I cinesi nel calcio italiano? Niente più che polli da spennare

Berlusconi ha firmato il preliminare di vendita ad investitori non ancora del tutto identificati e senza un piano industriale, facendosi strapagare. Suning ha comprato il 70% dell'Inter, ma si fa dettare la linea dall'azionista di minoranza e da procuratori come Joorabchian

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10 Agosto Ago 2016 1010 10 agosto 2016 10 Agosto 2016 - 10:10
Messe Frankfurt

Ma i cinesi che stanno combinando con il nostro calcio? La domanda direbbe qualcuno nasce spontanea. Soprattutto dopo il recente addio di Roberto Mancini alla panchina dell’Inter, che ha evidenziato un certo caos nella gestione di un club che il magnate indonesiano ha ceduto per il 70% al gruppo cinese Suning. Ma i dubbi sull’operato asiatico in Italia aumentano, se parliamo del recente preliminare di vendita stipulato tra il Milan di Silvio Berlusconi e una società veicolo che chissà quali soli contiene.

Milan: dal governo Berlusconi a quello cinese

«Per i cinesi non è un buon affare, l'acquisto del Milan - spiega Saro Capozzoli, fondatore di Jesa Capital Ltd, da quasi trent'anni in Cina -. È una mossa politica, voluta dal governo, senza alcun piano industriale alle spalle, né competenze per muoversi in un mondo complesso e veloce come quello del calcio. Cosa ne possono sapere i cinesi di curve inferocite, di procuratori famelici, di piazze che vedono i milioni e vogliono investimenti, abituati a presidenti-mecenati?».

Che sia una mossa politica, ci sono pochi dubbi. Al momento, non si sa moltissimo della Sino-Europe Sports Investment, la società-veicolo creata ad hoc dagli investitori cinesi per acquistare la maggioranza del Milan da Fininvest. Quel che sappiamo è che dentro questa scatola finanziaria sono stati messi fondi statali cinesi: secondo quanto emerge, almeno il 40% delle quote di Sino-Europe apparterranno alla Haixia Capital, fondo d’investimento governativo per lo sviluppo e gli investimenti creato nel 2010 e con a disposizione capitali da investire fino a circa 4 miliardi di euro. La trattativa tra il Milan e la Cina è stata poi condotta da Yonghong Li, manager pressoché inesistente sui radar della finanza mondiale: di lui si sa che ha investito negli anni in diversi settori come quello immobiliare, aspetto che lo accomuna ad altri grandi investitori cinesi come il gruppo Evergrande (proprietario del Guangzhou già allenato da Marcello Lippi) e Dalian Wanda, quello che ha acquisito Infront. Anche Li sarebbe molto vicino al presidente cinese Xi Jinping, ma a differenza degli altri investitori non ha ancora alcuna esperienza nel mercato sportivo. Per dire: Haixia in Europa ha investito in infrastrutture per l’allevamento dei polli.

«Per i cinesi non è un buon affare, l'acquisto del Milan. È una mossa politica, voluta dal governo, senza alcun piano industriale alle spalle, né competenze per muoversi in un mondo complesso e veloce come quello del calcio. Cosa ne possono sapere i cinesi di curve inferocite, di procuratori famelici, di piazze che vedono i milioni e vogliono investimenti, abituati a presidenti-mecenati?».

Saro Capozzoli, fondatore di Jesa Capital Ltd

Di certo c’è che Berlusconi ha fatto le cose per bene. Dovendo rimediare non solo ai debiti del club, ma anche alla mazzata dei 700 milioni di euro per acquisire con Premium i diritti della Champions, il buon vecchio Silvio è riuscito a piazzare ai cinesi il club per 740 milioni: 500 di equity più 240 per l’assorbimento dei debiti. «Se vogliamo dirla tutta Berlusconi è stato molto fortunato. O molto bravo a vendere, dipende dai punti di vista - continua Capozzoli -. Generalmente le aziende pubbliche cinesi investono in tecnologia, non certo in società di calcio. Quando si diceva che la China Railway Construction volesse comprare l'Inter c'era stata una mezza sollevazione popolare. Stavolta hanno mascherato bene l'operazione, facendola passare come una cordata di imprenditori, ma tutto è filato stranamente liscio».

