Le élite portano sfiga: non ascoltarle, Matteo!

I giornali che minacciano catastrofi se nel referendum costituzionale vinceranno i No, il partito della spesa che rialza la testa, l’Europa che torna a essere matrigna cattiva: ecco le tre mosse perfette per far crollare tutto nel giro di poche settimane. Riusciranno i nostri eroi nell’impresa?

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17 Agosto Ago 2016 1003 17 agosto 2016 17 Agosto 2016 - 10:03
Messe Frankfurt

Il balletto è ricominciato: «Il referendum italiano è più importante della Brexit», sostiene il Wall Street Journal nell’edizione di Ferragosto e puntualmente Federico Rampini su La Repubblica ributta la palla nel dibattito pubblico italiano, il giorno seguente. Il sottotesto è chiaro: che non ci venisse in mente di votare No alla riforma costituzionale. Sarebbero guai seri per l’Italia - già oggi nuovo grande malato d’Europa - e per l’Europa tutta. Quindi? Quindi bisogna battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, per l’ennesima volta. Perché Renzi ha fatto l’errore di personalizzare il referendum e adesso rischia di pagare il crollo verticale della sua popolarità. Ergo, serve che l’Unione Europea gli consenta di aprire i cordoni della borsa per una manovra «a favore della crescita». Perché, va da sé, se l’Italia è in crisi è chiaramente colpa dell’Europa cattiva: «bisogna smetterla con l’austerità e concentrarsi finalmente sulla flessibilità e sulla crescita», ha detto il Premier commentando i dati sul Pil della scorsa settimana.

Bene. Con ogni probabilità questo sarà il mantra dei prossimi tre mesi. Facci spendere, Europa cattiva, altrimenti al referendum vincono i No e crolla tutto. Il bello è che proprio questa fine strategia potrebbe essere un triplo colpo mortale: per l’economia italiana, per il governo Renzi e per l’Europa.

Che servano più flessibilità, più spesa pubblica e più debito pubblico per rilanciare l’economia italiana è una panzana colossale, smentita regolarmente dai fatti e dai pochi economisti che si prendono la briga di analizzare i dati per quelli che sono

Andiamo con ordine. Che servano più flessibilità, più spesa pubblica e più debito pubblico per rilanciare l’economia italiana è una panzana colossale, smentita regolarmente dai fatti e dai pochi economisti che si prendono la briga di analizzare i dati per quelli che sono. Alberto Mongardi sulla Stampa ad esempio, o Veronica de Romanis che sul Foglio di oggi (17 agosto) osserva che tra il 2013 e il 2016 abbiamo avuto tutta l’espansività e la flessibilità che volevamo. E che, curiosamente, nello stesso triennio, a crescere sono stati Paesi come Irlanda, Spagna e Regno Unito che hanno ridotto la spesa pubblica. Il motivo è semplice: «Negli ultimi due anni - osserva la De Romanis - il margine di manovra è stato essenzialmente utilizzato per finanziare la spesa corrente (…) e per disinnescare le clausole di Salvaguardia inserite nella precedente legge di stabilità». Gli investimenti? Non pervenuti. In Spagna, Irlanda e Regno Unito, invece, si è tagliata la spesa corrente e si è utilizzato il risparmio per abbassare le tasse e finanziare investimenti e infrastrutture. Ah, per la cronaca: il debito pubblico italiano ha raggiunto quota 2.241 miliardi. Nuovo record. Peccato non sia prevista, come disciplina olimpica.

Su gli investimenti e la spesa in conto capitale, giù le tasse, la spesa corrente e il debito, quindi. Più chiaro di così si muore. Peccato che una simile strategia non produca dividendi elettorali, perlomeno nel breve periodo. Così, da perfetti tossici della crescita a debito, si proverà di nuovo a picconare il già fragile castello europeo alla ricerca di «tutta la flessibilità possibile», come già ha preannunciato il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Prepariamoci quindi a un vertice di Ventotene, il prossimo 22 agosto, in cui con ogni probabilità il «guanto di sfida all’Europa» che lanceremo sarà quello per avere gli zero virgola necessari a portare a casa una Legge di Stabilità che possa consentire a Renzi di mettere quattro soldi nelle tasche di chi, qualche settimana dopo, voterà per la sopravvivenza del suo governo. Alla Merkel già fischiano le orecchie. E gli anti-europeisti già si fregano le mani: il Premier scuote l’albero, loro raccoglieranno le nespole.

Il bello è che tutto questo sarà fatto nel nome del Sì, dipingendo già oggi un risultato negativo al referendum d'autunno come una sorta di Armageddon continentale, roba che la Brexit in confronto è stato uno scherzo. Un giochino che già conosciamo e che ci permettiamo umilmente di ricordare che non funziona più da almeno un paio d’anni. Il ritornello della catastrofe imminente e dell’assenza di alternative, al contrario, pare solleticare una sorta di piacere sadico nelle masse che più hanno subito la crisi. Che quasi provano piacere a deludere le élite e a fare il contrario di quel che i giornaloni, i grandi opinionisti, i rinomati centri studi consigliano di fare. È tutto lì, scritto nella storia recente. Ma non dubitiamo che a urne aperte e tragedia avvenuta, invece, si finirà per dare la colpa, di nuovo, all’Europa cattiva e al popolo bue. Fino al prossimo giro di giostra, se mai ci sarà.

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