Volkswagen e l’Antitrust: basta carezze alle multinazionali!

La multa italiana di 5 milioni di euro per il dieselgate fa sorridere, di fronte ai 14 miliardi comminati negli Usa. Quella di un Agcom con la “mano leggerissima” è una scelta ben precisa fatta 25 anni fa. Che oggi, di fronte ad aziende con fatturati monstre, andrebbe rivista

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10 Agosto Ago 2016 1009 10 agosto 2016 10 Agosto 2016 - 10:09
Messe Frankfurt

La beffa è che Volkswagen ricorrerà pure al Tar, contro la multa da 5 milioni di euro comminatale dall’Antitrust italiano per aver commercializzato sul mercato, a partire dall’anno 2009, autoveicoli diesel “la cui omologazione è stata ottenuta attraverso l’utilizzo di un software in grado di alterare artificiosamente il comportamento del veicolo durante i test di banco per il controllo delle emissioni inquinanti”.

Tanto per essere chiari, a partire dalla stessa motivazione la casa di Wolfsburg si è accordata col Dipartimento di Giustizia americano per pagare 14,7 miliardi di sanzione. Se non siete bravi con la matematica, facciamo noi: si tratta di tremila volte tanto, più o meno. Mille volte tanto - 4 miliardi di euro - è invece quanto rischia di pagare Volkswagen se andrà in porto la maxi class action tedesca.

Come mai questa sproporzione? Per un motivo, soprattutto: che la nostra autorità garante della concorrenza e del mercato non può comminare multe superiori ai cinque milioni di euro. Una cifra ridicola, se pensiamo che il fatturato di Volkswagen del 2015 ammonta a 106 miliardi di euro.

A partire dalla stessa motivazione la casa di Wolfsburg si è accordata col Dipartimento di Giustizia americano per pagare 14,7 miliardi di sanzione. Se non siete bravi con la matematica, facciamo noi: si tratta di tremila volte tanto, più o meno, rispetto alla sanzione italiana. Mille volte tanto - 4 miliardi di euro - è invece quanto rischia di pagare Volkswagen se andrà in porto la maxi class action tedesca.

Se non altro, però, a Volkswagen è stato fatto pagare il “massimo edittale”. Scorrendo i comunicati dell’Agcom sul suo sito internet si scoprono infatti altre recentissime carezze alle multinazionali. Ad esempio, una multa di 1 milione e 640mila euro ad Agos Ducato per “pratiche scorrette”. Nel dettaglio, per aver fornito “informazioni ingannevoli ed omissive (…) nella quale si promette una nuova liquidità a condizioni economiche migliorative e nettamente inferiori rispetto a quelle originariamente sottoscritte dal consumatore”. Nel caso di specie, l’Antitrust ha accertato “la non veridicità delle offerte”: nel 75% dei casi i clienti avevano visto peggiorate le condizioni economiche e i tassi aumentati in media di oltre il 20%. Risultato? Un buffetto e tanti saluti.

O ancora, 410 e 455mila euro di multa a Telecom e Wind per aver ridotto il periodo di rinnovo delle offerte da 30 a 28 giorni. Pratica che - la facciamo breve - “ha comportato un aggravio economico per tutti i clienti che non intendevano accettare tale modifica”. Per la cronaca, Telecom ha un fatturato di 19,7 miliardi di euro. Wind di 4,4 miliardi.

Intendiamoci: la colpa non è dell’Agcom, ma di una legislazione antitrust non esattamente severa nei confronti di chi imbroglia il consumatore. Una scelta consapevole, compiuta nel 1991 dal governo presieduto da Giuliano Amato. Come si legge nel libro “La rivoluzione incompiuta: 25 anni di antitrust in Italia” di Alberto Pera e Marco Cecchini, ciò che importava al Dottor Sottile era “il risultato in termini di apertura alla concorrenza piuttosto che la sanzione esemplare”. Traduzione? Applicazione severa della legge, ma «mano leggerissima» - come ebbe a dire lo stesso Amato anni dopo - nelle sanzioni.

Venticinque anni fa poteva avere senso, un’interpretazione di questo tipo. Non c’era la globalizzazione, non c’erano i fatturati monstre delle multinazionali di oggi. Se per pagare una multa dell’Antitrust, Volkswagen, Telecom e le altre possono permettersi di usare le monetine che gli ballano nelle tasche c’è qualcosa che non va. Soprattutto, non c’è alcun disincentivo a frodare. Avviso al governo Renzi: forse la legge Amato avrebbe bisogno di una rinfrescata. E di un bel giro di vite.

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