Annalisa Chirico: «La giustizia italiana può dare lezioni solo a Erdogan»

Parla la presidente della neonata associazione “Fino a prova contraria”: «Uno dei problemi della mancata crescita economica italiana è l’inefficienza della macchina giudiziaria. Noi vogliamo le manette per i colpevoli, non per i presunti innocenti».

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La scultura “Handcuffs” (manette) dell’artista cinese Ai Weiwei, parte dell’esibizione “Evidence” al museo di Martin-Gropius Bau di Berlino (JOHANNES EISELE/AFP/Getty Images)

9 Agosto Ago 2016 1045 09 agosto 2016 9 Agosto 2016 - 10:45

Bastano tre numeri tra i tanti per descrivere lo stato d’emergenza permanente in cui versa la giustizia italiana. Il primo: gli 8-10 anni in cui mediamente si risolve una controversia civile. Il secondo: i 9074 carcerati - il 16% sul totale - in attesa di una sentenza definitiva, 8301 dei quali attendono addirittura una sentenza di primo grado. Il terzo: le 50mila sentenze passate in giudicato nel Tribunale di Napoli - 12mila delle quali riguardano persone che devono essere arrestate - cui non è ancora stata data esecuzione. Risultato? Nella classifica del Global Competitiveness Index del World Economic Forum Italia si colloca al 139esimo posto su 140 paesi per l’”efficienza della cornice giuridica nella risoluzione delle controversie”. Dietro a Zimbabwe e Burundi, per dire.

Un problema sociale? Sì, ma anche economico: «Oggi siamo l’ottavo paese europeo per attrazione di investimenti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo l’ambasciatore americano John R. Philips, con una giustizia riformata saremmo il secondo. Viene da pensare che gli imprenditori italiani siano eroi, nel fardello fiscale, burocratico, giudiziario italiano». A parlare è la giornalista e saggista Annalisa Chirico, presidente e fondatrice del movimento d’opinione “Fino a prova contraria - Until proven guilty” per una giustizia equa ed efficiente.

Insieme a lei, nel consiglio direttivo dell’associazione, siedono il magistrato Piero Tony, ex procuratore capo di Prato, che con il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa ha scritto il libro-confessione sulla giustizia italiana “Io non posso tacere”, il presidente di Askanews Giuseppe Cornetto Bourlot, l’amministratore delegato di Marsilio Editori Luca De Michelis, il consulente strategico del governo americano Edward Luttwak e lo spin doctor di DotMedia Patrizio Donnini. Una compagine eterogenea, accomunata dalla medesima convinzione: che l’inefficienza del sistema giudiziario italiano è il principale freno allo sviluppo economico del Paese.

«Faccio un esempio: secondo l’ultimo working paper pubblicato dalla Banca Centrale Europea, se i nostri tribunali funzionassero come in Finlandia, l’accesso al credito sarebbe del 40% più semplice - spiega Annalisa Chirico - Questo perché un sistema giudiziario inefficiente protegge i debitori passati e attuali, a danno dei creditori». Non solo: «Il nostro è un sistema che lascia le vittime senza giustizia, che mette in galera gli innocenti, che fa fallire le imprese per non essere riuscite a riscuotere un credito. Ed è un sistema in cui ognuno di noi è un presunto colpevole, proprio perché non si arriva a sentenza». Il sillogismo è servito: «La lentezza genera impunità. L’impunità genera i forcaioli. In una situazione del genere possiamo dare lezioni di giustizia giusto alla Turchia di Erdogan».

«Il nostro è un sistema che lascia le vittime senza giustizia, che mette in galera gli innocenti, che fa fallire le imprese per non essere riuscite a riscuotere un credito. Ed è un sistema in cui ognuno di noi è un presunto colpevole, proprio perché non si arriva a sentenza». Il sillogismo è servito: «La lentezza genera impunità. L’impunità genera i forcaioli»

È un problema di risorse? Non necessariamente, anzi: «Ce l’ha spiegato l’ex presidente del Tribunale di Torino Mario Barbuto, uno che ha ridotto gli arretrati del 26% in cinque anni - continua la Chirico -: numeri alla mano, abbiamo tribunali a pieno organico come Torino e Marsala che vanno veloci e altri come Salerno e Foggia che vanno lentissimi: alcuni producono e altri hanno arretrati che fanno ribrezzo. Quando lui ha sollevato un dibattito tra colleghi su questi temi, alcuni l’hanno accusato di deriva aziendalista. Il problema è che un buon magistrato non è necessariamente un buon dirigente. E che, come se non bastasse, le nomine avvengono quasi tutte per logiche correntizie. Sperare in un tribunale che funzioni, in queste condizioni è un terno al lotto».

Che fare, allora? Per alcuni basterebbe allungare i tempi della prescrizione, per evitare che i collegi difensivi puntino a far decorrere i termini per farla scampare ai loro assistiti: «È populismo giudiziario, noi siamo assolutamente contrari - ribatte la Chirico -. Non vogliamo nemmeno immaginare che la soluzione nel paese coi processi più lenti d’Europa sia allungare ancora i processi. Non fa gli interessi di nessuno, nemmeno delle vittime. La giustizia rinviata è giustizia negata».

La soluzione, o perlomeno la via cui tendere è un’altra: «Pur con tutte le differenze di sorta e senza fanatismi il nostro modello sono gli Stati Uniti», spiega Annalisa Chirico. Due i motivi, principalmente: «in America sono depenalizzati tanti comportamenti negligenti nella gestione d’impresa che in Italia sono reato penale. Non parlo di falso in bilancio, ma di reati legati alla fiscalità». Il secondo? «In California, i tribunali rischiano di essere tagliati se non smaltiscono arretrati. In Italia serve un meccanismo che premia chi fa bene e penalizza chi fa male. Noi vogliamo le manette: ma per i colpevoli, scoperti velocemente. Mentre oggi l’inefficenza premia chi delinque e punisce innocenti e presunti innocenti».

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