Tra la Raggi e chi la attacca, meglio la Raggi

La neo sindaca di Roma sceglie gente esperta e capace, infischiandosene di presunti conflitti d’interesse e di quanto le debba pagare. Brava, bis. E chi l’accusa d’incoerenza, ci fa una pessima figura

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ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

16 Agosto Ago 2016 1023 16 agosto 2016 16 Agosto 2016 - 10:23

Dov’è il problema se la Raggi chiama a se due persone esperte e capaci come Carla Romana Raineri e Paola Muraro, affidando loro il compito di farle da capo di gabinetto e di gestire per la sua amministrazione la spinosissima emergenza rifiuti, che di certo non è stata lei a creare? Dov’è il problema se le paga quanto meritano, se non le sceglie attraverso un sondaggio sul web, se non rinnova la classe dirigente tanto per rinnovarla, se se ne infischia di presunti conflitti d’interesse? La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva qualcuno. E il fatto che la Raggi, al netto di tutte le ingenuità, decida di affidarsi a gente esperta e capace è la prova (o perlomeno un ottimo indizio) del fatto che lei la rivoluzione vuole farla davvero. Non solo nella forma - guardateci: siamo giovani, costiamo poco, ci ha scelto la rete - ma nella sostanza.

Ricapitoliamo, che magari ci siamo persi qualcosa: lo scorso 19 giugno Virginia Raggi, giovane e misconosciuta avvocatessa romana, attivista e consigliere comunale per il Movimento Cinque Stelle, viene eletta sindaco di Roma con il 66,75% dei voti. Un’affermazione clamorosa, figlia della pessima gestione della Capitale da parte delle due precedenti amministrazioni, quella del centro-destra di Gianni Alemanno e del centro-sinistra di Ignazio Marino e delle inchieste di Mafia Capitale, che hanno tolto il velo a un sistema diffuso e capillare di malaffare nella gestione degli appalti pubblici.

In questo contesto, il mandato che due elettori su tre hanno dato a Virginia Raggi e al Movimento Cinque Stelle è stato piuttosto chiaro: salvare Roma da se stessa, dai suoi riti, dai suoi poteri marci, dai suoi cerchi magici. Convinti, a torto o a ragione, che solo un outsider come lei potesse farlo. Ci riuscirà o no, saranno i prossimi anni (mesi?) a dirlo. Di sicuro, l’impresa è improba. Soprattutto se non si ha alcuna esperienza e non si sa dove mettere le mani.

Dov’è il problema, quindi, se la Raggi chiama a se due persone esperte e capaci come Carla Romana Raineri e Paola Muraro? Dov’è il problema se le paga quanto meritano, se non le sceglie attraverso un sondaggio sul web, se non rinnova la classe dirigente tanto per rinnovarla? La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva qualcuno. E il fatto che la Raggi decida di affidarsi a gente esperta e capace è la prova che lei la rivoluzione vuole farla davvero

Chi fa politica o chi la segue dovrebbe compiacersi di questa conversione sulla via di Damasco. Perché “normalizza”, nel senso non deteriore del termine, una forza politica come il Movimento Cinque Stelle. Perché la fa finita con la storiella, antipatica e deleteria, che le competenze non si debbano pagare, a prescindere. Che “come” si fanno le cose debba essere più importante del “cosa” si fa. Che i fucili spianati del potere romano si possano combattere a colpi di post su Facebook e piagnistei in stile “non ce l’hanno lasciato fare”. À la guerre comme à la guerre. Giusto così.

E invece no. A giorni alterni si punta il dito contro gli stipendi eccessivi, contro presunti conflitti d’interesse, contro l’opacità dei processi decisionali. Come se destra e sinistra, nell’ultimo decennio fossero state le vestali dell’austerità e della trasparenza. Come se davvero credessero che con le balzane teorie di Grillo e Casaleggio sulla democrazia diretta o col poraccismo a favore di telecamera si possa davvero pensare di governare la complessità di una città come Roma. Come se davvero preferissero che muoia la Raggi con tutta la città, piuttosto che vederla provarci davvero, a farla risorgere dal pantano in cui l’hanno fatta precipitare. Se questo è quel che vogliono, be', meglio Virginia.

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