Juantorena, il cavallo che vinse due ori

Doveva diventare un giocatore di basket, ma le sue lunghe leve andavano meglio per l'atletica, dove per Cuba ottenne i primi ori ai Giochi della storia. Sorprendendo il mondo.

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16 Agosto Ago 2016 1634 16 agosto 2016 16 Agosto 2016 - 16:34

«Non credete al cavallo», diceva il soldato troiano Laocoonte, secondo Virgilio, avvertendo i compatrioti del dono che gli achei stavano per fare loro. L’Eneide, per la giovane speranza italiana dell’atletica italiana Carlo Grippo, è solo un nebuloso ricordo di quei banchi di scuola che avevano lasciato il posto allo sport. Nessuno credeva al cavallo. Così a Cuba lo chiamano tutti: El Caballo. Per quelle leve lunghe, tornite, muscolose, che mulinava con grazia e potenza come fanno i cavalli al galoppo. Nessuno conosce Alberto Juantorena, quando il 23 luglio del 1976 si presenta alle batterie degli 800 metri dei Giochi Olimpici di Montreal.

I cubani non hanno mai vinto una medaglia olimpica nell’atletica. Grippo non pensa all’Eneide, né all’epica, anche se i Giochi di epico nelle gesta e nei racconti hanno molto. Quando la gara comincia, Juantorena comincia a mulinare quelle gambe. Nemmeno lui pensa all’Eneide, perché dovrebbe: al suo posto, nella sua testa c’è ben altro di epico. C’è la mancata presa della caserma Moncada, c’è l’atto di inizio – benché fallito – della Rivoluzione Cubana, anno di grazia 1953: l’esercito di 160 uomini comandato da Fidel Castro e dal fratello Raul doveva iniziare la notte tra il 25 e il 26 luglio il grande assalto al regime di Fulgencio Batista, ma tra equipaggiamenti scarsi e preparazione praticamente inesistente, fu un disastro. Ma da quel fallimento nascerà il movimento chiamato appunto 26 Julio, che userà come proprio manifesto l’arringa difensiva di Fidel Castro, che in seguito all’assalto verrà arrestato e deciderà al processo di difendersi da solo. «La storia mi assolverà dirà», mentre un giornalista trascrive il tutto.

In quell’edizione dei Giochi Olimpici, la delegazione cubana aveva portato oltre a Juantorena anche il boxeur peso massimo Teofilo Stevenson. In comune avranno la gloria, gli ori, ma anche la scelta di restare legati allo sport cubano da dilettanti, rifiutando sempre i mucchi di soldi, soprattutto dollari, offerti loro per gareggiare con un’altra bandiera. «Solo la gente senza ideali corre dietro al denaro. Pensano di andare negli Stati Uniti e diventare ricchi, ma dentro sono vuoti, hanno venduto l’anima. Noi preferiamo rimanere a Cuba per aiutare il nostro Paese».

L'1 agosto 1976, all'aeroporto di Havana, Fidel castro accoglie Alberto Juantorena e Teofilo Stevenson (STAFF/AFP/Getty Images)

E per aiutarlo corre Juantorena, mulina quelle gambe come un cavallo. Juantorena è un cavallo. È la sorpresa che i cubani hanno preparato per i Giochi. E dire che Juantorena doveva giocare a basket. Da piccolo preferiva la palla, ma quelle leve lunghe e possenti sono nate per lo scatto bruciante e il fondo. E dopo la presa del potere, la crisi dei missili, i telefoni che scottano, l’Isola di Castro usa ora lo sport per combattere le superpotenze. E quelle gambe servono tantissimo nell’atletica, dove comanda la superpotenza degli Stati Uniti d’America. Nella sua batteria di qualificazione degli 880 metri, Richard Wohlhuter fa segnare 1’ 45” e 71. Non male, se paragonati alla vittoria nella propria batteria di Juantorena, che prima di tagliare il traguardo con 1’ 47” e 15 passa in pratica gli ultimi 200 metri a parlottare con Carlo Grippo, l’italiano di belle speranze che non fa altro che sentirsi dire da lui “Tranquillo”. Tranquillo, vinciamo, non affannarti.

La falcata di Juantorena avrebbe dovuto mettere in guardia tutti. Ma il tempo segnato non è alto e non c’è nessun Laocoonte ad avvertire gli altri atleti. Così il giorno dopo, nelle semifinali, Juantorena a distanza batte Wohlhuter: 1’ 45” e 88 contro 1’ 46” e 72. Qualcuno comincia a pensare che no, di quel cavallo potrebbe anche non fidarsi. Ma magari per il bronzo: contro lo statunitense sulla stessa pista non ci sarà storia. Il calendario però gioca un ruolo chiave. La finale si corre il 25 luglio, il giorno prima della caserma Moncada. Juantorena parte fortissimo e dopo 400 metri il cavallo si svela per quello che è: 50” e 85, roba da matti. L’indiano Singh prova ad allungare, ma dopo qualche metro il cubano lo brucia e va a mettersi al collo il primo oro cubano dell’atletica leggera e il record di 1’ 43” e 50. Roba da libri di storia. «Domani è l’anniversario dell’assalto alla caserma Moncada di Santiago de Cuba, la mia città. Il sangue che Fidel Castro e i suoi compagni hanno versato quel giorno, quello sì che è storico», dice El Caballo, piangendo.

Ormai è il cavallo, lo conoscono tutti. Succede così che quando Fred Newhouse, altro atleta statunitense ritenuto suo principale avversario vince ma non convince nelle qualificazioni del 400 metri, si capisce che Juantorena può fare la doppietta. «The horse is tired», il cavallo è stanco, prova a buttare lì qualcuno, ma senza troppa convinzione. La finale è il 29 luglio: di fatto Juantorena non hai riposato, visto che la prima batteria di qualificazione l’ha corsa il 26 luglio, il giorno dopo l’oro. Il primo oro. Il secondo se lo prende lasciando condurre la finale a Newhouse per circa tre quarti di gara. Alla curva, l’ultima prima dell’orizzonte del traguardo, Alberto scatta e si lascia alle spalle sia Fred che il suo compagno di nazionale Herman Frazier. Il cavallo non è più una sorpresa, ma lo stratagemma dei cubani ha funzionato.

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