Enrico Rossi, l’anti-Renzi: «Ripartiamo da Gramsci e Berlinguer per costruire la sinistra del futuro»

Parla il presidente della Regione Toscana, che sfiderà il premier al prossimo congresso del Pd: «Il Papa parla di povertà e capitalismo senza freni, ha più coraggio di noi. Renzi? La sinistra Pd è malata di rancore contro di lui, io al referendum voterò Sì. I diritti acquisiti? Non sono un dogma»

Rossi
13 Agosto Ago 2016 0700 13 agosto 2016 13 Agosto 2016 - 07:00

«La mia sfida a Renzi? Voglio una sinistra che torni a fare la sinistra». Mancano ancora parecchi mesi al prossimo congresso del Partito Democratico, ma Enrico Rossi è già pronto alla battaglia. Se Renzi è la terza via, il Tony Blair fiorentino, il leader giovane e veloce, il presidente della Regione Toscana, che ha ufficializzato la sua candidatura lo scorso 22 febbraio, è la sua nemesi: figlio di un camionista, laureato in filosofia, giornalista, poi sindaco, Rossi è uno che si ispira a Bernie Sanders, che cita Gramsci e Berlinguer e che non ha paura di definirsi socialista. Anzi, peggio: di titolare “Rivoluzione socialista” il suo libro-intervista manifesto, edito da Castelvecchi, che ne riassume le idee e i programmi: «Il punto è che dopo la crisi ci siamo trovati senza parola - spiega -. Avremmo dovuto criticare ciò che aveva generato povertà e ingiustizie, ma abbiamo rinunciato a farlo. Se diserti quel conflitto, non esisti. Il risultato è che oggi la sinistra è percepita come parte dell’establishment. E perde».

Presidente Rossi, sta dicendo che per vincere la sinistra deve radicalizzarsi?
Mi sembra evidente. Prendiamo Milano: per battere Stefano Parisi al ballottaggio, Beppe Sala ha dovuto affrancarsi da Renzi e allearsi con la sinistra radicale. Lo sfondamento a destra riesce solo al Parioli, ormai. Nemmeno lì, se il centro destra si sveglia.

Ok, ma cosa vuol dire, oggi, in concreto, fare la sinistra?
Significa occuparci di una sofferenza di cui oggi non riusciamo a farci carico. Non solo in termini reali, anche in termini simbolici. Basta guardare l’ultima Leopolda: era tutta sui vincenti, una narrazione senza soluzione di continuità di persone che ce l’avevano fatta. Ma l’Italia oggi è un Paese pieno di gente che non ce la fa più.

E vota Salvini e Grillo…
Viviamo tempi in cui è quasi impossibile non radicalizzarsi. In cui dopo anni di promesse tutte legate a un mercato che risolve tutto, riemergono questioni sociali e gruppi sociali ai margini. Che la distribuzione della ricchezza non sia mai stata così iniqua è un dato di fatto. Ci sarebbe uno spazio enorme per una sinistra consapevole dei meccanismi di mercato, che porta avanti una critica severa e razionale della società, che riprende la battaglia per un’equa distribuzione della ricchezza.

E invece…
E invece, attraverso le larghe intese, siamo diventati lo strumento dello status quo e delle politiche di austerità. Il socialismo europeo è in crisi per questo. Perché non ha un’idea di società, nelle sue dinamiche e dei suoi conflitti. Noi dobbiamo rappresentare una parte, non un cittadino indistinto. Questo vuol dire essere un partito. Nel vuoto che abbiamo lasciato, altri ci provano al posto nostro.

Chi?
Beh, la Chiesa ha sicuramente più coraggio di noi. Papa Francesco parla di un capitalismo senza freni. È possibile che la sinistra italiana non dialoghi con questa cultura, con questa visione del mondo? È un errore fondamentale. Soprattutto perché questo bisogno di un’idea di società è molto forte nei giovani. E se noi non siamo in grado di rispondere a questo loro bisogno, altri lo faranno al posto nostro. Il Movimento 5 Stelle ad esempio: ideologizza un cittadino padrone del suo metro quadro, ma lo fa in una cornice di partecipazione,. Soprattutto, porta avanti una critica del capitalismo. Fa quel che dovremmo fare noi. Magari peggio di come lo potremmo fare noi, ma almeno lo fa.

