Poligamia in Italia? Perché no

Dopo l’introduzione delle unioni civili per cittadini dello stesso sesso, argomenta Hamza Roberto Piccardo, fondatore dell’Ucoii, sarebbe ora di introdurre la poligamia. Non concederla significa privare i cittadini musulmani dei loro diritti, sostiene. La politica (per ora) dice no

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9 Agosto Ago 2016 1300 09 agosto 2016 9 Agosto 2016 - 13:00

Per ora, si è fermi a livello di polemiche agostane. In un post sulla sua pagina Facebook, il fondatore dell’Ucoii (Unione comunità islamiche d’Italia) Hamza Roberto Piccardo lancia l’idea, o la provocazione: rendere legale, visto che sono state approvate le unioni civili per persone dello stesso sesso, anche il matrimonio poligamo. «Se è solo una questione di diritti civili, ebbene, la poligamia è un diritto civile», dichiara.

Come era prevedibile, le reazioni da parte della politica sono forti. Matteo Salvini, leader della Lega, è di poche parole: «Ma torna a casa tua!», scrive su Twitter (anche se Piccardo è italiano ed è nato in Italia). Il sindaco di Milano Beppe Sala prende le distanze da Piccardo, «Condivido molto poco del suo pensiero», dice, e lo stesso fa Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali al Comune di Milano: «È folle: proporre la poligamia significa proporre un terribile passo indietro sul piano dei diritti delle donne e sull’idea stessa di relazione tra i generi». Rassicura tutti: la cosa «non è minimamente all’ordine del giorno».

Piccardo, però, è contento lo stesso: «Sarà il sabato di agosto, o sarà che abbiamo toccato un nervo scoperto della Weltanschauung nazionale o sarà che, infine, abbiamo osato quello che non si aspettavano da noi: che li guardassimo in faccia». Il tutto perché «una semplice considerazione di filosofia del diritto – nota – ha scatenato un putiferio tanto grottesco da essere perfino divertente». La provocazione, forse, è servita allo scopo: ha aperto un dibattito e, soprattutto, innestato il dubbio. Lui, in ogni caso, non molla: «Se ne parlerà ancora...»

Certo, se ne parlerà ancora. Anche perché se ne è già parlato. L’ipotesi formulata da Piccardo non è nuova e, anzi, circola da tempo: spesso viene utilizzata come provocazione in ambienti conservatori per criticare le unioni civili ("dove andremo a finire di questo passo?", si chiedeva la Lega, e, subito dopo Marion Maréchal Le Pen: "alla poligamia", si rispondevano), in altri casi (e in altri ambienti), invece, viene discussa con serietà, fino a ipotizzare che si tratti di un caso di diritti umani negati. Se nel matrimonio è caduto il tabù del genere, si chiedeva ad esempio Politico in un articolo del 2015 scritto da Frederik Deboer, perché non può cadere anche il tabù del numero? Le unioni poligame, continua l’articolo, devono essere promosse dallo Stato in nome del rispetto dei diritti.

Sembra lineare, ma non è così semplice. Al momento, le unioni poligame (nella maggior parte dei casi si tratta di poliginia, cioè unioni composte da un uomo e più donne) sono consentite in 57 Paesi. Per la maggior parte si tratta di Stati africani e mediorientali di cultura islamica (non in Turchia). Sono proibite per legge sia nell’America del Nord che nell’America del Sud, in tutta Europa, in Russia, in Cina, in Australia e in Giappone. Esistono, però, diverse sfumature a seconda delle latitudini: nelle Filippine, ad esempio, la poligamia è consentita, ma solo per gli islamici (gli altri rischiano la galera). In Iran, in Pakistan, e nelle Maldive è permessa, ma solo con il consenso della prima moglie. In Malesia e a Singapore è permessa solo ai musulmani e solo a quelli che dimostrano di avere i mezzi finanziari sufficienti per mantenere un nucleo familiare allargato.

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Per converso, nei Paesi in cui è illegale, sono comunque previste sacche di tolleranza, specie là dove convivono forme di diritto diverse. In Ghana è proibita dallo Stato ma ammessa dalla legge tradizionale. Lo stesso avviene in Namibia e, per certe aree, in Nigeria. In Europa esistono altre eccezioni: in Finlandia, ad esempio, le unioni poligame possono essere riconosciute in circostanze speciali, cioè se sono state celebrate in altri Paesi e se risultano necessarie per il benessere dei figli. Lo stesso avviene in Norvegia: il requisito è che siano celebrate all’estero, ma qui, in più, le famiglie poligame che entrano nel Paese vengono comunque iscritte nel registro (con un limite di quattro partner a testa).

