Infiltrazioni

Da Tropea a Brescello, nel Paese dei Comuni sciolti per mafia

Gli ultimi, il 10 agosto, sono stati Tropea, Corleone e Arzano. Sei delle 15 amministrazioni sciolte per sospette infiltrazioni mafiose sono in Calabria. Ma sulla applicazione della legge del 1991 ci sono non pochi dubbi

Tropea

Tropea (Foto: Lidia Baratta)

11 Agosto Ago 2016 1631 11 agosto 2016 11 Agosto 2016 - 16:31

Il 10 agosto, mentre il mare cristallino ai piedi del santuario di Santa Maria dell’isola era affollato di turisti, il comune di Tropea, in provincia di Vibo Valentia, veniva sciolto per mafia. La perla del Tirreno calabrese, in piena stagione turistica, sarà commissariata e guidata da una triade nominata dal Viminale per i prossimi 18 mesi. Nello stesso giorno, il consiglio dei ministri ha prorogato di altri sei mesi lo scioglimento per presunte infiltrazioni di ‘ndrangheta del comune di Bovalino, Reggio Calabria, questa volta sulla costa ionica della regione. Da sola, la Calabria ospita sei dei 15 comuni italiani oggi commissariati per mafia. Proprio mentre l’inchiesta “Mamma Santissima” della procura di Reggio Calabria ha fatto emergere come la ‘ndrangheta avesse i suoi referenti politici, dai gradini più bassi degli enti locali fin dentro i banchi del Senato, portando all’arresto del senatore Antonio Caridi.

A Tropea l’accesso antimafia era stato disposto nell’ottobre del 2015 su proposta dell’allora prefetto di Vibo Giovanni Bruno, concludendosi il 22 aprile scorso. Gli accertamenti puntavano a fare luce sulle possibili infiltrazioni della ’ndrangheta nell’amministrazione del sindaco Giuseppe Rodolico, eletto con una lista civica di centrosinistra, caduta poi il primo agosto scorso per uno sgambetto di tre consiglieri di maggioranza sul voto per l’assestamento di bilancio. Nel gennaio 2015 Rodolico aveva revocato le deleghe all’assessore al Turismo per aver sostenuto la cerimonia del tuffo in mare di Capodanno al quale aveva preso parte anche il genero di un noto boss, intervistato in quell’occasione dalle emittenti locali. Qualche giorno dopo, una bomba aveva distrutto l’auto del primo cittadino in pieno centro.

Ora, a chiarire se si sia trattato di infiltrazione diretta o di una influenza indiretta delle cosche nei confronti di esponenti dell’amministrazione dovrà essere la relazione di accompagnamento alla proposta di scioglimento avanzata dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Nel mirino ci sono alcuni candidati nelle liste “Tropea Futura” e “Forza Tropea” alle amministrative del 2014 coinvolti nelle operazioni “Black money” e “Peter Pan” sui clan Mancuso e La Rosa.

E nello stesso atto di governo, su proposta di Alfano sono stati sciolti per la stessa ragione le amministrazioni di Arzano, Napoli, e quello di Corleone, Palermo. Lo stesso comune da cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Luciano Liggio e Michele Navarra partirono per la scalata a Cosa Nostra. Il primo cittadino Lea Savona, eletta con una lista civica di centrodestra e conosciuta come sindaca antimafia, aveva espresso la sua preoccupazione per il ritorno di alcuni esponenti dei clan in città. E dopo la morte di Provenzano aveva auspicato pubblicamente che il paese potesse lasciarsi alle spalle quel grosso fardello di storia criminale italiana che ha sempre simboleggiato. A gennaio, però, era partito l’accesso agli atti del comune per l’assegnazione di alcuni appalti. E il fratello della sindaca, vincitrice nel 2014 del premio alla memoria di Paolo Borsellino, era finito nelle carte dell’operazione «Grande Passo» in cui alcuni boss locali lo definivano «un grande amico nostro». Alla fine la procura di Palermo arrestò un dipendente comunale, custode del campo sportivo in cui si sarebbero svolti incontri tra mafiosi e imprenditori. «Avrò peccato di leggerezza», si giustificò davanti alla Commissione antimafia la sindaca Savona, costretta ora a fare le valigie.

Il 10 agosto, mentre il mare cristallino sotto la chiesa di Santa Maria dell’isola era affollato di turisti, il comune di Tropea, in provincia di Vibo Valentia, veniva sciolto per mafia

Così, dopo Tropea, Arzano e Corleone, sale a 15 il totale dei comuni italiani oggi commissariati per infiltrazioni della criminalità organizzata. Sei sono calabresi: Africo, Nardodipace, Bagnara Calabra, Bovalino, San Ferdinando e ora anche Tropea. Uno pugliese: Monte Sant’Angelo. Cinque siciliani: Giardinello, Scicli, Altavilla Milicia, Mazzarà Sant’Andrea e la new entry Corleone. Due campani: Trentola Ducenta e la neocommissariata Arzano. E uno emiliano: Brescello, in provincia di Reggio Emilia, il paese di Don Camillo e Peppone sciolto per infiltrazioni mafiose lo scorso aprile. Nell’elenco è scomparso il comune di Platì, Reggio Calabria: dopo tredici anni di commissariamento per mafia interrotti solo per brevi periodi, a giugno 2016 ha eletto finalmente un nuovo sindaco.