Lei cita spesso Gramsci e Berlinguer, nel suo libro…
In Italia c’è fin troppo pudore a citare e a ispirarsi a Gramsci. Io credo che nel momento in cui si fatica a capire la realtà, sia meglio tornare ai classici. E uno dei classici della sinistra è Berlinguer. La sua parabola politica ha i suoi errori, le sue rigidità, le sue lentezze, scelte politiche discutibili. Ma di fondo, aveva ragione. Non c’è sinistra senza un’identità, senza una Storia. Non c’è sinistra senza un blocco sociale di riferimento, ovviamente senza regredire a un classismo sciocco. Non c’è sinistra senza un partito organizzato.

Renzi invece elogia Marchionne…
Alt! Io sono presidente di una Regione. So quanto serve il capitale sano per garantire lo sviluppo. E so quanto dobbiamo ringrazionare gli imprenditori toscani per il nostro benessere. E non sono nemmeno tra quelli che dicono che Renzi è di destra. Sono sciocchezze. Renzi rappresenta un’area sociale liberale che esiste in tutti i partiti di sinistra. Quel che manca al Partito Democratico è un’area socialista. Che a mio avviso, nella situazione attuale, ha tutto per diventare maggioritaria.

«La Chiesa ha sicuramente più coraggio di noi. Papa Francesco parla di un capitalismo senza freni. È possibile che la sinistra italiana non dialoghi con questa cultura, con questa visione del mondo? È un errore fondamentale. Soprattutto perché questo bisogno di un’idea di società è molto forte nei giovani. E se noi non siamo in grado di rispondere a questo loro bisogno, altri lo faranno al posto nostro»

Che giudizio dà dell’azione di governo di Matteo Renzi?
Renzi ci sta provando. È bravo a individuare i problemi e prova a dare risposte in ogni direzione. Il suo problema è che produce un riformismo debole, non all’altezza dei tempi. Bonus e defiscalizzazioni non fanno ripartire l’economia, non ridistribuiscono davvero la ricchezza. E, a quanto pare, nemmeno generano tutto questo consenso elettorale. Però bisogna essere onesti: rispetto alle politiche di austerità di Monti e Letta, Renzi è diverso.

Non tutti la pensano così, nella minoranza del Partito Democratico
La sinistra Pd è malata di rancore contro Renzi. Certo, a volte sembra che lui faccia di tutto per farsi odiare. Penso all’ultima boutade di dare 500 milioni ai poveri se vincerà il Sì al referendum costituzionale.

A proposito, lei cosa voterà al referendum?
Io voterò Sì.

Lo sfidante di Renzi che vota Sì è una notizia…
Io sono un amministrazione locale, uno che va alla ricerca delle soluzioni ai problemi, che detesta veder buttato via un lavoro di tre anni e mezzo. Nel fronte del No, invece, prevale una mentalità distruttiva, un riflesso conservatore. Se la sinistra del Partito Democratico volesse fare una cosa intelligente dovrebbe appoggiare senza indugi la proposta di Assemblea Costituente di Stefano Parisi.

Le piace Stefano Parisi?
Trovo interessante il suo ragionamento. Al contrario, però, io penso che prima la riforma debba passare. E poi, magari, che ne si correggano alcuni passaggi in fase di implementazione. Del resto, la riforma costituzionale è un processo, non un evento.

Cosa cambierebbe, della riforma?
Andrebbe corretta la legge elettorale, togliendo i capilista bloccati e dando il premio di maggioranza alla coalizione, anziché alla lista. Sono certo che Renzi lo farà, dopo la sentenza della Consulta del prossimo 4 ottobre sulla costituzionalità dell’Italicum. Un altro punto riguarda l’elezione del capo dello Stato. C’è da domandarsi se magari non è il caso che avvenga sempre con i due terzi dei voti, vista la nuova composizione del Parlamento.

