Elogio lombrosiano di Mino Raiola, che ha già vinto tutto prima che inizi il campionato

Chi è davvero l'agente star che viene dalla Campania operosa, ha imparato a fare conti e affari lavorando in pizzeria. E avrebbe acquistato la villa di Al Capone a Miami

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20 Agosto Ago 2016 1024 20 agosto 2016 20 Agosto 2016 - 10:24

Su Twitter, Mino Raiola, l'agente dei calciatori che la scorsa settimana ha concluso il trasferimento più ingente della storia del calcio (105 milioni di euro a Pogba per passare dalla Juve al Manchester United: 25 milioni vale la sua commissione), ha 68.014 follower. Accanto al suo nome c'è il badge blu, quello che garantisce l'autenticità degli account d’interesse pubblico. Lui non segue nessuno. Da procuratore sportivo a protagonista.


Smentendo tutte le regole della persuasione mediatica improntate alla falsa reciprocità, ci è riuscito evitando l'interazione. Poche interviste, zero following, foto per di più rubate. Si vede ma non si sente, come i gatti e i gattopardi. “È il re del tavolo: si siede e alza il prezzo", ha scritto Beppe Di Corrado, prendendoci. "Sta al calcio come il banco sta al casinò", si legge su un blog: falso. Il banco vince per procura, Raiola perché è un fuoriclasse. E compiacere i seguaci non gli serve. Scegliere un gessato al posto di una felpa, le Tod's al posto delle Nike, il cappotto al posto del bomberino arancione, neppure. Ibrahimovic, la prima volta che lo incontrò (per affari, mica pr), pensò che fosse un “nano ciccione”, perfetto per uno spin off de I Soprano's.

Ibrahimovic, la prima volta che lo incontrò (per affari, mica pr), pensò che fosse un “nano ciccione”, perfetto per uno spin off de I Soprano's

Oggi, a un anno esatto dal funerale del leader maximo dei Casamonica, con il carro funebre da celebrità ottocentesca e la colonna sonora de Il Padrino, i petali di rose e, dietro, una Roma sgarrupata e nuova in corteo che lasciò sgomenta e indignata l'Italia per settimane, Raiola riempie i giornali di una notizia che è però ancora da confermare: avrebbe acquistato la villa di Al Capone, a Miami. Prezzo, otto milioni di dollari (cash, ci aspetteremmo dall'uomo che fa affari per atleti che rendono più di monumenti: "coi ragazzi non ci sono contratti - ha detto - basta una stretta di mano", ma chissà).

La sbruffonata del provinciale? Il riscatto del meridionale emigrato? L'epilogo del self made man? L'ennesima prova del gigantesco giro d'affari che è diventato il calcio e che ha mangiato il giuoco? L'opinione pubblica non ha ancora deciso. I giornali, i social network, i bar neppure. Mino - e anzi Carmine: viene da Angri, laggiù alla Madonna del Carmine ci tengono assai - non arroventa l'indignazione come un invidiabile arricchito affarista qualsiasi, nemmeno quando compra la villa di un mafioso che ha condannato al pregiudizio l'Italia per tutto il Novecento e chissà per quanto ancora del nuovo secolo la condannerà. Forse perché quegli 8 milioni di dollari arrivano da uno sgarbo alla Juventus che, non solo si è vista soffiare un campione come Pogba (uno che può solo deludere), ma non ci ha neppure guadagnato la parte più consistente di quei 105 milioni di dollari che sono il capolavoro estivo di Raiola. Forse perché Carmine viene dalla Campania babba e operosa, quella di Vincenzo De Luca, dei pomodori San Marzano che, se trapiantati al nord, si rifiuterebbero di crescere, come nello sketch di Maurizio Crozza.

Forse perché siamo lombrosiani e Mino ha i lineamenti di Peter Griffin ma pure di Toni Servillo ne Le conseguenze dell'amore. E ci appare beota e furbo, impiegato e mediano, panzone e laido, ma pure preciso e imperturbabile, schivo e moderato, misterioso e dedito: un insieme di elementi che, contraddicendosi, non si azzerano ma respingono ogni idea di scorrettezza, blandizie, corruzione.


A Ibra non avremmo perdonato l’acquisto della villa di un mafioso, perché Ibra avrebbe firmato il rogito indossando un Rolex tempestato di rubini: Mino Raiola immaginiamo che l'abbia fatto con le briciole di Fonzies sui pantaloncini e questo ci rassicura di molte cose. Che potremo mangiare fonzies e leccarci le dita; che potremo parlare male 8 lingue ma ancora peggio quella del nostro paese d'origine (è una leggenda sul suo conto che lui non solo non ha mai smentito, ma anzi ha rinfocolato); che potremo imparare a capire le persone lavorando in pizzeria (stava dando una mano a suo padre, nel ristorante che aveva aperto in Olanda, dove tutta la sua famiglia si era trasferito, quando entrò un cliente malconcio che ordinò un Sassicaia: reticente a stappare una bottiglia così costosa per un cliente poco promettente, chiese a suo padre, che gli insegnò che avere fiuto non significa decodificare le apparenze e infatti quel cliente si rivelò ricchissimo); che potremo lasciar perdere i master e buttarci nell'acquario fidandoci di noi stessi (consigli legali non ne accetta da nessuno, Carmine, anche se di esami a Giurisprudenza ne ha dati pochi: "un giocatore lo vedi dal coraggio", cantava quello).

Mino è l'antitesi di Luca Vacchi, il tamarro che alcuni giornalisti un po' spompati hanno tentato in tutti i modi di convincerci che fosse il personaggio dell'estate, nostalgici come sono degli agosto di fine '900, quelli del fisico bestiale

Certo, Mino non ci indigna ma nemmeno ci appassiona. Di lui diffidiamo. Ha troppi soldi, troppo talento. Vince sempre, vince troppo. La sua è una vita di sproporzioni che lui cavalca spavaldamente. 70mila follower e zero following. Poliglottismo e nessuna laurea. Nocera e il Manchester United.


Però Mino è l'antitesi di Luca Vacchi, il tamarro che alcuni giornalisti un po' spompati hanno tentato in tutti i modi di convincerci che fosse il personaggio dell'estate, nostalgici come sono degli agosto di fine '900, quelli del fisico bestiale, della noia inappetente, degli scandali che erano gossip e non offese di genere, dei tormentoni, delle compilation che cercavano quello che oggi cerca l'algoritmo. Ma Luca Vacchi è al massimo re per una notte.


Il re dell'estate, invece, è Mino. E ce ne accorgeremo forse con il tempo che questo nano ciccione dal cervello fino ma non contadino, meridionale ma nient'affatto provinciale, ha il corpo che serve al calcio. Il corpo che serve allo sport. La forma affettuosa che Il Resto del Carlino voleva difendere con quel "cicciottelle", sottolineandone la meravigliosa stonatura nel bel mezzo di statuarie irraggiungibilità inumane. Da quel corpo tondo, Mino non si è fatto intimidire o ingoffire. "Ora sono grasso, ma prima giocavo ed ero bravo". Ma ha scelto di smettere prima di ingrassare: non ha ripiegato. Per questo, da allora, non fa che vincere. Spudoratamente.

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