Come si vede, il mondo è diviso a metà. Se nei Paesi islamici il matrimonio poligamico è consentito, nel resto del mondo è considerato illegale. Chi ha ragione? Secondo l’Onu, e in particolare secondo la Commissione per i Diritti Umani (Commento Generale) la poligamia, nella sua manifestazione più diffusa, cioè quella poliginica, «viola la dignità delle donne. È una discriminazione inammissibile. Deve essere abolita in ogni Paese ove sia ancora in vigore». Tutti d’accordo sulla questione, ma Politico puntualizzerebbe (a ragione) che la poligamia, in quanto tale, non discrimina nessuno. Può avvenire sotto forma di poliginia e di poliandria, e solo per ragioni culturali prevale la prima. In altri contesti inediti – come ad esempio gli Stati Uniti – può assumere forme del tutto diverse da quelle conosciute finora e rispettose dei diritti di tutti. L’importante, sottolinea, è che «ci sia il consenso pieno ed esplicito di tutti coloro intendano aderire a questo istituto». In linea teorica è vero, ma nella pratica non è detto.

Come spiega questo articolo di The Atlantic (che risponde a Politico), è difficile presentare la lotta per il riconoscimento della poligamia come una battaglia per l’estensione dei diritti umani. In primo luogo, spiegano, «ci sono questioni di ordine sociale»: uno studio del 2012 dimostra come nelle culture «poliginiche il tasso di omicidi, di stupri, rapimenti, furti e rapine sia più alto», perché «la monogamia ha un vantaggio evolutivo rispetto alla poligamia: una distribuzione più egualitaria delle donne, cosa che riduce la competizione maschile e, di conseguenza, i problemi sociali». È anche una questione di uguaglianza: nelle società poligamiche – sempre seguendo il modello poliginico – il maschio più ricco possiederà più mogli, mentre quello più povero resterà solo. In questo senso, uno svantaggio economico si tradurrà, in modo amplificato, in uno svantaggio sociale (con conseguenze pericolose, appunto, per l’ordine sociale).

Lo stesso concetto vale anche al rovescio (anche se, al momento, non se ne hanno testimonianze concrete), cioè in casi di poliandria. Una donna con molti uomini riflette, allo stesso modo, lo stesso genere di disuguaglianza: ci sarà sempre una donna, meno ricca e con minori possibilità, che rimarrà sola. Promuovere la poligamia, sia maschile che femminile, in ultima analisi significa incoraggiare la disuguaglianza o, al limite, non fare nulla per combatterla.

Infine, nonostante da più parti la poligamia venga proposta come diritto pensando alle unioni poliamorose o, forse con più onestà, alle famiglie di migranti in fuga dalla guerra, non si può ignorare che, una volta resa legale, si possa prestare a sancire come lecite situazioni di squilibrio e di ingiustizia. E anche se – è vero – nella tradizione occidentale il matrimonio ha riconosciuto a lungo la preminenza dell’uomo sulla donna nella coppia, questo ora non avviene più (almeno nella legge): entrambi i coniugi mantengono una posizione di reciprocità e di uguaglianza. Come invece sostiene The Atlantic, nelle unioni poligame, anche se sulla carta tutti i contraenti avessero riconosciuti uguali diritti, rimarrebbe il rischio, non da poco, di creare al proprio interno situazioni di maggioranza e di minoranza, cioè di forza e di debolezza, di parità e di disparità, dovute proprio alla natura numerica (più di due persone) dell’istituto. Di conseguenza, per qualcuno, la partecipazione sarà meno piena e più ineguale. È giusto che un istituto si presti a questi piegamenti? Certo che no, ma forse siamo alla lana caprina.

La questione, in ogni caso, rimane complessa e, senza dubbio, non si esaurisce con le sparate agostane di Piccardo e con le risposte, anche piuttosto decise, della politica. Se ne riparlerà, appunto, come dice il fondatore dell’Ucoii. Come finirà la discussione, però, non è ancora dato sapere.

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