tsipras. Come se avesse senso - o cambiasse qualcosa - infilare decine di persone in una stanza per far compiere loro la medesima operazione. Benvenuti nel 2016.

E ancora, della creatività nell’immaginare soluzioni alternative: «Da Roma in giù non esiste il tempo pieno - spiega un’insegnante meridionale già da un anno trasferita a Genova - Se venisse istituito anche nelle scuole del meridione non solo non ci sarebbero deportazioni ma ci sarebbe più scuola e più opportunità per i nostri giovani». Con tanti saluti alle scuole del Nord che rimangono sotto organico, immaginiamo.

Non solo: c’è anche una questione di memoria selettiva. Ad esempio, docenti e sindacati tendono a dimenticare che il numero enorme di trasferimenti di insegnanti per l’anno scolastico 2016-17 - circa 200mila trasferimenti - sia dovuto anche alle decine di migliaia di docenti che hanno usufruito del piano di mobilità straordinaria, per evitare le chiamate dirette dei presidi, il prossimo anno. Se caos organizzativo è stato, quindi, non è solo colpa del Ministero.

La cosa più inquietante, tuttavia, è un’altra: che in ognuno degli articoli, delle lettere aperte, delle invettive contro la “deportazione” siano assenti gli studenti. Mai nemmeno nominati da chi, in teoria, sarebbe preposto alla loro formazione. Fa specie che la categoria che dovrebbe stare al centro del dibattito scolastico sia totalmente ignorata. Forse, per raccontare cosa non va nella scuola italiana, dovremmo partire da qui.

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