Ben Johnson, la più grande delusione di sempre

Era il 1988, il suo record del mondo sui 100 metri ai Giochi Olimpici di Seul aveva fatto impazzire il mondo. Poi la condanna per doping, i ricorsi e la nuova caduta. Storia di un uomo che aveva duellato con Carl Lewis e che, in fin dei conti, è stato solo

Ben Johnson

(Simon Bruty/Allsport)

16 Agosto Ago 2016 1022 16 agosto 2016 16 Agosto 2016 - 10:22

Ben Johnson, il protagonista della finale dei 100 metri più controversa di sempre, era nato in Giamaica. La sua famiglia era povera, la madre si trasferì a Toronto, Canada, quando Benjamin aveva 15 anni. A scuola subì atti di bullismo da parte dei compagni. Uno di questi fu messo a tacere quando accettò una gara di corsa contro il ragazzino scheletrico che veniva da Trelawny. Ben aveva trovato la sua strada. Sulla stessa strada incontrò ben presto Charlie Francis, il suo coach per 11 anni. Di lui si disse che, da sprinter, avesse finito per considerarsi vittima di un handicap - la pratica del doping da parte degli avversari - e che si fosse deciso a porre fine a questa disparità di trattamento con gli atleti da lui allenati. Nel percorso che porterà alla finale dei cento metri del 24 settembre 1988, ai Giochi Olimpici di Seul, i due incontrarono anche Jamie Astaphan, un medico sportivo.

La carriera internazionale di Ben Johnson iniziò bene, con gli argenti ai Giochi del Commonwealth del 1982 a Brisbane, nei 100 metri piani e nella staffetta 4×100 metri. Ma di lui il mondo si accorse solo nel 1984, quando conquistò il bronzo ai Giochi olimpici di Los Angeles. A vincere fu Il Figlio del Vento, quel Carl Lewis che in quegli stessi Giochi eguagliò il record di Jesse Owen nel 1936, con quattro ori: nei 100 metri piani, 200 metri piani, salto in lungo e staffetta 4×100. Che Lewis fosse l’idolo dell’America, come ha poi voluto la vulgata, non era però vero. Richard Moore, nel suo libro “The Dirtiest Race in History”, ricostruisce la storia dei due protagonisti di Seul 1988 e racconta di come Lewis avesse avuto difficoltà a trovare un ingaggio con uno sponsor, tanto da essere rifiutato da marchi del calibro di Coca-Cola, Pepsi o American Express. Il motivo? Era troppo divisivo, si direbbe oggi. Ossia vanesio ed egocentrico (così lo definì Sports Illustrated), al punto da alienearsi le simpatie di una grossa fetta di pubblico. Un giornale, con un titolo che oggi sarebbe impossibile (o forse no, almeno in Italia), lo definì «il finocchio volante», alludendo a una sua presunta omosessualità.

La famiglia di Ben Johnson era povera, la madre si trasferì a Toronto, Canada, quando Benjamin aveva 15 anni. A scuola subì atti di bullismo da parte dei compagni. Uno di questi fu messo a tacere quando accettò una gara di corsa contro il ragazzino scheletrico che veniva da Trelawny. Ben aveva trovato la sua strada

Ben Johnson, fino al 1985, fu un semplice comprimario, dati che le sfide videro un nettissimo 8 a 1 per Lewis (lo ricorda un bellissimo profilo del Guardian). Le cose però cambiarono dalla vittoria del canadese al meeting di Zurigo del 1985. Fu un crescendo di rivalità, di quelle che appassionano media e opinione pubblica. Un punto cruciale arrivò nel 1987, quando Johnson, ai campionati mondiali di Roma, stampò non solo una vittoria sul rivale, ma anche il record del mondo. Lewis andò in televisione e disse papale papale: «Molta gente è venuta fuori dal nulla e sta correndo in modo incredibile, e io non penso che lo sta facendo senza droghe». Non solo: aggiunge Steven Pye sul Guardian che venne fuori in seguito una parte dell’intervista che era rimasta fuori dal servizio. Lewis era ancora più esplicito: «Se io prendessi droghe, farei anch’io un 9’80’’ proprio come lui».

