Rio 2016

Cathy Freeman, la ragazza che non poteva perdere

La storia della velocista australiana, prima aborigena a vincere un oro olimpico ai giochi di Sydney 2000, della sua sfida mancata con Marie José Perec, della sua infinita fuga dalla predestinazione

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Adam Pretty /Allsport

18 Agosto Ago 2016 1515 18 agosto 2016 18 Agosto 2016 - 15:15

Dura la vita, quando sei un simbolo. Prendete Catherine Astrid Salome Freeman detta Cathy da Mackay, Queensland australiano. Sei aborigena australiana, destinata a vivere ai margini della società, con un’aspettativa di vent’anni in meno rispetto ai tuoi pari età dai capelli biondi, eredi dei colonizzatori che ammazzarono nove decimi dei tuoi antenati, massacrandoli con fucili e cannoni o avvelenando acqua e cibo. Non bastasse, col fardello di quel cognome, Freeman, che mette in scena una libertà ancora troppo lontana.

Però corre veloce, Catherine Astrid Salome. Abbastanza per sfuggire alla miseria. Non abbastanza per sfuggire alla mercificazione della sua identità. Il simbolo d’integrazione e fratellanza di un continente fondato sull’oppressione. Nei primi giochi olimpici del nuovo millennio. Pane per i copywriter, i documentaristi e gli editorialisti.

Così eccola, Cathy il cui nonno era senza passaporto e senza il permesso di parlare ai bianchi. Cathy la deportata, perché figlia di una famiglia politicamente troppo attiva. Cathy che a dodici anni lascia la scuola per lavorare come telefonista. Cathy la ribelle, che nel 1994 sfila con la bandiera aborigena dopo la vittoria. Cathy che sfida la dea Marie José Perec, francese delle Guadalupe, la regina dei quattrocento metri piani. Cathy che arriva seconda, ad Atlanta. Cathy che si rifarà a casa sua, a Sydney. Cathy il tedoforo che accende il fuoco olimpico. L’avrà guardato mille volte il suo, di passaporto. Freeman. Libera? La ragazza che non poteva vincere è diventata la donna che non può perdere. Prigioniera di una nuova predestinazione.

Corre veloce, Cathy Freeman. Abbastanza per sfuggire alla miseria. Non abbastanza per sfuggire alla mercificazione della sua identità. Il simbolo d’integrazione e fratellanza di un continente fondato sull’oppressione. Nei primi giochi olimpici del nuovo millennio. Pane per i copywriter, i documentaristi e gli editorialisti

È il 21 settembre. Mancano quattro giorni alla finale dei 400 metri piani. Cathy corre, nella sua tuta integrale verde e argento e gialla, e domina agevolmente tutte le batterie di qualificazione. Non sorride mai e pensa a Marie José, la regina dell’anello in tartan, la campionessa in carica. Immagina la sfida, nella sua camera d’albergo. Ma mentre lei corre tra sogni e incubi, la Perec scappa via da Sydney. Minacciata e aggredita, dice, da sconosciuti: «Sento una gran paura dentro», aveva detto prima di partire per l’Australia.

Qualcuno non vuole che rovini la festa a Cahty? Non si sa. Ma la sera del 25 settembre Cathy Freeman è in corsia sette, mentre Maria José è a casa sua, davanti alla televisione. Sugli spalti dello stadio olimpico ci sono 112.524 persone. Davanti agli schermi, il resto dell’Australia. Cathy trattiene il respiro. Con lo sguardo percorre tutta la pista, fino al rettilineo finale, alle sue spalle, quello in cui la Perec l’ha sempre bruciata. Ora non può più perdere. Ora può solo perdere.

Bang! Cathy corre leggera, amministra la gara, sembra poterla vincere in scioltezza. Ai trecento metri, però, i centododicimila di Sydney ammutoliscono. Perché davanti non c’è Cathy, ma la giamaicana Lorraine Graham. Cathy sente il silenzio. E aumenta la frequenza dei passi, e aumenta ancora e ancora. E vince. E poi, certo, la recita. Le due bandiere, quella australiana e quella aborigena, come nel ’94, e tutto il resto. Ma non sorride, Cathy. Si asciuga le lacrime. Si siede a terra. Sospira. Come chi sa di aver scampato il pericolo di deludere le aspettative del mondo. Come chi sa che dal suo destino, per quanto corra veloce, non scapperà mai.

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