«La sinistra Pd è malata di rancore contro Renzi. Se volesse fare una cosa intelligente dovrebbe appoggiare senza indugi la proposta di Assemblea Costituente di Stefano Parisi»

Il Financial Times dice che se vincesse il No le conseguenze sarebbero pesanti, per la tenuta dell’economia dell’Italia e dell’Europa. Condivide queste preoccupazioni?
Non in questi termini. Però è certo che la situazione della nostra economia sia grave. E che vada affrontata in modo diverso da come è stata affrontata sinora.

Come?
Nel libro individuo tre punti centrali: far ripartire gli investimenti, pubblici e privati; ridurre il cuneo fiscale; combattere la povertà.

Partiamo dagli investimenti…
Partiamo da un dato: 15 miliardi di investimenti sono 300mila posti di lavoro, che a loro volta sono consumi che crescono. Se poi si investe nei posti giusti e nei settori giusti, il volano per lo sviluppo può essere ancora maggiore.

Quali sono i posti e i settori giusti?
Il posto giusto è soprattutto il Mezzogiorno.

Renzi ha appena destinato 40 miliardi al Sud…
Ha fatto bene, anche se, va detto, sono in buona parte risorse già esistenti. Bisogna aumentare le risorse a disposizione: gli stessi documenti del governo parlano di arretratezze infrastrutturali, nei servizi, nella scuola, nel sistema sanitario.

Sono questi i settori giusti?
Sì, soprattutto la sanità. L’Italia ha uno dei migliori sistemi sanitari europei. Costa poco e garantisce la salute più o meno a tutti. Il Sud però soffre tremendamente. Bisognerebbe partire da li. Sarebbe la dimostrazione che lo stato sociale può diventare un’infrastruttura di sviluppo. Investire in ospedali, tecnologie, giovani. Non è una cosa banale. Il centro-nord ci fa sviluppo, attorno agli ospedali. Me ne sono occupato: volendo si può.

Far crescere il Mezzogiorno sarebbe anche una buona strada per combattere la povertà…
Sì, ma non basta quando di fronte hai 4,5 milioni di poveri. Tutti convengono che non basta aumentare l’occupazione per ridurla. Esiste una condizione di povertà diffusa, che si protrarrà per un periodo lungo.

La soluzione si chiama reddito di cittadinanza?
La Costituzione impone di intervenire con sussidi per chi è in condizioni di povertà. L’Europa ce lo chiede dal 1992, di dotarci di un sistema universale di protezione. Però il reddito di cittadinanza è demagogia pura. Ha costi eccessivi.

Cosa, allora?
Faccio un esempio molto concreto: abbiamo 33mila pensioni d’oro che da sole valgono 3 miliardi e pensioni minime da fare. Magari, come dice il presidente dell'Inps Tito Boeri, si potrebbero ricalcolare le pensioni d’oro con il metodo contributivo.

I diritti acquisiti sono un dogma, per il sindacato…
Una sinistra nuova dovrebbe mettere in discussione qualche dogma.

Basta questo?
Io credo serva una soluzione nell’immediato che è quella proposta da Caritas e Alleanza Contro la Povertà: 7 miliardi di euro, subito, attraverso il parziale riuso di risorse che oggi si disperdono in mille rivoli. E poi credo nel reddito d’inserimento sociale, semmai, legato a politiche attive per il lavoro. Si eroga se qualcuno sta dentro un percorso lavorativo. In questo senso, faccio notare che in Germania ci sono 80mila addetti ai centri per l’impiego, in Italia ce ne sono 8mila. In Germania hanno fatto un lavoro straordinario, hanno profilato un milione di giovani. Nel Jobs Act c’è l’agenzia nazionale: bene, ma va finanziata. Altrimenti gli imprenditori continueranno a non trovare le figure professionali che cercano.

«Rilancio del Mezzogiorno? Bisognerebbe partire dalla sanità. Sarebbe la dimostrazione che lo stato sociale può diventare un’infrastruttura di sviluppo. Investire in ospedali, tecnologie, giovani. Non è una cosa banale. Il centro-nord ci fa sviluppo, attorno agli ospedali. Me ne sono occupato: volendo si può»

È riformismo debole pure il jobs act?
Sì ma non perché ha abrogato l’articolo 18. Lo dice uno che è legato allo Statuto dei Lavoratori: non si hanno notizie di persone licenziate a causa dell’eliminazione dell’articolo 18.