Non sono ancora stati realizzati dei film su questa rivalità, che però non ha nulla da invidiare a quella tra James Hunt e Niki Lauda celebrata nel film “Rush” o quella tra Muhammed Alì e Joe Frazier, nel pugilato. Poi arrivò il culmine. Seul, con gli occhi del mondo puntati. Ben Johnson parte dalla sua posizione “a rana”, con i due piedi appaiati che, uniti a una capacità di reazione dopo lo start straordinaria, assicurano al canadese un vantaggio nei primi metri. «Lo sparo del mossiere è una ventata ciclonica nella quale si scatena l'ultima incarnazione di Ercole semidio», scrisse il giorno dopo Gianni Brera (la frase è ricordata da Alice Figini su storiedisport.it). A Seul il vantaggio non solo viene tenuto, ma incrementato, al punto che il corridore con la foglia d’acero sulla tuta rossa si permette di alzare il braccio all’arrivo. È oro, è nuovo record del mondo, 9’ 79’’. Nei bar dei quattro angoli del mondo non si parla d’altro. L’ostilità di Johnson verso il rivale è simboleggiata dalla fredda stretta di mano che gli riserva quando Lewis gli si piazza davanti per complimentarsi. «Lo stile esige riflessione e solo con questo mezzo posso ammirare Lewis. La sua cultura viene mortificata dalla violenza di un superuomo che forse non appartiene alla nostra specie», dice Brera, quasi veggente.

«Lo sparo del mossiere è una ventata ciclonica nella quale si scatena l'ultima incarnazione di Ercole semidio», scrisse Gianni Brera il giorno dopo la vittoria di Ben Johnson nella finale dei 100 metri piani di Seul. Un paio di giorni dopo e il semidio cadde nella polvere

L’Ercole semidio si gode il momento. Ma durerà un paio di giorni. Arrivano i risultati dei test antidoping. Johnson è positivo agli steroidi, risultati confermati dalle successive controanalisi. Il canadese nega ma l’oro gli è tolto e assegnato a Lewis. Gli verranno revocati anche vittoria e record del 1987. L’atleta canadese continuerà per sempre a dirsi innocente e tirerà fuori una registrazione dalla quale si dovrebbe dimostrare che a incastrarlo è stato un americano, tale Andre "Action" Jackson. Ma c‘è un problema: sia il medico che l’allenatore nel frattempo hanno ammesso le loro colpe. Quella dell’allenatore se vogliamo è doppia. Avrebbe dovuto sospendere la somministrazione 28 giorni prima dell’inizio delle gare olimpiche, ma 26 giorni prima diede l’ultima fiala per far riprendere Johnson da un infortunio. Poi, poco dopo il ritorno in pista a seguito della squalifica, nel 1993, la pietra tombale sulle polemiche e sulle recriminazioni: una nuova squalifica per doping, a Montreal: seguirà la squalifica a vita da parte della Iaaf. C’è però un fatto, emerso nel 2003, che cambia la favola di Carl Lewis pulito contro il cattivo Ben Johnson. A 15 anni di distanza dai fatti, si scoprì (dopo le rivelazioni dell’ex funzionario dell’antidoping americano Wade Exum) che anche il figlio del vento era stato trovato positivo agli stessi stimolanti di Johnson, ai trials, propedeutici alla qualificazione a Seul. Tutto fu insabbiato e la progressione di Lewis non fu fermata. Per uno che nel 1987 aveva accusato il rivale apertamente in tv, è una patina di fango sulla reputazione. Anche il terzo classificato, il britannico Linford Christie, fu in seguito trovato positivo. Forse, come scrisse Richard Moore, quei cento metri del 24 settembre 1988 furono davvero La più sporca gara di sempre.

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