C'è un altro problema: l’incapacità delle grandi organizzazioni statali cinesi di decidere in tempi brevi: «Discutere e decidere per valori che possono essere di decine di milioni di euro, implica capacità decisionale immediata e non posso immaginare come possano decidere quando non c'è mai una sola voce responsabile in questo tipo di aziende, abituati come sono a decidere in maniera collegiale - spiega Capozzoli -. Dovranno imparare a delegare e a fidarsi, altrimenti il rischio è di paralizzare le squadre, magari in un periodo cruciale come quello del calcio mercato».

«Non solo - continua Capozzoli -: la cosa buffa è che Berlusconi non li ama per nulla, i cinesi. In dieci anni abbondanti da Presidente del Consiglio è stato solo due volte nel Paese di Mezzo. A Expo 2010, invece che presenziare come Putin e Obama, ha marcato visita. Vedrete che ai primi risultati negativi cominceranno le punzecchiature sulla gestione della società». Al Milan dovrebbe approdare Marco Fassone, che ben conosce il calcio italiano avendo lavorato con Juve e Napoli e che ben conosce anche la piazza milanese, avendo avuto come ultimo incarico il ruolo di direttore generale dell’Inter. In bianconero Fassone ha avuto un ruolo attivo per il progetto dello Juventus Stadium e questo può significare qualcosa nei piani futuri del club, ma non solo. Avere lui nel board significherà con ogni probabilità l’allontanamento di Adriano Galliani: i cinesi sanno che costerà loro un bel po’ di soldi, la buonuscita di Mr.Cravatta Gialla?


Suning già attorniata dgli squali che sentono odore di soldi

«L'operazione Inter-Suning ha un senso industriale, invece - rimarca Capozzoli -. Intanto perché il costo dell'investimento è molto più basso. E poi Suning è una realtà industriale, produce beni di consumo, ha bisogno di farsi pubblicità. Bisogna tenere conto che in Cina il costo della pubblicità è molto elevato. Spendere 270 milioni in una squadra di calcio, quando L’Oreal ne spende 800 milioni per farsi pubblicità nella Repubblica Popolare dà l'idea delle dimensioni e dell'investimento.

A differenza del Milan, la questione Inter al momento non è legata ad alcun fondo statale: Suning è una delle poche grandi aziende cinesi senza una forte presenza di Pechino al proprio interno. Il costo dell’operazione è stato nettamente minore rispetto a quella d’acquisizione del club rossonero e l’intento è quindi chiaro: usare il club come cassa di risonanza, in un settore come quello della vendita di prodotti di elettronica nei centri commerciali. E fin qui tutto bene, tutto chiaro. I problemi cominciano con la gestione della società appena acquisita. Suona molto strano che una holding già presente nel calcio (con lo Jiangsu in Cina) deleghi la liquidazione di Mancini a Thohir – ovvero all’azionista di minoranza, lo stesso che ne aveva voluto l’assunzione quando era proprietario – per di fatto mettere in mano gli affari della società a una vecchia volpe del calcio business come Kia Joorabchian.

Anzi, più che una volpe diremmo uno squalo. E forse non è così strano che Suning decida di affidarsi a certo personaggi. Il nome di Kia abbiamo cominciato a conoscerlo circa 10 anni fa, quando nel 2004 comprò il club di calcio brasiliano del Corinthians e i cartellini di due giocatori argentini che ne indosseranno la maglia, Carlos Tevez e Javier Mascherano. L’operazione venne condotta tramite il fondo d’investimento Media Sports Investments (Msi). Kia era abituato a lavorare con i fondi: con l’American Capital si era buttato nel mercato dei media acquistando l’85% del Kommersant, quotidiano indipendente russo, ceduto dopo solo un mese a Boris Berezovsky, oppositore di Putin poi esule a Londra e trovato morto nel 2013 pare per suicidio.