Nella lista dei decreti di scioglimento per infiltrazioni mafiose, la Calabria negli anni ha conservato la maglia nera, con il coinvolgimento di enti di diverse dimensioni, dai piccoli municipi di poche anime ai grandi comuni. Come Reggio Calabria, che nel 2012 è stato il primo capoluogo di provincia sciolto per ’ndrangheta.

Dal 1991 (anno di approvazione della legge che prevede il commissariamento degli enti locali per i condizionamenti della criminalità organizzata) al 30 giugno 2016, secondo i dati raccolti da Avviso Pubblico, le amministrazioni locali sciolte sono state 212, tra cui anche una provincia e cinque aziende sanitarie locali. Ben 49 amministrazioni sono state colpite da più di un decreto di scioglimento. Il record dei tre scioglimenti va a Casal di Principe, Casapesenna, Grazzanise, Melito Porto Salvo, Misilmeri, Roccaforte del Greco, San Cipriano D’Aversa, San Ferdinando e Taurianova. Altri 39 comuni sono stati sciolti invece per due volte.

Nel Mezzogiorno si concentra il 90% di comuni sciolti per mafia dal 1991: 99 decreti per la Campania, 85 per la Calabria, 66 in Sicilia, nove in Puglia. Ma non mancano nell’elenco le amministrazioni del Nord. Il primo comune settentrionale a essere sciolto fu Bardonecchia, in provincia di Torino, nel 1995. L’ultimo, nell’aprile 2016, è stato Brescello, Reggio Emilia, da sempre considerata patria della buona amministrazione: come si legge nel testo del prefetto che ha chiesto lo scioglimento, nel paese padano si era sviluppata «una situazione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui confronti il Comune, anche quando avrebbe dovuto, è rimasto ingiustificatamente inerte». Dove la cosca, qui, è quella dei cutresi del clan Grande Aracri.

49 amministrazioni sono state colpite da più di un decreto di scioglimento. Il record dei tre scioglimenti va a Casal di Principe, Casapesenna, Grazzanise, Melito Porto Salvo, Misilmeri, Roccaforte del Greco, San Cipriano D’Aversa, San Ferdinando e Taurianova

Ma a 25 anni dalla legge sullo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose (il cosiddetto decreto Taurianova, approvato dopo gli omicidi del 3 maggio del 1991, in cui un affiliato alla ‘ndrangheta venne decapitato da un rivale), non sono pochi quelli che sollevano qualche dubbio sulla sua corretta applicazione. A partire proprio dai casi dei comuni “recidivi”, Platì in primis, sciolti più di una volta, a dimostrazione del fatto che in alcuni casi non basta una amministrazione straordinaria di 18 mesi a ripulire gli uffici comunali. Non solo. Come già faceva notare il sociologo Vittorio Mete nel suo libro Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose, viene fuori che i governi tendono «a sciogliere più frequentemente (quelli di centro-destra ancor più di quelli di centro-sinistra) le amministrazioni locali di opposto colore politico». E lo stesso Raffaele Cantone, per spiegare il record di 25 comuni sciolti nel 2012, durante il governo Monti, scriveva nel rapporto di Avviso Pubblico: «Questo dato potrebbe in parte avere una spiegazione “politica”: la presenza al Viminale di unministro tecnico, di provenienza prefettizia, che ha raccolto gli input che venivano dalle prefetture, ma soprattutto che ha evitato estenuanti “mediazioni” politiche sugli scioglimenti, come purtroppo ci aveva abituato la prassi (deteriore) degli ultimi anni». Il riferimento non troppo implicito è al caso Fondi, comune in provincia di Latina sede del mercato ortofrutticolo su cui prima le cosche di ’ndrangheta e poi i clan dei caselesi in collaborazione con Cosa Nostra avevano messo le mani. Nel 2009, l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva chiesto per due volte lo scioglimento del comune guidato dal Pdl. Ma il governo Berlusconi lo salvò entrambe le volte.

Ora anche la sindaca antimafia di Corleone, costretta a fare le valigie, non ci sta allo scioglimento del suo comune. «C’è stato un accanimento politico molto potente nei miei confronti», ha detto alle agenzie. «Non si è fatto in passato uno scioglimento per mafia, non lo si è fatto neanche ai tempi di Ciancimino e si è fatto ora che c’è una persona onesta». Alle carte giudiziarie l’ardua sentenza.

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