La rivincita delle grandi città su Matteo Renzi e i “ragazzi di campagna”

Le prime avvisaglie sono state le vittorie di Raggi, Appendino e De Magistris a Roma, Torino e Napoli. Da Milano e dalla Capitale le prossime minacce: la sentenza della Consulta sull’Italicum e il possibile fallimento della fusione Bpm-Banco Popolare. Appuntamento a ottobre

Renzi

Una scena del film “Il ragazzo di campagna” (1984) con Renato Pozzetto e Massimo Boldi

9 Agosto Ago 2016 0820 09 agosto 2016 9 Agosto 2016 - 08:20
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«Io sono sempre lo stesso. Un ragazzo di provincia che a meno di quarant’anni è stato chiamato - con altri - a cambiare il sistema politico considerato più gerontocratico nell’intero Occidente». Era il 30 agosto del 2015 - più o meno un anno fa - quando Matteo Renzi, in una lunga intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera si definiva così. Un ragazzo di provincia.

Gli altri, per la cronaca, erano Maria Elena Boschi da Laterina, Luca Lotti da Empoli, Lorenzo Guerini da Lodi, Graziano Delrio da Reggio Emilia. Tutti ragazzi (o quasi) di provincia. Di quelli che a Roma non ci capitavano troppo spesso. E quasi mai dalla porta principale.

Stavolta è successo, e per un po’ è stata festa grande. «Penetration is not introduction», si diceva però nei vecchi club inglesi. E prima o poi, ai provinciali, la città fa pagare il conto. Ora: di città sopra il milione di abitanti, in Italia, ce ne sono quattro. Le prime tre - Napoli, Roma e Torino - sono state le prime a far vacillare le incrollabili certezze dei ragazzi di campagna che mangiavano pizze in cartone tra gli arazzi di Palazzo Chigi.

Non c’è alternativa a Renzi? Ecco Luigi De Magistris, Virginia Raggi, Chiara Appendino a far andare di traverso le amministrative a Matteo e gli altri, insieme alla quattro stagioni. Non a Milano, certo. Ma è la città del caro Giuliano (Pisapia) e del caro Beppe (Sala) e del modello Expo. Roba che si doveva stravincere, passeggiando. E invece si è finito per non perdere. Finendo per legittimare l’ascesa alla leadership del centro destra di Stefano Parisi, manager con un piede a Milano e uno a Roma. Ragazzo di città, senza alcun dubbio.

Ed è ancora da Roma e da Milano che possono arrivare le prossime polpette avvelenate per Matteo Renzi. I giorni da segnare sul calendario sono il 4 e il 15 ottobre prossimi. Le carte, ora, le stanno dando i ragazzi di città

Ed è ancora da Roma e da Milano che possono arrivare le prossime polpette avvelenate per Matteo Renzi. I giorni da segnare sul calendario sono il 4 e il 15 ottobre prossimi. Il primo è il giorno in cui la Consulta deciderà sulla costituzionalità o meno dell’Italicum. Una eventuale bocciatura - che alcuni osservatori collocano sull’asse Mattarella-Grasso - sarebbe uno smacco non da poco per il Presidente del Consiglio, perché suonerebbe come un gigantesco “te l’avevo detto” di chi - da Bersani a D’Alema, da Napolitano a De Benedetti - spinge per una modifica della legge su cui Renzi ha posto la fiducia.

Poco male, dirà qualcuno, tanto con l’Italicum Renzi avrebbe probabilmente rischiato di cedere l’ufficio di Palazzo Chigi a Luigi Di Maio da Avellino, un altro ragazzo di provincia. E infatti è soprattutto un’altra votazione quella a cui Matteo nostro dovrà guardarsi. Il 15 ottobre, infatti, ci sarà l’assemblea della Banca Popolare di Milano che dovrebbe ratificare la fusione col Banco Popolare. Il condizionale è d’obbligo, in realtà, nonostante l’ottimismo di chi sta al timone.

L’operazione, benedetta da Renzi e Padoan per mettere in sicurezza il Banco Popolare, viene vista con diffidenza dai soci della Milano, che è ancora una società cooperativa in cui vige il voto capitario, con buona pace del premier e della riforma delle popolari. Sono contrari i soci dipendenti - al di là dei diktat dei sindacati nazionali, che hanno attivamente partecipato alla costruzione dell'operazione (e del nuovo borad), e delle ovvie pressioni dei vertici aziendali - per via dei numerosi esuberi e della scomparsa, dentro la nuova banca post fusione, di un welfare aziendale d’eccellenza. Sono contrari i soci pensionati, arrabbiati per un concambio sfavorevole delle azioni, per la perdita del nome storico della banca, per il centro decisionale che si sposta da Milano a Verona.

Non succede, dicono i timonieri delle due banche, ma se succede è un bel guaio per Renzi. Perché al gran ballo delle banche in crisi tornerebbe in pista il Banco Popolare. E lo farebbe proprio nei giorni dell’aumento di capitale di Montepaschi. Nel pieno della discussione della Legge di Stabilità. La partita è aperta. Ma le carte, ora, le stanno dando i ragazzi di città.

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