I tre vincono il campionato brasiliano e vanno in Inghilterra, al West Ham. Un mercato che Kia conosce bene: cresciuto a Londra, qui muove i primi passi come broker. E si addensano le prime nubi: nei registri delle Companies House risulta registrato con due diverse date di nascita. Allo sbarco suo e dei due giocatori nella capitale succederà un patatrac, perché il faccendiere iraniano stava trattando l’acquisto degli “Hammers”, che poi non si concretizzò anche se i due giocatori finiscono a giocare a Londra, tra multe, inchieste della Federcalcio inglese (i trasferimenti dei due atleti violavano le norme inglesi) e mandati di cattura internazionale per Joorabchian, accusato di riciclaggio assieme a Berezovsky: di fatto ha usato conti offshore per nascondere la vera origine dei soldi usati per fare operazione con il suo fondo Msi. Una condizione che non gli impedisce di restare padrone del cartellino del giocatore, poi venduto al Manchester United. E Kia paga 3 milioni di euro al West Ham per non proseguire nella diatriba davanti al Tribunale d’Arbitrato per lo Sport.

Suona molto strano che una holding già presente nel calcio (con lo Jiangsu in Cina) deleghi la liquidazione di Mancini a Thohir – ovvero all’azionista di minoranza, lo stesso che ne aveva voluto l’assunzione quando era proprietario – per di fatto mettere in mano gli affari della società a una vecchia volpe del calcio business come Kia Joorabchian.

E dall’Inghilterra parte il legame con i cinesi. Nel 2008 sarà lui a portare al Chelsea il brasiliano Ramires, che oggi gioca nel Jiangsu, squadra cinese del Suning. Un affare che ha di fatto aperto la collaborazione tra il club e Kia, in un terreno fertilissimo per chi come lui va a caccia di affari nel pallone. Non è un caso che nel nuovo mercato cinese sia sbarcato anche il potentissimo Jorge Mendes, procuratore tra gli altri di CR7 e Mourinho, che lo scorso gennaio ha ceduto una quota della propria società, la Gestifute, al fondo cinese Fosun di Guo Guangchang, per gli amici “Il Warren Buffett della Cina”. Un accordo grazie al quale Mendes ha già potuto piazzare i primi colpi: vedi alla voce Jackson Martinez, venduto per oltre 40 milioni di euro al Guangzhou Eevergrande.

Joorabchian, una volta concluso il deal di Suning, si dice abbia avuto una notevole influenza sul nuovo board per fare in modo che Mancini togliesse il disturbo. I due non si possono vedere dai tempi del Manchester City e dei contrasti tra il tecnico e Tevez. Kia avrebbe spinto per la sua esclusione, riuscendo prima di tutto a fare sì che la nuova dirigenza gli togliesse i poteri sul mercato: lì comanda lui, non Mancini. E facendo leva su Thohir, che già voleva Frank De Boer nel 2013, lo ha fatto assumere sponsorizzandolo. Mettere una squadra in mano a procuratori e fondi non è visto come un bene, soprattutto dalla Fifa che ha vietato le ingerenze soprattutto dei fondi nel pallone: gli affari sporchi, la concorrenza sleale e i trasferimenti per favorire un club o un altro sono dietro l’angolo. Suning dunque non sembra essere partito con il piede giusto, sebbene dobbiamo ricordare che il primo intento è quello di farsi pubblicità.

«Non si può mai dire, però. Basti vedere cosa sta accadendo a Madrid, dove pare che Wanda Group si sia già pentito dall'aver investito nell'Atletico di Madrid», ricorda Capozzoli. Wanda, ovvero la holding guidata dal magnare cinese Wang Jianlin che nel gennaio 2015 ha preso il 20% dei Colchoneros per 45 milioni di euro. Una semplice fiche, un gettone per uno che ha ben altre disponibilità economiche, ma che di fatto servì per sondare il terreno a Madrid, con l’intenzione di trarre beneficio da alcune speculazioni immobiliari non riuscite in toto. I ricavi del club inoltre non sono stratosferici come quelli di Real e Barça: benché siano aumentati, nel 2015 sono stato di 175 milioni di euro, contro fatturati monstre come quelli delle due big, che sforano i 500 milioni. Se i cinesi non dovessero riuscire a fare affari a Milano in tempi brevi, come finirà?

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