Qual è il problema, allora?
È che senza incentivi non produce occupazione stabile. Basta tentennamenti, quindi: ci sono ancora 43 forme di ingresso al mercato lavoro. Vanno eliminate. Sì usi solo il contratto a tutele crescenti, l’apprendistato. Quello era il senso del jobs act. È li che bisogna arrivare.

Come si finanzia la sua agenda economica? Più tasse?
Io credo che una maggiore lotta all’evasione fiscale potrebbe dare risultati interessanti. Invece oggi si parla di abolire Equitalia, di detassare tenendo poco conto della capacità contributiva delle persone. Se combattessimo davvero l’evasione fiscale potremmo recuperare 15-20 miliardi all’anno. E garantire una concorrenza più equa e leale fra le imprese.

Ok, ma il problema è soprattutto europeo. Oggi si da la caccia al ristoratore che non fa gli scontrini e si lascia perdere la grande impresa che trasferisce la sede legale in Olanda…
Sono d’accordo. Aggiungo che abbiamo un commissario come Pierre Moscovici che pare avere qualche idea in proposito, ma non mi pare che l’Italia lo stia aiutando con la determinazione necessaria.

Cosa farebbe lei?
Penso a che effetto potrebbe avere una Tobin Tax europea. C’è chi dice varrebbe 35 miliardi di euro.

In Italia non ha funzionato…
Beh, se tassi le transazioni di capitale in Italia, mentre nel resto d’Europa non sono tassate è difficile funzioni…

Parliamo di stranieri e integrazione. È vero che i suoi vicini di casa sono una famiglia rom?
Sì, è vero, ma non ci vedo niente di strano. Quella famiglia è sostenuta e assistita da una popolazione di volontari. Si è creato un piccolo caso, attorno a questa storia, qualche anno fa.

Racconti..
Era il giorno in cui Forza Nuova aveva impedito ai bambini rom di andare a scuola. Io su Facebook avevo difeso i bambini rom e in molti mi avevano scritto dicendomi che non sapevo di ciò di cui parlavo, che se avessi abitato a fianco ai rom avrei cambiato idea. Io ce li avevo, vicino a casa, così ci siamo fatti una fotografia assieme. Apriti cielo: la reazione sui social network è stata ancora più aggressiva e violenta.

Al razzismo e all’intolleranza bisogna rispondere con più integrazione?
Sì, ma ci vuole molta attenzione e accortezza. I problemi dell’integrazione non sono semplici, sono da affrontare. In Toscana c’è Prato che ci fa capire cosa vuol dire quando una situazione scappa di mano. Però non bisogna nemmeno farsi spaventare dalla canea mediatica e da qualche populista come Salvini: in Toscana quando parliamo di profughi e richiedenti asili parliamo di 9000 persone su 3,7 milioni. Fare di questo fenomeno un emergenza ce ne vuole.

E come mai non riusciamo a uscire da questa logica emergenziale?
Veda un po’ lei. Se si fanno tendopoli o si mettono 300 persone in una caserma, o si tengono senza far niente, viene il dubbio che la gestione dei profughi sia funzionale a far fare soldi a qualcuno. Io credo che basterebbe fargli far qualcosa, progetti, piani di integrazione. Non so se possa essere un modello, ma sono stato nella locride, a Riace, e lì profughi e migranti ha rivitalizzato i paesi. I bar funzionano, i negozi pure, i bambini vanno a scuola. Col buonismo, riempiendoci la bocca di parole come accoglienza e solidarietà non si va lontano. Il governo, anche qui, fa troppo poco e coinvolge poco sindaci e regioni. Tutto in mano ai prefetti e ai loro bandi. Serve la politica, non la burocrazia. Anche nelle questioni di carattere culturale che pone l’immigrazione.

In che senso?
Nel senso che non possiamo tollerare ciò che va contro i principi fondamentali della nostra Costituzione. Nessuna tradizione culturale può giustificare sopraffazione e sfruttamento. Vale per le donne, così come vale per lo sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, ai limiti dello schiavismo. A volte la sinistra è stata troppo compiacente verso queste prevaricazioni. E ha abdicato, ancora una volta, alla propria funzione e al proprio ruolo.

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